Traduttore: A. Nadotti
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2014
Formato: Tascabile
In commercio dal: 11/11/2014
Pagine: XXII-208 p., Brossura
  • EAN: 9788806224486
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    Laura

    13/03/2018 13:54:07

    Non si smentisce la sua prosa rotonda che ti coinvolge sino alla fine . Fantastica

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    Fabiana

    20/12/2017 17:22:15

    Devo smetterla di crearmi aspettative troppo grandi per i libri che leggo perché troppo volte ne rimango delusa e non so dove finisce la colpa del libro e dove inizia la mia. Fatto sta che o perché effettivamente il libro è "insufficiente" o perché io l'ho letto troppo in fretta (per motivi di causa maggiore), godendolo poco, o per colpa delle mie irraggiungibili aspettative, il libro non mi è piaciuto. Le mie impressioni finali ovviamente mi dispiace porle così drastiche perché il romanzo è scritto veramente bene, in una maniera improducibile ormai, che, se al giorno d'oggi provassero a prenderne spunto, verrebbe un qualcosa di troppo. Se la forma è molto buona, perché solo due stelline? Il libro non mi ha coinvolta per niente e ho trovato le tre parti molto sballate. Infatti, la prima e la terza sezione sono lunghe e molto lente, il loro contenuto potrebbe essere riassunto in poche righe. La parte centrale, invece, è corta (venti pagine appena) e contiene dei fatti che stravolgono completamente la vicenda. Non l'ho trovato tanto bilanciato. Il finale è molto semplice e prevedibile, mi sarei aspettata qualcosa di più impressionante. Il massaggio di fondo, o comunque quello che la Woolf voleva comunicare, l'ho capito ed è carino, ma avrei preferito un'opera con più contenuti e movimento.

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  Sull'onda delle nuove traduzioni dei classici della letteratura moderna, il quinto romanzo di Virginia Woolf ritorna sugli scaffali italiani in una veste d'eccezione. Dopo aver regalato a Mrs Dalloway un nuovo, meritato successo tra i lettori, ora Anna Nadotti ci restituisce la storia di Mrs Ramsay, dei suoi otto (e più) nella casa sull'isola di Skye in un linguaggio etereo ma profondo, attento più che mai alle pieghe dell'intimo, quelle che stavano così a cuore a Woolf e a cui la stessa aveva consacrato questo suo romanzo della piena maturità artistica. Scritto a cavallo tra due guerre mondiali, sotto l'incubo tangibile della sparizione di ogni bellezza, Gita al faro (da segnalare la scelta di traduzione del titolo, che in alcune versioni precedenti era stato proposto come Al faro) è, come afferma Hicham Matar nella sua intensa introduzione, "come un lampo che per un istante inonda la foresta" di quella "luce bianca della verità" che Woolf aveva teorizzato in Una stanza tutta per sé e ricercava, facendosi sempre più trasparente come figura autoriale all'interno dell'universo narrato. Il tempo, altro protagonista del romanzo, diviene in Gita al faro attesa dell'epifania di una scrittura vera. Saper attendere, dunque, come attende la casa sull'isola, per interminabili anni, che qualcuno ancora apra le finestre, in uno dei passaggi che la stessa Woolf ha definito uno dei più difficili mai scritti; saper attendere, anche quando è troppo tardi, che l'altro ci apra uno spiraglio su di sé, come fa Mr Ramsay al figlio James, e ci inondi un momento della sua luce interiore; saper attendere e, infine, saper accogliere il ricordo della figura materna. La moltitudine di personaggi che ruotano attorno alla vicenda dei coniugi Ramsay sembra voler lanciare una sfida al lettore: "trova il fuoco – sembra voler dire – trova il soggetto, mettile tu le ombre e le luci". In questo sapiente gioco creativo fra lettore e autore, la traduzione si inserisce senza lasciare tracce, eppure fornendo un aiuto prezioso: una consistenza setosa, materica e assieme impalpabile.   Diana Osti