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Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1988
Pagine: 207 p.
  • EAN: 9788806113636
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recensione di Marenco, F., L'Indice 1988, n. 8

Uno si immagina la faccia ansiosa di chi, negli uffici dei nostri editori, è addetto alla quarta di copertina - cioè a fissare per il lettore le cose essenziali di un libro - quando si trova di fronte al modo di raccontare della Ramondino: la storia, l'intreccio, la logica dei fatti, il principio e la fine, i protagonisti e le figure minori i luoghi, i tempi della narrazione. Quali saranno mai? Voglio dire: quali saranno quelli veri, o quelli preferibili fra le mille possibilità che ci offrono "Althénopis" (1981), "Storie di patio" (1983), "Taccuino tedesco" (1987) e quest'ultimo "Un giorno e mezzo"? Anche "L'Indice", che va predicando l'aurea regola "in principio era il riassunto", si impunta davanti al labirinto narrativo della Ramondino, e si sottrae al dovere della sintesi, con tante scuse a tutti.
Ricavo l'immagine del labirinto da un'intervista dell'autrice pubblicata sulla "Tageszeitung" del 4 giugno 1988, e noto che nel romanzo si parla di città labirinto, casa labirinto, vite che sono labirinti: dove l'importante non è che ci sia una storia, ma che sia impossibile afferrarne il bandolo. Qui di storie ce ne sono tante ciascuna con il bandolo sfilacciato perduto e ripreso più volte, e tutte sono pari nella loro infinita apertura e dignità, nel rifiuto di dar luogo a una gerarchia del valore e dell'ascolto. Sceglierne una, scegliere Erminia o Costanza o don Giulio, come scegliere Villa Amore o i vicoli o la grotta di Pietro e Lampetella o il basso di donna Pasca, come scegliere oggi o ieri o l'altro ieri, vuol dire decretare un privilegio là dove non c'è, e rompere l'integrità di quel che c'è. Ed è ciò a rendere dannatamente infedele qualsiasi riassunto.
La conferma la troviamo nell'unico passo che possa alludere a un programma, per non dire una sommessa poetica; e che difatti è messo in fondo, in un "Indice-oroscopo" "Come i pesci, i napoletani vivono immersi in una comunità cosmico-sociale e l'individuo si perde nel collettivo". Questo per quanto riguarda le individualità, che ci sono solo in quanto parti di un disegno generale e diseguale, volutamente incompleto: individualità che ne chiamano altre a catena, per intrecciarsi, mescolarsi, integrarsi con esse, in un tutto onnivoro e inseparabile, e che tuttavia non presuppone mai stabilità di rapporti, di conoscenze, di amori. I nomi propri entrano in scena senza retroterra, senza bisogno di segnali distintivi, come se con i personaggi che designano fossimo familiari tutti, e da tempo; la storia di ciascuno sarà eccezionale e ordinaria insieme perché è proprio la sua eccezionalità a consegnarla alla storia di tutti.
Una caratteristica ancora più importante sta nei tempi di questa narrativa: un giorno e mezzo è il titolo, e potrebbe essere un secolo e mezzo o una vita e mezza. Ogni misura è legittima e insieme illusoria, perché ogni evento si porta dietro infinite stratificazioni, apre la porta a significati antichi e nuovissimi, non è fermo in un punto del tempo, ma si muove costantemente e contraddittoriamente in esso. Così non sono rare le storie costruite a rovescio, come quella di Irene, un pezzo di puro virtuosismo che si snoda in due-tre capitoli non dedicati a lei, ma che lei giunge a dominare segretamente: ci capita sotto gli occhi come un nome nel rozzo vocabolario dello scugnizzo Pietro, che cerca una sua fotografia senza trovarla, e solo dopo la scopriamo per il colore dei suoi vestiti, per la serenità della sua morte, per la sua adolescenza di periferia, per il suo impegno civile, per il coraggio con cui voleva, cominciando dal privato, cambiare il mondo.
Le vicende di Irene rifiutano di connettersi in sequenze ordinate, e si manifestano soltanto come biforcazioni di altri percorsi, di altri interessi. Le tante piccole storie si rifiutano di organizzarsi in Storia: non si danno che come digressioni, vissute tutte al diapason del sentimento e della carnalità, ma che sentiamo misteriosamente flebili e come rassegnate alla marginalità, all'insufficienza: prive di un significato unico, prive di un centro. Si tratta di qualità non nuove, dietro le quali sta la lezione più alta del modernismo, che però la Ramondino fa sue non per moda, orecchiando, ma per radicata necessità fino a diventare lei una maestra di stile.
