Il giapponese di Varsavia

Shusaku Endo

Traduttore: T. Tosolini
Editore: EDB
Collana: Lapislazzuli
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 5 aprile 2018
Pagine: 92 p., Brossura
  • EAN: 9788810559253
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente

Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente

Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:
Descrizione

Per ammettere una colpa che lo affligge da tempo e non riesce a raccontare nemmeno al prete in confessionale, un uomo si confida a un merlo indiano perché lo sguardo del volatile è colmo di compassione. Scritto nel 1964 e tra i testi più frequentemente inseriti nelle antologie giapponesi, "Un uomo di quarant'anni" apre questa raccolta di racconti di Shusaku Endo. In "Unzen", pubblicato nel 1965, l'autore introduce la figura dell'apostata Kichijiro, uno dei personaggi centrali del romanzo "Silenzio"; lo scrittore si reca in pellegrinaggio alle sorgenti calde e solforose del monte Unzen, dove molti cristiani del Seicento furono torturati e costretti all'abiura. "Il giapponese di Varsavia", scritto nel 1979, testimonia invece l'interesse di Endo per la figura di Massimiliano Kolbe, il frate polacco, ora santo, che aveva vissuto come missionario in Giappone prima di morire nel campo di sterminio di Auschwitz nel 1941.

€ 8,92

€ 10,50

Risparmi € 1,58 (15%)

Venduto e spedito da IBS

9 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:
 
 
 

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    alida airaghi

    12/04/2018 17:06:01

    L’essere cristiano in Giappone, a confronto con una spiritualità e con cerimonie religiose totalmente diverse dalla propria, condusse Endo a sviluppare una sensibilità particolare, attenta ai temi del peccato e della grazia, della sofferenza e della redenzione, spesso tormentata dal senso di colpa e dal rovello interiore. Ritroviamo tali motivi in questi tre racconti, e in particolare nel primo, che narra la degenza ospedaliera di un quarantenne sottoposto a dolorose operazioni per un cancro all’intestino. L’ambiente asettico della clinica, la reticenza del personale, il costante enigmatico sorriso della moglie, l‘imbarazzo dei parenti in visita avvolgono il malato in un’atmosfera di sospesa finzione, e di aspettativa di un esito in qualche modo rivelatore. Suguro è paralizzato non solo dalla malattia, ma soprattutto per la consapevolezza di una colpa commessa in passato, mai ammessa nemmeno in confessione, da tutti conosciuta e taciuta, che egli sente di poter condividere solo con lo sguardo umano e comprensivo del merlo indiano chiuso in gabbia nella sua stanza di moribondo. Nel secondo brano del 1965, il protagonista compie un pellegrinaggio turistico alle sorgenti solforose del monte Unzen, dove molti cristiani erano stati torturati e poi bruciati vivi, mentre altri avevano preferito abiurare alla loro fede pur di salvarsi, continuando a vivere però nel rimorso del tradimento e sotto il peso della loro viltà. L’ultimo racconto allude con intenerita ammirazione alla figura del frate polacco Massimiliano Kolbe, martire ad Aushwitz, recuperato inaspettatamente nella memoria di alcuni turisti giapponesi in viaggio di piacere a Varsavia. Kolbe era stato missionario a Nagasaki negli anni ’30; il suo nobile profilo spirituale si impone come un severo ma paterno monito morale a uno dei viaggiatori durante un incontro notturno con una giovane prostituta: quasi un’epifania, a fondere insieme peccato e assoluzione, corpo e anima, sacro e profano.

Scrivi una recensione