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E Gesù diventò Dio. L'esaltazione di un predicatore ebreo della Galilea. Ediz. integrale - Bart D. Ehrman - copertina

E Gesù diventò Dio. L'esaltazione di un predicatore ebreo della Galilea. Ediz. integrale

Bart D. Ehrman

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Traduttore: Michele Piumini
Editore: Nessun dogma
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 23 novembre 2017
Pagine: 350 p., Brossura
  • EAN: 9788898602360

nella classifica Bestseller di IBS Libri Religione e spiritualità - Cristianesimo - Vicenda storica di Gesù

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Bart D. Ehrman

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Per tutti i cristiani, Gesù è Dio incarnato. Oggi. I cristiani che leggeranno questo libro resteranno invece sorpresi scoprendo che Gesù, alle origini del cristianesimo, non era affatto considerato Dio. A dimostrarlo sono i vangeli stessi. E non solo. I discepoli non credevano che Gesù fosse Dio. Non lo sosteneva nemmeno lo stesso Gesù. Gesù era un semplice predicatore ebreo di umili origini che, secondo gli apostoli e tre evangelisti, Dio avrebbe esaltato a un rango divino soltanto dopo la sua morte. In seguito, anche questa tesi sarebbe stata considerata eresia. Quanto credono oggi i cristiani è stato accettato dalle Chiese cristiane soltanto dopo diversi secoli. "E Gesù diventò Dio" è un'opera documentatissima. Le tesi che presenta sono le stesse sostenute dai maggiori specialisti del settore: Ehrman, che è a sua volta uno dei più autorevoli studiosi del cristianesimo delle origini, le ha però divulgate in modo fruibile da chiunque. Perché chiunque potrebbe essere interessato a capire come andarono realmente le cose, duemila anni fa in Palestina.
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    massimo

    22/09/2019 08:40:27

    Da leggere assolutamente.Chiaro a differenza di altri eruditi che si citano addosso.

Bart D. Ehrman insegna all’Università della Carolina del Nord ed è ormai, a livello mondiale, uno dei più apprezzati e al contempo discussi autori di libri di alta divulgazione su Gesù e sul cristianesimo antico. Fra gli addetti ai lavori sono noti in particolare diversi studi di critica testuale neotestamentaria condotti sulle orme del suo maestro Bruce Metzger; ma ciò che lo rende un efficace comunicatore è la sua capacità di rispondere a interrogativi cruciali per un pubblico molto più ampio, in una maniera estremamente chiara e diretta. Come avviene non di rado fra gli scrittori di area anglofona, anche in Ehrman l’aspetto autobiografico non rimane trattenuto nella penna, ma emerge spesso fra le pagine dei suoi libri, o addirittura ne diventa il filo conduttore. Ehrman infatti era un cristiano evangelico “rinato” e in gioventù si era avvicinato agli studi biblici nella convinzione che le Scritture fossero completamente ispirate, veritiere e prive di errori; ma proprio quegli stessi studi lo hanno progressivamente convinto del contrario, conducendolo a una posizione religiosa agnostica. Pertanto se alcuni dei suoi libri mantengono uno stile puramente accademico altri, quelli dedicati al grande pubblico, non rinunciano a esporre i motivi del suo ripensamento, sortendo l’effetto di collegare sempre, più o meno esplicitamente, ogni sua affermazione di carattere storico o filologico a una sua conseguente presa di posizione in ambito religioso. In genere tali risposte non si trovano nei libri dei suoi colleghi: sia ciò un bene o sia un male, è questa, probabilmente, la ragione del suo grande successo.

In un libro da poco pubblicato da?una piccola ma agguerrita casa editri-?ce dal nome inequivocabile, E Gesù?diventò Dio. L’esaltazione di un pre-?dicatore ebreo della Galilea (pp. 350,?€ 20, Nessun dogma, Roma 2017),?Ehrman si propone di rispondere?alla seguente domanda: i discepoli di?Gesù consideravano fin da principio?che il loro maestro fosse un dio? La?risposta non è decisamente negativa,?ma sfaccettata. Anzitutto Ehrman?identifica due modalità di possibi-?le incrocio fra umano e divino nel?mondo antico: una divinizzazione?umana per adozione o esaltazione, o?una umanizzazione per incarnazione.?Nel mondo greco-romano entrambe queste possibilità erano contemplate e le antiche mitologie pullulavano di uomini divinizzati o di dèi temporaneamente incarnati in uomini. L’autore identifica anche tradizioni ebraiche in cui si ammetteva la possibilità che gli angeli potessero prendere forma di uomo o addirittura che certi individui potessero fregiarsi della qualificazione di “dio”. Quanto a Gesù, Ehrman aderisce alla corrente interpretativa che fa di lui un predicatore apocalittico in attesa dell’imminente venuta di Dio sulla terra per instaurare il suo regno. Gesù non si sarebbe mai attribuito qualità divine: ciò sarebbe frutto di una rilettura successiva operata da certi suoi seguaci persuasi che egli risuscitò da morte, dopo un’esecuzione infame che avrebbe fallito nel porre fine alla sua predicazione. La nascita e la diffusione dell’idea che fosse risorto da morte fu, secondo l’autore, il punto di partenza del processo di divinizzazione di Gesù. Sulla possibilità o meno di discutere storicamente dell’evento della risurrezione, per negarla o affermarla, egli è estremamente scettico; ritiene però che vi siano sufficienti elementi per ritenere improbabile la tradizione evangelica secondo cui Gesù sarebbe stato sepolto nella tomba di Giuseppe di Arimatea e, la domenica mattina, quella tomba sia stata trovata vuota.

