Gente di Bogotà (1954-55)

Gabriel García Márquez

Traduttore: A. Morino
Curatore: J. Gilard
Editore: Mondadori
Anno edizione: 1999
Formato: Tascabile
In commercio dal: 2 febbraio 2000
Pagine: 812 p.
  • EAN: 9788804473398
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recensioni di Martinetto, V. L'Indice del 1999, n. 04

In una famosa conversazione tenuta con l'amico Plinio Mendoza nel 1982, all'indomani del premio Nobel, Gabriel García Márquez confessava come in lui il giornalista e lo scrittore non avessero mai cessato di coesistere: "La mia vocazione è raccontare storie. E non c'è nessuno dei miei romanzi che non abbia una base nel reportage, nella realtà". Che in America Latina gli artisti abbiano dovuto inventare molto poco e che, anzi, il loro problema sia stato piuttosto quello di rendere credibile la loro realtà, è anche questo un concetto su cui lo scrittore colombiano ha più volte insistito per chiarire quanto di reale ci fosse nel suo realismo magico e come le sue storie non nascessero mai da un'idea o da un concetto e nemmeno dalla fantasia, ma sempre da un'immagine del reale depositatasi nella sua mente fino a germogliare in una trasfigurazione poetica capace di generare romanzi iperbolici come Cent'anni di solitudine.

È quindi comprensibile l'immane sforzo editoriale di raccogliere in più volumi - corredati dall'altrettanto massiccio apparato introduttivo di Jacques Gilard - l'opera giornalistica di Márquez. Il pretesto per fare dello scrittore colombiano un monumento dev'essere stato offerto proprio dal premio Nobel, ed è infatti a partire dal 1982 che, con cura filologica quasi maniacale, Jacques Gilard ha rintracciato reportage, articoli d'opinione, brevi pezzi di colore, recensioni e inchieste, usciti sui quotidiani colombiani con cui Márquez collaborò in gioventù.

Di tale lavoro, in Italia, erano già usciti da Mondadori due volumi: Taccuino di cinque anni. 1980-1984 e Scritti costieri. 1948-1952, rispettivamente nel 1994 e nel 1996. In verità il primo non fa parte di quella serie raccolta in spagnolo sotto il titolo generale di Obra periodística, perché riunisce pezzi decisamente più recenti. Il primo volume della serie è, di fatto, Scritti costieri, e Gente di Bogotá. 1954-1955, che qui recensiamo, ne è il secondo, mentre si annuncia già il terzo, dal titolo De Europa y de América. 1960. Il criterio guida seguito da Jacques Gilard nella raccolta in volume dei brani giornalistici è cronologico, sì, ma anche topografico, e solo in ultima istanza tematico. Gli Scritti costieri, infatti, raccolgono le primissime collaborazioni giornalistiche di Gabriel García Márquez - di cui la data 9 aprile 1948 sigla ufficialmente l'inizio - con i giornali della Costa Atlantica, soprattutto di Barranquilla; Gente di Bogotá riunisce invece i brani scritti dal giovane redattore e opinionista, una volta trasferitosi nella capitale, per il quotidiano "El Espectador", che lo assunse in pianta stabile come redattore. Se in precedenza erano prevalsi i pezzi d'opinione, adesso vengono affidate al giovane recensioni cinematografiche e reportage, che in misura più o meno uguale occupano le settecento pagine di questo secondo volume.

Una premessa è d'obbligo per riguardo agli appassionati di Gabriel García Márquez che si accingeranno a comprare l'ingente volume appena uscito: non pensino di ritrovare in questi, come già nei testi giornalistici usciti in precedenza, la genialità e la maestria cui i romanzi dello scrittore colombiano ci hanno abituati. Ne resterebbero altrimenti alquanto delusi. Tuttavia credo che, non solo allo studioso - per il quale quest'opera, per così dire, di archeologia, sarà estremamente utile -, ma anche al lettore curioso, la sua scrittura giornalistica, per acerba che sia, potrà riservare qualche sorpresa.

