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Antonio Bruno

Curatore: F. Sgroi
Editore: Novecento
Anno edizione: 1990
Pagine: 105 p.
  • EAN: 9788837301071
POE, EDGAR ALLAN, Il corvo

BRUNO, ANTONIO, Fuochi di Bengala

AA.VV., Pirandello caricaturista, in 'Rivista di studi pirandelliani', VII, n.3
recensione di Onofri, M., L'Indice 1990, n. 8

Nel discorso su Giovanni Verga tenuto alla Reale Accademia d'Italia il 3 dicembre 1931 Luigi Pirandello osservava: "Due tipi umani, che forse ogni popolo esprime dal suo ceppo: i costruttori e i riadattatori, gli spiriti necessari e gli esseri di lusso, gli uni dotati d'uno stile di cose, gli altri d'uno stile di parole; due grandi famiglie o categorie di uomini che vivono contemporanei in seno a ogni nazione, sono in Italia, forse più che altrove, ben distinte e facilmente individuabili". E dopo aver delineato, lungo tutto il cammino della nostra storia, una netta contrapposizione fra Dante, Machiavelli, Manzoni, Verga, scrittori di cose, e Petrarca, Guicciardini, Monti, D'Annunzio, scrittori di parole, aggiungeva: "Se pensiamo che Dante muore in esilio e il Petrarca è incoronato in Campidoglio ..., che il Leopardi passa di vita quasi ignorato, quando si sa a quali venturosi onori pervenne il Monti, dobbiamo convenire che in questa nostra Italia d'immaginazioni storiche, di prodigiosa ricchezza in dolcissime e forti e piene sonorità verbali ... ha più diritto di cittadinanza chi sa dire più parole che cose". Ma, continuava Pirandello, chi riesce nello sforzo lucido di disegnare la dura sagoma delle cose non può che resistere al tempo: "A Dante, sempre si ritorna. Si ritorna a Machiavelli. Si ritorna al Leopardi e al Manzoni. E si ritorna a Giovanni Verga".
Prendeva così consistenza un 'topos' destinato, nella sua severa schematicità, a larga fortuna nella nostra storia letteraria, ogni volta che, nelle appassionate letture di De Sanctis e Gramsci, Lukàcs e Brecht, o sulla spinta di urgenze politiche e sociali, tornerà in primo piano la questione del realismo. Ma trovava anche rigorosa formulazione un mito che avrà grande diffusione nella cultura siciliana del Novecento, grazie anche a quella rete di silenziose complicità, generosi sodalizi, fragorose rivalità, sordi rancori, che legò molti scrittori isolani nelle vivaci battaglie letterarie dei primi decenni del secolo; un. mito che, in questo discorso, si coniugava all'immagine di una Sicilia, poi tanto familiare agli odierni lettori di Brancati, Sciascia, Bufalino e Consolo, chiusa nelle sue passioni originali e sospettose, assediata da un mare aperto ma crudele e avaro: il mito di un Verga uomo di cose prima ancora che scrittore di cose, di forte e nuda virtù, di lunghi silenzi, di abitudini essenziali, di risentita moralità.
A questa immagine del Verga si oppose presto, per necessaria dialettica, l'antimito siciliano dell'uomo altisonante, scialacquatore della propria firma, dalle abitudini trasgressive, fanatico sostenitore dell'ultima moda letteraria, sempre pronto ad esibirsi sul balcone della vita: un antimito più e più volte declinato. Ad incarnarlo per primo sarebbe stato Mario Rapisardi, concittadino del Verga, ma, a differenza di questi, riverito dai catanesi come vera gloria nazionale, autore del sonante e blasfemo "Lucifero", cantore delle magnifiche sorti progressive dell'umanità, fiero avversario del Carducci da cui si sentì ingiustamente detronato. A celebrare anzitempo la parodica deificazione di Rapisardi, una sorta di figurativa "apokolokyntosis", era stato proprio il giovane Pirandello, in forma privatissima, con una serie di caricature schizzate a margine in una copia delle "Elegie" del vate, come a liberarsi del "rapisardismo" dei suoi esordi poetici: lo scopriamo solo oggi nell'ultimo numero della "Rivista di studi pirandelliani". Sono disegni di grande godibilità, umoristici commenti a fronte del capto a gola spiegata, nei quali, al ritmo di prodigiose metamorfosi "il grande Lucifero", come nota Macchia, si ritrova nelle modeste vesti di "un onesto professore che parlava d'amore senza accorgersi del ridicolo in cui cadeva".
L'inumazione di Rapisardi, benché nei solitari modi di un Pirandello precocissimo, era ormai un fatto certo. Il passo successivo sarà il pubblico dileggio. Si legga quanto scrive Brancati su "Il Popolo di Roma" del 16 marzo 1940: "Rapisardi riempi di sé la vita catanese. Era piccolo di figura, ma rumoroso ... Nelle chiare giornate d'Aprile, egli percorreva il corso sotto un parapioggia nero, e si può dire che il sole di primavera non sia mai riuscito a dorargli la faccia. Questo 'pudore della luce' è l'unico atto di modestia che il poeta abbia compiuto nei riguardi di tutto ciò che rende più visibile la nostra persona. Nel resto, gli piacque alzare la voce, accusare, ed essere difeso; e anche le cose che amò veramente, le amò a voce alta". Anche Sciascia, in un saggio del '60 dedicato a Verga del '60, riservò al Rapisardi parole acuminate. Ma, a mostrare le tante maschere che assunse il mito siciliano dell'anti-Verga, vale la pena di rileggere un suo giudizio su Federico De Maria, poeta di alata eloquenza dai trascorsi futuristi: "tutta Palermo ne riconosceva il genio e ne amava la figura: tra rapisardiana e dannunziana, così come chi non ha senso della poesia immagina debba essere un poeta. Noi conoscevamo già - inevitabilmente - i suoi versi. Ma pare che il meglio di sé lo desse nel preparare una caponata".
