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I frutti del vento - Tracy Chevalier - copertina
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Descrizione


Nella prima metà del XIX secolo James e Sadie Goodenough giungono nella Palude Nera dell'Ohio dopo aver abbandonato la fattoria dei Goodenough nel Connecticut. La legge dell'Ohio prevede che un colono possa fare sua la terra se riesce a piantarvi un frutteto di almeno cinquanta alberi. Una sfida irresistibile per James Goodenough che ama gli alberi più di ogni altra cosa, poiché gli alberi durano e tutte le altre creature invece attraversano il mondo e se ne vanno in fretta. In quella terra, dove gli acquitrini si alternano alla selva più fitta, James pianta e cura con dedizione i suoi meli. Un frutteto che diventa la sua ossessione; la prova, ai suoi occhi, che la natura selvaggia della terra, con il suo groviglio di boschi e pantani, si può domare. La malaria si porta via cinque dei dieci figli dei Goodenough, ma James non piange, scava la fossa e li seppellisce. Si fa invece cupo e silenzioso quando deve buttare giù un albero. Finché, un giorno, la natura selvaggia non della terra, ma della moglie di James, Sadie, esplode e segna irrimediabilmente il destino dei Goodenough nella Palude Nera. Romanzo che si iscrive nella tradizione della grande narrativa americana di frontiera, "I frutti del vento" è un'opera in cui Tracy Chevalier penetra nel cuore arido, selvaggio e inaccessibile della natura e degli uomini, là dove crescono i frutti più ambiti e più dolci che sia dato cogliere.
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Dettagli

2016
28 gennaio 2016
249 p., Brossura
9788854511194

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fede27
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Ambientato nell'America dell XIX secolo durante la corsa dell'oro. In Ohio, un uomo pianta cinquanta alberi da frutto su un terreno che da quel momento diventa suo, sue sono le mele. La storia di una famiglia, quella dei Goodenough, che forse "abbastanza buoni" non sono. Delitti, violenze miseria, accennati con maestria dall'autrice. Emozioni che si susseguono in un testo scorrevole che narra anche le curiosità storiche di personaggi realmente esistiti. Un bel romanzo. Lo consiglio.

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Ursula
Recensioni: 4/5

Partito alla grande con la storia di due genitori in disaccordo su tutto e di tutti i loro figli portati via dalla malaria e dal cattivo esempio dei genitori, un padre appassionato di mele e una mamma appassionata di grappa. Ma poi a metà si perde un po’con la descrizione delle sequoie, difatti ho trovato questa parte un po’ noiosa. Fortunatamente si è riscattata sul finale. Comunque lo consiglio è una buna lettura per tutti quelli che amano i romanzi della Chevalier.

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Antonella L.
Recensioni: 4/5

Romanzo ben scritto, intenso e avvincente, con personaggi ben caratterizzati. La parte centrale rallenta un po' l'interesse, ma subito si riprende con un finale che ho adorato.

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Voce della critica

James e Sadie Goodenough hanno dovuto abbandonare il Connecticut e trasferirsi in Ohio a causa del cattivo rapporto che intercorreva tra Sadie e la famiglia Goodenough. Fin da subito non mancano i problemi: il paese che doveva portare fortuna a James e Sadie, che di “abbastanza buono” hanno soltanto il cognome, porterà solo malcontento e malattia. Infatti, nella Palude Nera non c’è nulla: la terrà è desolata, la malaria decima la famiglia, il rapporto tra James e Sadie è sempre più compromesso a causa della perdita dei figli, dell’alcolismo di Sadie, dell’amore sconfinato di James per i suoi alberi. La situazione degenera quando James Goodenough decide di piantare cinquantatré alberi di mele Golden, le più dolci e succose, con quell’irresistibile «sapore di ananas». Arriva John Chapman (personaggio realmente esistito), che armato di Bibbia, tanta pazienza e molte piantine da interrare, cercherà, invano, di essere d’aiuto alla famiglia Goodenough.

La guerra tra moglie e marito mette sempre più a dura prova la vita famigliare: l’odio fra i due coniugi si fa sempre più aspro, come quello degli stessi verso i propri figli. I cattivi sentimenti avranno la meglio e si scateneranno con una forza inaudita, che cambierà le sorti di tutti loro per sempre, soprattutto quelle di Robert e Martha:

«Ora vattene» dissi. «Vattene da questa palude. Vai nella prateria dove non ci sono alberi». Lui sollevò lo sguardo verso Martha e quel piedino che dondolava nel vuoto, sopra di noi.
«Non pensare a lei» dissi, «o sei fregato».
Il piedino si fermò.
«Pensa a te, pensa a salvarti» dissi. «Vai via di qui. Vattene!».
Robert se ne andò. E io anche.»