Gli articoli che destano maggiore perplessità, ed è lo stesso Gilard a sottolinearlo ("nella stragrande maggioranza dei casi essi presentano una lentezza o una superficialità, una serietà o una frivolezza che nulla hanno a che vedere con lo stile abituale di García Márquez"), sono quelli dedicati al cinema, dove il futuro scrittore rivela uno slancio e una passione forse non ancora supportati da approfondite conoscenze. Non si può negare che saltino agli occhi le contraddizioni, come quella di lodare incondizionatamente il neorealismo italiano, Zavattini in particolare, e poco più tardi di annunciare la decadenza del nostro cinema prima di valutare attentamente le prime prove di Antonioni o di Fellini; gli abbagli e le posizioni sconcertanti, come quelle di ricercare nel cinema qualcosa di "umano" o di "simile alla vita" - ovvero qualcosa che non è propriamente cinematografico -, di demolire un film riuscito come Sabrina ("commedia da quattro soldi e imperdonabile") o di rifiutare il cinemascope come tecnicismo riduttivo per l'espressione artistica, solo per ostilità nei confronti delle produzioni commerciali hollywoodiane per lui sinonimo di propaganda imperialista.

Bisogna tuttavia in gran parte attribuire i difetti di queste recensioni ai limiti oggettivi entro i quali Gabriel García Márquez fu costretto a muoversi e, più in generale, alla dipendenza tecnologica e culturale della Colombia, che rendeva molto remota la nascita di un cinema nazionale cui il giovane cinefilo aspirava. L'estremo didatticismo e ideologismo di alcune recensioni, volte alla formazione di un pubblico più vasto e più sensibile, gli valsero critiche furibonde dei gestori delle sale cinematografiche, i quali vedevano stroncata la metà dei film statunitensi in cartellone.

Più interessanti per la forma, il taglio e le opinioni che ne emergono, sono i reportage e le inchieste. Che parlino di problemi sociali di scottante attualità, di personaggi singolari o di sensazionali notizie di cronaca, questi pezzi rivelano una maggiore attenzione alla riuscita formale, vale a dire a un equilibrio fra la necessità di esporre con precisione i fatti e di riferire come siano andate veramente le cose, e il nascente desiderio di elaborarli che tradiva quelle preoccupazioni letterarie che il lavoro giornalistico contribuì a rendere più consapevoli.

Bisogna ricordare che risalgono a questi anni le letture di Hemingway, Faulkner e Camus, e che proprio nel 1954 Márquez aveva vinto il primo premio al Concorso nazionale del racconto. Quando poi, nel 1955, uscì il suo primo romanzo, Foglie morte (Mondadori, 1986), questo venne così annunciato su "El Espectador": "Se il romanzo di García Márquez è come i suoi reportage sarà senza dubbio eccellente". Si capisce quindi la gratitudine dello scrittore per quei diciotto mesi di tirocinio alla scrittura vissuti a Bogotà. Infatti, grazie alla fama acquisita come reporter, venne inviato in Europa, viaggio in un certo senso benefico, dato che gli permise di allargare i suoi orizzonti al di là del giornalismo. E tuttavia, a guardar bene, tale esperienza non è mai venuta meno, al punto che nell'ultimo decennio, con ritmo biennale, da Le avventure di Miguel Littín in Cile (1986; Mondadori, 1996) a Notizia di un sequestro (1996; Mondadori, 1996), Márquez ha alternato romanzi veri e propri a romanzi inchiesta, confermando la sua doppia vocazione di scrittore e di giornalista.


La recensione di Ibs.

"L'urgenza di scrivere ogni giorno, per 365 giorni, costringe i commentatori a dimenticare che, a forza di risolvere quotidianamente il problema dell'indomani, arriverà un ultimo giorno in cui il problema dell'indomani sarà ormai il problema dell'anno dopo. Un problema che non c'è motivo di cominciare a risolvere con così inutile e azzardato anticipo."

Il più facile errore in cui può incorrere il lettore di questo Gente di Bogotá, una consistente raccolta di scritti giornalistici di Gabríel García Márquez del periodo 1954-1955, è il compiere una assillante ricerca dei temi che saranno propri di Gabríel García Márquez scrittore. Se, come si suggerisce nella ricca prefazione di Gilard, è possibile già intravedere tematiche successive, è altrettanto possibile godere delle capacità di cronista, di giornalista di questo autore. Ampio spazio nella raccolta è dato alle critiche cinematografiche che in modo continuativo vennero scritte per "El Espectator" e che rappresentano forse l'aspetto meno conosciuto in Italia dell'attività dello scrittore colombiano. Anche se queste recensioni non paiono dimostrare una grande competenza tecnica, l'interesse nasce da alcuni elementi: la volontà "politica" di favorire la nascita di una cinematografia nazionale, l'interesse particolare dimostrato per i registi e la produzione italiana dell'epoca, il rifiuto della cultura hollywoodiana sia per quanto riguarda la tecnica narrativa che la poetica che la sottende.

