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recensione di Pasero, N., L'Indice 1990, n. 7

Per fuoriuscire dal mondo i percorsi sono notoriamente obbligati: li si potrebbe ridurre alle due forme primarie d'annullamento: del soggetto, la morte fisica e quella mentale, se non vi si aggiungesse, per il nostro conforto, l'infinita produzione di mondi alternativi da parte della cultura. In questi tre ambiti si muove il volume di Segre, che alla metodologia semiotico-letteraria normalmente frequentata dall'autore intreccia ora considerazioni più decisamente antropologico-culturali: perché quanto sta oltre la morte, e oltre la comune razionalità, ha sempre rappresentato uno stimolo per l'immaginazione umana, e quindi anche per il suo riversarsi in letteratura. Di qui le innumerevoli raffigurazioni testuali dell'aldilà (esempio canonico: la "Commedia") e dell'alienazione mentale (il "Furioso"), come pure le infinite speculazioni sugli universi possibili; Ma in ognuno di questi casi - secondo la tesi portante del volume - nella dialettica fra realtà e costruzioni immaginarie, ad essa variamente alternative, la fa da padrone il primo elemento: nel senso che la pensabilità dell'altro da noi è necessariamente condizionata dalla pensabilità, e dall'esperienza, del mondo in cui volta per volta viviamo.
Il volume è articolato in due parti: alla prima competono vari contributi alla "semiotica dell'aldilà ", qual è deducibile dai testi d'epoca classica e medievale, con al centro, non a caso, appunto la "Commedia"; la sua novità rispetto ai precedenti è individuata da Segre nella "ferma inchiavardatura" fra mondo e oltremondo con cui Dante introduce la storia immanente dell'uomo nella riflessione tradizionale sull'oltre tomba. Viceversa, esempi a noi più vicini nel tempo (Ernesto Sàbato, Morselli) testimoniano della vischiosità del modello ultramondano, adattabile si alle esigenze espressive della sensibilità moderna, ma tetragono ai tentativi di svincolarlo dalla dimensione ontologica su cui inevitabilmente si fonda. La seconda parte del volume investiga la raffigurazione letteraria d'un altro modo d'essere "fuori del mondo", spaziando dall'analisi delle immagini della follia nei testi medievali a quella del cervantino "Licenciado Vidriera" e della sua schizofrenia; passando per due noti episodi ariosteschi (dal "Furioso" e dalle "Satire"), che intrecciano al tema della follia la presenza della luna; e chiudendo su una serrata indagine delle implicazioni logico-linguistiche del "Witz" freudiano. Il filo che lega i contributi anche di questa seconda parte è fissare alcuni punti storici sulle concezioni della pazzia come si sono sviluppate nel tempo, sempre tenendo presente la tipologia dei modelli realizzati, in alternativa con quelli della vita comune".
Segre insiste molto su questa "ossessione dei modelli" a cui l'umanità, nelle sua attività immaginativa, soggiace in ogni epoca: un'ossessione che le impedisce di oltrepassare dei limiti strutturali, storicamente determinati. Per usare le sue parole, in sintesi estrema, "l'invenzione [opera]all'interno di schemi mentali preesistenti, schemi in cui si combinano strutture categoriali e modelli storici". La formula è, come d'abitudine nell'autore, lucida e perspicua e si potrebbe partire da qui per riproporre il problema - accantonato dalle moderne "scienze della letteratura", ma non per questo risolto - dei modi e delle misure in cui, nelle varie epoche, tale "determinatezza" dell'immaginario procede dalla materialità e dalla socialità dell'agire umano.