Patì sorte simile a quella di Rapisardi e De Maria Antonio Bruno, di cui si ripubblicano "Fuochi di bengala" (1917) e l'impareggiabile traduzione de "Il corvo di Poe" (1932), che bruciò la sua vita in così bizzarre consuetudini da suscitare nella memoria di chi lo conobbe il borgesiano sospetto che non fosse mai effettivamente vissuto. Nel '54, infatti, Giuseppe Villaroel così scriveva: "Antonio Bruno esistette veramente e fu mio irriducibile nemico": e, a dare indelebile prova, si accingeva a tracciarne, tra i tanti certo non magnanimi, il più spietato ed ingiusto ritratto: quello di un letterato malinconioso, dannunziano fin nelle midolle, ossessionato dalle proprie fisiche deformità, celate da giubbe ampie e scolanti, da calzoni di vasto giro e di perfetta riga, tagliati dai migliori sarti; un uomo in perenne disposizione di malvagità verso chi, come il Villaroel, godeva di grande fortuna in amore, uno squilibrato che passò gli ultimi drammatici anni della sua vita convinto di dialogare con la Madonna, banditore di un nuovo gnosticismo.
Ma, se l'eccentrica biografia di Bruno, specie nell'immagine che dai detrattori ci è stata tramandata, sembra andare nella direzione di quel rapisardismo etico che abbiamo delineato, la sostanza della sua vicenda intellettuale ci pare ben altra. Egli, infatti, fu un personaggio di primo piano nella Catania del vecchio Verga, degli anziani De Roberto e Guglielmino, dei coetanei Centorbi e Villaroel, del giovane Aniante, dei giovanissimi Patti e Brancati, che lo ritrasse caricaturalmente nell'Antonio Bruners del suo acerbo "Amico del vincitore"(1932). Come informa Sgroi nel saggio in appendice ai "Fuochi", Bruno fu instancabile: formatosi nella Firenze di "Lacerba" e delle "Giubbe rosse" nel '15 fondò a Catania la rivista "Pickwick" che De Robertis su "La Voce" giudicò come l'unica rivista "degna di considerazione uscita in Italia in questi ultimi tempi", sulla quale scrissero Franchi e Titta Rosa, Onofri e Soffici; traduttore finissimo di Baudelaire (anche sul "Corriere di Sicilia" dal '14 al '27), Laforgue e Mallarmé, critico acuto (nel '27 sul "Corriere" coglieva tutta l'importanza di Proust), fu anche polemista gagliardo e icastico, come attesta "Un bel poeta di provincia" (1921) ove, nella persona del Villaroel, veniva processato, con grande lucidità, non solo il provincialismo etneo, ma anche quello italiano.
Della qualità di poeta e prosatore del Bruno fa fede questo "Fuochi di bengala", che accorpa, in italiano e in francese, versi, note di diario, impressioni di viaggio, considerazioni sulle arti, con ardimento futurista, tra spericolatezze tipografiche e pirotecnica paroliberistica. Si tratta certo di un libro figlio di quell'Italia che dall'avventura libica era sprofondata nel conflitto mondiale, di quell'Italia di italiani che avevano tenuto in gran conto i Guido da Verona e i Marinetti, che avevano imitato l'inimitabile D'Annunzio. Ma, come notava lo stesso Settimelli nella razzo-prefazione, al futurismo del Bruno si opponeva fieramente il suo buon gusto, di intellettuale decadente, aggiungiamo, che venerava sopra tutti Verga. Lo stesso Verga, del resto, gli aveva preconizzato il molto che avrebbe potuto dare "senza gli acrobatismi futuristi", di cui non aveva bisogno perché il futuro era già in lui.
Bruno ne era perfettamente consapevole: "Così - per guarirmi - un tempo mi sforzai di seguire i futuristi di Milano ... Ma il mio passato fu sempre con me - camicia di Nesso intessuta di fiori appassiti, di venerdì santi, di profumi evocatori, di fiale, di trini, e di evanescenze": un passato che di continuo si sporge sui crepacci e le fenditure di alcune belle pagine, affacciato sul futuro della migliore prosa d'arte. Ma l'ossessione centrale che tutte queste pagine governa è quella della donna, che, pur se talvolta in panni esotici, logori e stinti, "della belle dame sans merci", conferisce la luce di un'ebbra e dolce infelicità, una luce spesso all'acetilene di una radente, formidabile ironia: "M'accorgo con disgusto di pigliarmi sul serio. Un intellettuale fra i più avanguardia di Catania, che ha pagato fra i primi l'abbonamento a Pickwick, chiedeva qualche giorno fa chi di noi si celava col pseudonimo Stefano Mallarmè".