In questo preciso istante, lette le parole di Sadie, il cui nome ricorda sadismo e tristezza (quest’ultima più per chi la incontra che per se stessa) si vorrebbe chiudere il libro: troppo per chiunque. Perfino i cattivi delle storie più spietate rabbrividirebbero di fronte alla pochezza, alla crudeltà, alla scelleratezza dei genitori Goodenough: nessuna via possibile per una riconciliazione, figuriamoci per la redenzione… Il loro è il buio della Palude Nera: la stessa bruttura e la stessa insensata fertilità, che fa nascere dieci figli a genitori snaturati e crescere oltre cinquanta alberi in un luogo dimenticato da Dio; lo stesso cattivo trattamento per le proprie creature: Martha, continuamente insultata, picchiata e abusata da parte dei suoi famigliari, e le piccole e tenere piantine, vessate dalle intemperie.

Grazie a Dio gli antefatti finiscono e inizia la storia di Robert Goodenough, che fino a quell’autunno 1838 aveva vissuto nella Palude Nera in Ohio insieme alla sua famiglia. Dopo la fuga dalla Palude, ora è finalmente grande: Robert vive senza legami, fonti di disperazione fino ad allora, viaggia e lavora, ha imparato a leggere e a scrivere e quando ne ha la possibilità, circa una volta all’anno, spedisce delle lettere ai suoi fratelli. Poi l’incontro con William Lobb, botanico, appassionato studioso di piante e fiori, per il quale lavorerà, e con Molly, una giovane e procace prostituta, con la quale nascerà ben più di una semplice sequenza di rapporti.

Robert Goodenough, che ormai aveva perso le speranze di ricevere notizie dei suoi fratelli, avrà la fortuna di fare un incontro speciale che gli cambierà la vita per la seconda volta: incontrerà infatti la sorella Martha, ormai donna, venuta a cercarlo e speranzosa di non perderlo mai più, la quale gli regalerà, custoditi in un fazzoletto, dei piccoli semi di mela da poter piantare.

I frutti del vento parla di piante quasi come se fosse un trattato, con pagine e pagine dedicate alla cura degli alberi: bello, anche se forse un po’ troppo pesante. Il romanzo è costruito sapientemente su flashback, pause, lettere, notizie sul presente. La storia dei Goodenough in Ohio è raccontata, a paragrafi alterni, da un narratore esterno e la voce piena di rancore di Sadie. Convince poco un certo tipo di linguaggio, forse troppo western, che, insieme alle minuziose descrizioni delle piante, tra tabacco masticato, sputi sul pavimento, risse, e chi più ne ha più ne metta, rischia di annoiare. Molti i personaggi, (quasi) tutti accomunati dalla stessa caratteristica: la cattiveria. È proprio questo il punto per cui Tracy Chevalier non riesce a portarsi a casa più che la sufficienza: troppa spietatezza. Nel libro nessuno ha un cuore o dei sentimenti, e se per caso qualcuno dovesse averne o è una comparsa oppure è destinato a morire nel giro di una decina di pagine, tra malattie, fragilità di ogni tipo, incidenti, imprevisti. Infine c’è lui, Robert, il preferito di Sadie, con gli occhi penetranti e la paura nel cuore, così grande da renderlo il più fragile di tutti: lui, che scappa e torna, che vorrebbe ma non può, che preferisce stare solo per paura di essere, di nuovo, ferito.

Alla fine del libro si tira un sospiro di sollievo – è finita! – ma si rimane anche con una speranza: che quei frutti del vento che Robert porta con sé facciano crescere arbusti sani e forti, con quella cosa che i Goodenough non hanno conosciuto né saputo dare: l’amore.

Recensione di Stella N’Djoku

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La recensione di IBS


Romanzo che si iscrive nella tradizione della grande narrativa americana di frontiera, I frutti del vento è un’opera in cui Tracy Chevalier penetra nel cuore arido, selvaggio e inaccessibile della natura e degli uomini, là dove crescono i frutti più ambiti e più dolci che sia dato cogliere.