Capiamo allora perché il presente del romanzo, il giorno e mezzo del titolo sia collocato nel settembre del 1969, in pieno apogeo del movimento studentesco, fra editti frettolosamente proclamati e progetti frettolosamente dimenticati. Quel presente non aveva un centro, perché non faceva che negarsi nella continua sospensione fra un passato da riscoprire e un futuro da condizionare. E a noi oggi, al centro del nostro discorso, non può non spalancarsi evidentissimo quel vuoto, il vuoto lasciato dalla parte più vera di un movimento politico, che è la sua progettualità, che è la sua capacità di costruire giorno per giorno. L'ombra lunga del fallimento dell'utopia avvolge e condanna ancora, tra gli altri, quel particolare genere di costruzione che è il romanzo: per questo, a differenza delle più recenti rivisitazioni del Sessantotto, le tante storie di "Un giorno e mezzo" non si lasciano raccontare come una storia sola, regolata dalla facoltà organizzatrice della scrittura; per questo l'affabulazione deve fare a meno dell'intreccio, ed anzi escluderlo in ogni momento; per questo i personaggi, compresi i giovani rivoluzionari, parlano prevalentemente al passato, contano ai loro stessi occhi come passato, e col tempo passato sono descritti.
Per tutti, eccone uno che di rivoluzione non si intende proprio, e che campeggia con la fissità assicurata nel tempo dalla miseria irredenta e senza speranza, quel Pietro che è riconoscibile anche di spalle per "quel suo aspetto inconfondibile di ragazzo del Medio Evo"; è lui a esprimere il massimo del movimento, tipicamente in una frase che riguarda gente già morta: "c'hanno cammen… assaie p'arrivà assaie luntano". L'unico orientamento del tempo che si avverte è quello "lungo" della decadenza, di cui è grande rappresentante il nobile spiantato e sfaticato don Giulio, "corpaccione dalle carni tremolanti infagottato nella vestaglia, stazzonato involucro di desideri stregati, di sfide capricciose, di accanimenti indemoniati..." Nelle pagine stupende del suo sogno di morte, l'inerte don Giulio è attirato in una peripezia infinita, un viaggio senza scopo nel quale non si può fermare.
Così dissolto l'impianto organizzatore, così sfumati i contorni delle psicologie individuali, il racconto si concentra sul momentaneo, sul concreto, sull'organico irriflesso, sulla creatività del linguaggio, correndo il rischio della ridondanza e della stonatura. Ma bisogna dire che mai la Ramondino ci appare fuori misura, per il gusto infallibile nell'uso dei registri metaforici. Ecco un malato "separato da tutti gli altri uomini da quell'oceano che è la malattia", ecco una crisi di emicrania: "Una barca era in balia delle onde e i marinai cercavano di trarla a riva, aggrappati a una cima. Sentiva i loro duri strappi nello stomaco, la corda dopo ogni balzo si allentava torcendosi nella gola..."; ed ecco la bambina Pio Pia che tarda a prendere sonno: "Il colorato pennacchio della gioia e l'elmo lucente del terrore ondeggiano sulla sponda del letto in un torneo di capricci, soprassalti e lamenti finché, sotto un piccolo lume, davanti alla tenda capitana, firmano il trattato notturno e le membra spossate dall'eccitazione si ritirano come stanchi cavalieri nel padiglione del lenzuolo". Sono corde tutte diverse, ma tutte tese al punto giusto.
Credo che questa scrittura possegga una qualità mitica, per la presenza che riesce a stabilire, e l'unione che riesce a suggerire, dell'immediato e del perenne insieme; ma si tratta se mai di una strada diversa da quella percorsa da un Calvino, che sovrappone l'antico al nuovo lasciandoli visibili e separati, perché si confrontino e si arricchiscano a vicenda. La Ramondino non concepisce "operazioni" di alcun genere: in lei il confronto non implica riflessione, e quasi neanche riconoscimento e la ricchezza è già tutta data nella parola, che agisce simultaneamente a più livelli, "come accade nei sogni dove tutto è contro ragione, salvo le parole". Nel sogno di don Giulio la poesia memorizzata è una cosa sola con le vive sensazioni del sonno, e con il paesaggio da sempre familiare: "L'arida pendice del Vesuvio era la schiena di un asino ed egli, diventato un gigante, cavalcava la bestia... non sapeva quale fosse la meta, anzi gli appariva incerta, spaventosa, confusa, perché in essa c'era tutta l'altezza del cielo, ma si profondava anche nella voragine dell'inferno... Cercò di ricordare come continuavano i versi della "Ginestra"... Qui sull'arida schiena / del formidabil monte / sterminator Vesevo...".