Una cinematografia nazionale significa, in quegli anni, l'affermazione di una identità culturale, e nel tempo stesso l'orgoglio per quanto la cultura latino-americana era in grado di affermare a livello internazionale. Nulla, più del cinema, sembra anticipare il concetto di globalizzazione culturale, o di "grande villaggio", neppure la letteratura, in quanto non fruita così vistosamente dalle masse popolari, né così facilmente esportabile da una parte all'altra del mondo. Non è un caso infatti che vengano recensiti film europei, nordamericani e non solo sudamericani, senza ostacoli di comunicazione con lo spettatore colombiano. Se non sempre il "fiuto critico" di García Márquez appare condivisibile, soprattutto perché tende a liquidare con un aggettivo la parte più prettamente filmica del prodotto, l'interesse è notevole per quanto riguarda il suo giudizio nei confronti dei contenuti o delle emozioni che i film propongono al pubblico. Di certo molto amato è il periodo del neorealismo italiano: la sensibilità politica già così evidente, i protagonisti estranei al divismo dominante, la verità fotografata e offerta senza pietà agli spettatori hanno di certo affascinato il giovane giornalista. Mi soffermerei però sull'analisi da lui compiuta del film-culto di Vittorio De Sica, Miracolo a Milano. Qui si mescolano, si fondono due elementi, il realismo della marginalità dei barboni, degli esclusi, delle baracche periferiche, e la magia, la favola, il sogno salvifico. Proprio ciò che molta critica considera, pur nell'ammirazione davanti al genio del regista, quasi un tradimento sentimentale, viene invece visto come perfezione narrativa in quanto capace (dalla perfetta sintesi di tutta la letteratura fantastica) di narrare con eccezionale "forza umana" una storia di "cruda miseria" e di "sogno incredibile". La passione espressa nella recensione mostra una totale sintonia tra esperienza estetica ed etica del regista e dello sceneggiatore del film e del recensore stesso.

Il terzo aspetto di questa produzione giornalistica riguarda l'atteggiamento dei confronti del cinema di Hollywood. Viene criticato sia l'utilizzo costante del personaggio-divo, il primo piano che esclude ciò che circonda il protagonista, la minor cura del particolare, della "cornice", sia la tesi "colonialistica", di "americani portatori di verità e di libertà" che tanta produzione dell'epoca propina.

Ma sono i réportages, le cronache, le biografie di campioni sportivi, le pagine più affascinanti da leggere in questo volume. Durezza e crudezza nella descrizione delle condizioni di vita di un popolo addestrato alla miseria, abituato alla pazienza, alla sopportazione di eventi naturali catastrofici e a malversazioni storiche, sensibilità nell'"entrare nel personaggio", nel parlare con la sua voce e con il suo cuore, nell'interpretare i sogni, le aspirazioni, le delusioni, le meschinità e le grandezze di un uomo qualsiasi che sa raggiungere quelle vittorie che gli permettono di uscire dalla povertà e dall'anonimato. È questo il Gabríel García Márquez che vale la pena leggere per sé, in quanto grande giornalista, non solo in quanto premonizione di grande scrittore. E se il giovane cronista, alle prime esperienze di scrittore, era stato invitato a fare maggiore affidamento sulle sue doti giornalistiche più che a quelle di narratore, e se pur siamo grati che questo invito non sia stato accolto (in quanto la lettura di opere quali Cent'anni di solitudine resta fondamentale nella formazione culturale e affettiva di molti di noi) ugualmente capiamo l'ammirazione di chi leggeva pagine come quelle relative ad esempio alla Catastrofe di Antioquia.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del libro:

Febbraio 1954

"EL CINE A BOGOTA"
Prime della settimana

"El fruto verde" La sezione cinematografica della Mostra francese ha presentato nelle sale Gogador e San Carlos il secondo premiato del festival: El fruto verde (Il frutto proibito), con Fernandel, Françoise Arnoul e Claude Nollier, basato su uno dei romanzi non polizieschi di Simenon: Lettera ai miei giudici.
Un'eccellente accoppiata di regia e fotografia è la caratteristica tecnica più notevole di questo bel film, in cui si raccontano i conflitti sentimentali di un medico di campagna, timido e buono come il pane, che a quarantacinque anni di età e innocenza si impegola con un'amante giovane, esperta e calcolatrice, l'esatto contrario della sua seria e metodica moglie.
C'è qualcosa della personalità di don Camillo in questo medico di un villaggio francese i cui abitanti - come quelli di ogni villaggio del mondo - hanno qualcosa in comune con gli indimenticabili elettori di don Peppone. Tuttavia, le situazioni che Fernandel affronta nelle vesti del medico sono molto diverse da quelle di Fernandel nelle vesti di un prete di paese, e il risultato è un dramma fortemente umano, una tragedia palpitante di vita in cui talvolta possiamo cogliere un acre e autentico sapore chapliniano.
La schiacciante personalità di Fernandel non riesce a eclissare la graziosa e intelligente Françoise Arnoul, che è per l'appunto "il frutto proibito" che il buon medico addenta per caso e a causa del quale perde il suo paradiso fatto di tranquillo e abitudinario candore provinciale. Claude Nollier, nei panni della moglie del dottore, offre un'interpretazione ammirevole di un personaggio che, più che una donna, è una prova vivente di ordine, efficienza e dignità.
Tre personaggi simbolici in un film esemplare della cinematografia francese.

"El rata"

La 20th Century Fox sta presentando nelle sale Colombia e María Luisa un film, con sceneggiatura e regia di Samuel Fuller, che sembra girato esclusivamente per dimostrare che negli Stati Uniti persino i ladri della peggior risma sono patrioti e, soprattutto, anticomunisti. Si tratta di El rata<(i> (Mano pericolosa), con Richard Widmark, Jean Peters e Thelma Ritter.
Il film ha un merito notevole: è cinematografico dalla prima scena all'ultima. Ma specialmente nella prima, dove un obiettivo utilizzato benissimo spiega, senza l'aiuto di elementi che non siano le pure immagini, come mani abili sanno sottrarre un protafoglio anche sotto il naso dei poliziotti.
Richard Widmark recita con una straordinaria spontaneità che talvolta, a forza di essere sistematica, non assomiglia in nulla alla vita, ed è quanto mai tipica di quel discutibile realismo più tecnico che umano inventato dagli statunitensi. Jean Peters ce la mette tutta nel ruolo di una ragazza volgare dalla cotta facile, e tuttavia non riesce a convincere. Per poco, Thelma Ritter non si è portata via tutti gli onori del film, se non gliel'avessero impedito certe inutili esagerazioni nella caratterizzazione di una delatrice di malviventi. Esagerazioni di cui è responsabile una regia affettata e retorica, che si è risolta in un film come tanti altri, con banditi patriottici e sentimentali e poliziotti stupidi.

Due film polizieschi

Due vecchi film polizieschi sono stati riportati in auge questa settimana: Testimonio de una amante (Squadra omicidi), con Edward G. Robinson e Paulette Godard, alla sala Apolo, e El veredicto (La morte viene da Scotland Yard), con Sidney Greenstreet e Peter Lorre, alla sala California.
Il primo racconta minuziosamente una giornata lavorativa di un capitano della polizia, interpretato con la consueta disinvoltura da Edward G. Robinson, il cui unico svantaggio come attore sembra essere la radicale e irriconciliabile divisione del pubblico nei suoi confronti: i fedeli ammiratori e i fedeli avversari. Nello stesso stile di Detective Story (Pietà per i giusti), in Squadra omicidi si intrecciano diversi temi molto ben sviluppati e molto ben risolti da una regia agile e intelligente. La sceneggiatura di Squadra omicidi è di certo la cosa migliore di questa eccellente produzione.

Quanto a La morte viene da Scotland Yard, vi si rappresenta, con tutti i rischi di deludere il pubblico al momento della soluzione - pericolo comune alla letteratura e al cinema polizieschi -, l'eterno problema del delitto commesso in una camera chiusa dall'interno. Ci sono due spiegazioni, entrambe accettabilissime, che insieme agli altri elementi, tutti ben coordinati, fanno di La morte viene da Scotland Yard un buon film poliziesco.