Siamo nella California del 1856, è lì la frontiera dove i cercatori d’oro partiti dalla vecchia America si fermano, ed è lì che due fratelli si ritrovano increduli dopo molti anni. Sono Robert e Martha Goodenough, scampati miracolosamente alla malaria e alla miserie della Palude Nera.
Questa storia romantica, ambientata tra i pionieri d’America, inizia nel 1838, quando i Goodenough, James e sua moglie Sadie, lasciano la grande fattoria di famiglia nel Connecticut per cercare fortuna nel West. Con nove figli al seguito e uno in arrivo, i Goodenough non cercano l’oro, ma la terra, eppure prima di raggiungere le immense praterie, stremati da un viaggio lungo strade ghiacciate e impraticabili, decidono di fermarsi nella Palude Nera, a Perrysburg, Ohio. In quel paese il governo concede ampi appezzamenti ai coloni, purché bonifichino i terreni acquitrinosi e malsani piantando almeno 50 alberi da frutto.
Per James l’impresa è difficile ma non impossibile, perché è un contadino abile e adora gli alberi. Soprattutto i meli che ha ereditato da suo padre, provenienti dalla vecchia Inghilterra, quelli che danno le dolcissime mele Golden. Fare attecchire quelle piante nella Palude Nera richiede dedizione assoluta. Ma James innesta e dissoda il terreno, cura le piante come se fossero i suoi figli, anzi meglio dei suoi figli.
Ogni anno la malaria si porta via qualcuno di loro. Dopo nove anni alla fattoria di dieci figli ne sono rimasti solo cinque. Anche Sadie si ammala ogni anno e si ammazza di fatica nella palude, ma lei ha deciso di curare i suoi mali e le sue miserie con un veleno che svuota il cervello e l’anima: l’acquavite. Secondo lei quelle stupide mele Golden sono solo una perdita di tempo, il marito dovrebbe coltivare solo le mele aspre, buone per fare il sidro. Sadie odia gli alberi, la casa affondata nel pantano, i figli sporchi di fango e il marito che si illude di poter domare le leggi della natura. Quando è presa dai fumi dell’alcool odia tutti, anche la piccola, umile, Martha, che si dedica alle faccende di casa. Solo Robert è diverso dagli altri, nonostante i suoi 9 anni Robert comprende i genitore e le loro debolezze come un adulto, senza giudicare.
Sarà lui il primo a capire che bisogna scappare via da quel posto al più presto, cercare la terra fertile, andare verso Ovest, verso l’oceano. Lasciata la Palude Nera, Tracy Chevalier, l’autrice conosciuta per il suo capolavoro La ragazza con l’orecchino di perla, racconta le avventure del giovane Robert in fuga dal suo passato, tra stalle, fattorie, miniere e fiumi che trasportano pepite d’oro. La violenza e l’odio con cui è cresciuto non hanno scalfito la sua naturale gentilezza d’animo. Robert è una “strana creatura” che viaggia senza sosta per l’America, sempre mosso dal grande amore per gli alberi che gli ha trasmesso suo padre.
Alla ricerca del terreno più fertile, scopre che in California esistono degli alberi giganteschi, dai tronchi grossi come palazzi: sono le sequoie giganti. È all’ombra di queste maestose creature che Robert troverà finalmente la sua strada. Una strada che alla fine, inevitabilmente, lo porterà verso le sue radici.

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Conosci l'autore

Tracy Chevalier

1962, Washington

Nel 1984 si è trasferita in Inghilterra, dove ha lavorato come editor fino al 1993. Il suo primo romanzo è La Vergine azzurra (Neri Pozza, 2005). Con La ragazza con l'orecchino di perla (Neri Pozza, 2000) ha ottenuto, nei numerosi paesi in cui il libro è apparso, un grandissimo successo di pubblico e di critica. Sempre Neri Pozza pubblica i romanzi successivi: Quando cadono gli angeli (2002), La dama e l'unicorno (2003), L'innocenza (2007), Strane creature (2009), L'ultima fuggitiva (2013), I frutti del vento (2016) e La ricamatrice di Winchester (2020). Pubblica anche un'antologia di scrittrici tradotte in tutto il mondo, curata in occasione del bicentenario di Charlotte Brontë: Lettore, lo sposai (Neri Pozza, 2016).

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