Le visioni di Gesù da parte di alcuni discepoli, che Ehrman ritiene essere oggetto della predicazione protocristiana fin dai primordi, furono la scintilla che indusse a credere che egli fosse salito al cielo per sedere alla destra del Padre. Fossero esse allucinazioni o vere apparizioni, è opportuno segnalare che portarono a risposte differenziate nella modalità di intendere Cristo quale essere divino. È apprezzabile la chiarezza con cui Ehrman descrive le varie cristologie emerse a partire dai primi scritti dei seguaci di Gesù (le lettere di Paolo) fino alle grandi dispute del V secolo: esse sono figlie, in ultima istanza, di due diverse riflessioni su Gesù, quella che lo interpretava come un uomo esaltato al rango divino e quella che lo riteneva essere un dio sceso in terra in forma umana. Non pare si possa concludere che originariamente esistesse soltanto la prima, con il passar del tempo soppiantata dalla seconda, essendoci prove di coesistenza e contrapposizione di entrambe le cristologie fin dalla seconda metà del I secolo. Seguendo questo filo conduttore diviene facilmente comprensibile anche al non addetto ai lavori il complesso quadro di contrapposizioni fra le diverse scuole cristologiche che caratterizzarono i primi secoli del cristianesimo.

È ovvio che la ricostruzione storica di Ehrman debba confrontarsi con quanto raccontato dai Vangeli e in generale con il materiale che in larga parte è confluito nella raccolta di scritti nota come Nuovo Testamento. Sono sostanzialmente questi i testi che permettono di risalire alle tradizioni più antiche su Gesù e sui suoi primi seguaci, ma in essi si riscontrano differenze narrative e interpretazioni teologiche distinte e talvolta difficilmente conciliabili fra loro. I Vangeli, infatti, sono già essi stessi il risultato di un periodo di riflessioni ed elaborazioni del materiale esistente nei diversi contesti, gruppi e ambienti geografici. Nel libro Prima dei Vangeli. Come i primi cristiani hanno ricordato, manipolato e inventato le storie su Gesù (pp. 271, € 26, Carocci, Roma2017) l’autore si propone di indagare su come le notizie su Gesù siano state trasmesse negli anni fino al momento della scrittura dei Vangeli, che è avvenuta non prima di un quarantennio dallo svolgersi dei fatti. Tutto il volume intende dimostrare l’inattendibilità di alcune assunzioni molto diffuse, specie nel passato, fra gli studiosi di Nuovo Testamento: che i Vangeli sono opera più o meno diretta di testimoni oculari; che in virtù di ciò tali testi sono storicamente credibili anche nei dettagli; che nelle antiche culture orali, avvezze all’esercizio della memoria, la capacità di ricordare era più sviluppata; che per questo le antiche tradizioni potevano tramandarsi nel tempo senza subire modifiche. Ehrman ha un approccio interdisciplinare e cerca di verificare queste affermazioni alla luce della psicologia, della sociologia, dell’antropologia e delle scienze cognitive. I racconti di chi conobbe Gesù poterono passare di bocca in bocca in maniera statica, ripetitiva, fedele e senza reinterpretazioni? In altre parole: è possibile pensare che la memoria su Gesù si sia preservata affidabilmente nei primi decenni di trasmissione orale del suo ricordo? L’autore, che fa riferimento a diversi studi sulla memoria condotti anche fra alcune superstiti popolazioni di cultura orale, parla di una continua rielaborazione, modifica e ricreazione del ricordo, specialmente quando esso è di rilevanza per il gruppo sociale o riveste un valore religioso o tradizionale. Le ricerche sulla memoria individuale dimostrano una buona ma non ottima capacità di ricordare correttamente gli eventi di cui si è stati testimoni o protagonisti, ma evidenziano anche errori e modificazioni, specie in occasione di momenti particolarmente traumatici (come fu, ad esempio, la morte di Gesù per i suoi discepoli). Una particolare importanza rivestono certi ricordi che riguardano gruppi di individui i quali condividono un ricordo in comune: le società in cui viviamo influenzano o addirittura determinano il modo in cui ricordiamo il passato.

Le questioni appena elencate sono certamente tra le più importanti che si possano porre prima di tentare una ricostruzione storica di Gesù e dei suoi discepoli sulla base di testimonianze scritte nate dopo alcuni decenni di trasmissione orale. L’autore fornisce diversi esempi di memoria alterata in merito a certi episodi della vita di Gesù narrati sia dai Vangeli canonici sia dagli apocrifi, identificando in essi distinte e talvolta contraddittorie descrizioni di eventi che appaiono come il frutto di alterazioni di memoria avvenute nel contesto di una catena di testimonianze in continuo cambiamento. È molto utile la distinzione che l’autore opera fra alterazioni di natura volontaria e involontaria; ciò gli permette di non cadere nel grossolano errore di screditare semplicisticamente tutte le fonti, quasi esse derivassero unicamente da un’alterazione volontaria intesa nella mera ottica di una manipolazione censoria o coscientemente perseguita.

Con poche eccezioni – penso, ad esempio, ad alcuni studi di Mauro Pesce e Adriana Destro – è assai raro che gli storici del cristianesimo antico e gli esegeti biblici si interroghino sull’effettivo funzionamento della memoria individuale e collettiva e sui meccanismi di trasmissione delle tradizioni connesse agli eventi religiosi di carattere fondante. Questi temi, però, possono ormai contare su un’ingente quantità di studi psicologici sperimentali.

Un impegno maggiore su questa strada di interdisciplinarità, percorso anche da parte di altri studiosi, non potrebbe che arricchire il panorama fin qui sommariamente descritto. Indipendentemente dai risultati, ben vengano sollecitazioni come quelle di Ehrman che anche questa volta, per i temi trattati e il modo di esporli, non ha deluso le aspettative dei molti suoi affezionati lettori. 

 

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