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Michael Baxandall

Editore: Jaca Book
Anno edizione: 1994
Pagine: 232 p. , ill.

49 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Storia e archeologia - Storia - Dalla preistoria al presente - Storia moderna: dal 1450-1500 al 1700

  • EAN: 9788816403376

recensione di Collareta, M., L'Indice 1994, n.10

Nel 1971 usciva a Oxford, sesto volume di una prestigiosa collana di storia della cultura, "Giotto and the Orators" di Baxandall. L'autore vi affrontava uno dei luoghi più battuti della storiografia artistica: la pittura italiana del Trecento e del primo Quattrocento. Suo scopo non era però n‚ un "oggettivo" contributo di conoscitore, n‚ una "soggettiva" interpretazione di critico. Era qualcosa di diverso e più complesso: un approccio rigorosamente storico a quella lontana materia, condotto attraverso il recupero delle categorie mentali dei contemporanei. Il proposito, in sé, non poteva dirsi totalmente nuovo. Nuove risultarono però l'individuazione di un fecondo punto di vista (tener conto solo di quanto avevano scritto intorno all'arte gli umanisti) e l'acribia con cui l'indagine venne portata avanti. "Giotto and the Orators" divenne subito un classico. Bene ha fatto dunque la Jaca Book a promuoverne l'edizione anche in Italia, dove Baxandall è già di casa per due altre importanti opere pubblicate da Einaudi ("Pittura ed esperienze sociali nell'Italia del Quattrocento", 1978, e "Scultori in legno del Rinascimento tedesco", 1989).
Il libro parte dal ragionevole presupposto che, non essendo gli umanisti degli studiosi d'arte di professione, le loro categorie vadano ricostruite all'interno dei loro interessi primari. Ora, questi interessi variano dalla grammatica alla poesia, dalla retorica alla teoria politica, ma trovano un loro saldo denominatore comune nell'uso di un latino modellato sui classici. È questa lingua artificiale che costituisce il filtro attraverso cui gli umanisti leggono la realtà. Posti di fronte a un'opera d'arte, essi tendono di fatto a registrare quello che il loro lessico, la loro sintassi, i loro topoi letterari lasciano passare. Nessuno si allarmi. Cicerone e Quintiliano erano stati così attenti alle arti figurative, che il culto loro tributato da parte degli umanisti non ha impedito a questi ultimi di porsi all'origine di tutta quanta la moderna critica e storia dell'arte.
La sensazione di assistere alla nascita e al primo sviluppo di qualcosa di realmente importante non abbandona mai il lettore di "Giotto and the Orators". Ciò è dovuto soprattutto alla sapienza con cui Baxandall riesce a disporre il suo ricco e anche troppo vario materiale entro un tracciato storico di sicuro disegno. La vicenda s'inaugura ad altissimo livello con il Petrarca. Dopo la morte di costui assistiamo a un incredibile accelerarsi e diversificarsi delle tendenze. Se verso la fine del Trecento il "semiumanista" Villani riordina in modo pressoché definitivo la sequenza dei grandi pittori fiorentini della prima metà del secolo, una generazione più tardi il contatto con l'umanesimo bizantino (Crisolora soprattutto) permette al Guarino di formulare nei termini di una raffinata 'ekphrasis' il suo elogio del Pisanello. Non si creda tuttavia che le varianti siano in funzione solo del tempo e dello spazio. Negli stessi anni centrali del Quattrocento, e nello stesso ambiente napoletano, motivi e scopi diversi spingono da un lato il Facio a fornire uno dei più sorprendenti resoconti su un gruppo di artisti viventi, dall'altro il suo grande rivale Valla a prospettare una sorta di "storia dell'arte come storia della civiltà" che non troverà seguito per molto tempo ancora.
È l'Alberti, tuttavia, che costituisce il punto d'arrivo e insieme il reale motore di "Giotto and the Orators". Il "De pictura" affonda le radici in quella stessa cultura retorica che abbiamo visto operare fin qui: la sua forma letteraria, la sua divisione in tre libri, il suo stesso concetto di 'compositio' (brillantemente indagato da Baxandall) non lasciano dubbi. Ma ciò esaurisce davvero il problema, come sembra lasciare intendere l'autore snobbando la traduzione volgare del trattato e la memorabile dedica al Brunelleschi?
Ci permettiamo di avanzare qualche perplessità. Con tutta la sua veste retorica, il "De pictura" continua ad apparirci come il prodotto di un umanesimo molto particolare, l'umanesimo di un uomo, l'Alberti, che non leggeva solo i classici, n‚ guardava solo la "Navicella" di Giotto, ma sperimentava con le proprie mani e si compiaceva di frequentare gli artigiani. In una delle intercenali inedite pubblicate da Garin, "Picture", l''Humanitas' è rappresentata come una donna che con molte mani regge delle penne da scrivere, una lira, una gemma incisa, qualche insigne pittura e scultura, vari strumenti matematici e dei libri. Gli 'studia humanitatis' dell'Alberti includevano dunque qualcosa di più di quanto non fosse la regola per gli umanisti...
Al di là di ogni parziale dissenso, "Giotto and the Orators" rimane comunque un grande libro, una pietra miliare negli studi storici sul Rinascimento e non solo. L'edizione italiana va segnalata innanzitutto per la traduzione di Lollini, poi per la nuova prefazione di Baxandall. In questa Baxandall insiste molto sul fatto che il suo libro abbia rivelato preferenze insospettate da parte degli umanisti (Pisanello invece di Masaccio) e trova in ciò lo spunto per proporre "un'altra storia dell'arte italiana, che fissi una linea alternativa - comunque reale anche se secondaria - che inizi da Duccio, includa Gentile da Fabriano e Pisanello, rivisiti Beccafumi e Pontormo, e definisca il percorso che attraverso le diverse anomalie del Seicento arriva al Tiepolo". Il prossimo libro di Baxandall, annuncia la quarta di copertina, sarà appunto un libro sul Tiepolo, scritto a quattro mani con Svetlana Alpers.