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Nicola Gratteri, Antonio Nicaso

Editore: Mondadori
Anno edizione: 2011
Pagine: 158 p. , Brossura
  • EAN: 9788804606574

Ormai da anni sentiamo i rappresentanti del governo affermare, avanzando ipotesi e teorie che poi vanno ritraendosi come ondate, la necessità di una radicale riforma del sistema della giustizia. E nessuno nega di fatto che questa necessità esista, che sia importante mettere mano a molti aspetti di questa enorme e farraginosa macchina, ma “la giustizia è una cosa seria” - ripete spesso Nicola Gratteri - “e meriterebbe una riforma seria, espressione di scelte condivise, concepite nell'interesse di tutti”.
Siamo sinceri: il comune cittadino che non ha particolari competenze in materia non è in grado di intervenire nel dibattito e può solamente ascoltare, creandosi delle opinioni che potremmo definire di buon senso. Ma uno dei problemi è la quantità incredibile di politici, affini e collaterali che pretendono di intervenire sul tema, soprattutto parlandone nella scatola amplificata della televisione. Dietro qualche citazione posticcia si percepisce quanto sia scarsa la preparazione e dunque quanto siano inattendibili, semplificatorie, fuorvianti le dichiarazioni che ogni giorno vengono fatte dai tanti, troppi "esperti".
Diventa dunque indispensabile un libro come questo, la voce di una persona veramente informata sui fatti, neutrale, con un curriculum personale inattaccabile: ”Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, è noto come magistrato che dice verità scomode ed esprime opinioni controcorrente. Non è abituale commensale di nessuno e la sera cena a casa sua, secondo una saggia e vecchia regola di prudenza”.
Gratteri è quindi un uomo in prima linea nella lotta alle mafie, alla criminalità organizzata in generale e i reati che passano sotto i suoi occhi sono tra i più gravi. La giustizia si occupa di questo e della quotidianità di piccoli eventi criminosi, di dispute, di liti irrisolte, di violenze minori, ecc. Una riforma deve tener conto di tutti questi aspetti, è una questione di immane complessità.
Nel libro, un lungo dialogo con Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali, uno dei massimi esperti di 'ndrangheta al mondo, Gratteri parla sommariamente delle linee importanti di una riforma della giustizia - non dimenticando anche le responsabilità dei magistrati per una situazione in parte generata da una “cultura impiegatizia dell'inamovibilità” - ma anche della situazione drammatica di una società permeata dalle organizzazioni criminali a tutti i livelli. Processo breve (“non possono esserci scelte costituzionali mirate che consentano alla politica di controllare il giudice, ma neanche leggi che possano ostacolare il sistema giudiziario nella persecuzione dei reati”), separazione della carriere (“l'unicità della carriera costituisce una maggiore garanzia di agganciamento del pubblico ministero a una cultura giurisdizionale”), revisione delle circoscrizioni giudiziarie "che ricalcano ancora lo schema ottocentesco", depenalizzazione dei reati minori "per riservare il processo penale alle questioni di maggiore allarme sociale", informatizzazione dell'attività giudiziaria, scrematura delle cause inutili per i reati di poco conto, riorganizzazione della rete dei tribunali in un "progetto di geografia giudiziaria". Le poche risorse vanno spese meglio e in questo senso Gratteri e Nicaso forniscono molte linee guida, che toccano anche questioni come le intercettazioni, il 41 bis, i collaboratori di giustizia, la lotta al riciclaggio.
Dal secondo capitolo il dialogo invece si focalizza sull'attività investigativa e sulla lotta alla criminalità organizzata che ha visto Nicola Gratteri protagonista. Il procuratore racconta sommariamente anche la storia della 'ndrangheta ("un corpo multiforme con una sola testa che resta in Calabria"), delle inchieste, degli arresti, partendo dalla vicenda delle ricorrenti riunioni annuali al santuario di Polsi dei boss legati alla picciotteria di cui si ha notizia dal 1895, proseguendo con il "primo blitz della polizia, registrato dalle cronache" il 18 settembre 1960, analizzando i rapporti con la religione ("gli 'ndranghetisti, come gli affiliati di cosa nostra, si sono creati un Dio che li fa sentire dalla parte del giusto") fino ad arrivare alla loro maggior fonte di guadagno: la droga.
Impossibile non parlare del rapporto tra i boss colombiani e quelli nostrani nel commercio internazionale della cocaina (da non sottovalutare l'eroina, però), con una denuncia sul calo di tensione contro la criminalità organizzata in Canada e in molti paesi dell'America Latina "dove la corruzione cuce molte bocche". La mondializzazione del fenomeno è davvero preoccupante. "Bisogna prendere consapevolezza dei rischi che le mafie rappresentano. Sono concreti e crescenti pericoli che condizionano la vita delle persone e minacciano la democrazia stessa".
Un intero capitolo racconta i legami tra Sud e Nord in quest'ottica, specialmente con la Lombardia (usura, estorsione, infiltrazioni negli appalti, movimento terra, riciclaggio, traffico di droga, l'Expo 2015...), e naturalmente ampia è la descrizione dei rapporti con il potere. Al termine del libro abbiamo un'immagine non solo dell'Italia, ma del mondo molto diversa, decisamente inquietante.
Fortunatamente ci sono uomini come Gratteri, che scrive: "La giustizia è una cosa seria. Come la lotta alle mafie. Ed entrambe vanno affrontate in modo serio. È importante poter contare su una legislazione penale adeguata al danno etico ed economico, individuale e collettivo, che le mafie provocano".
Spaventati dall'enormità dei problemi possiamo solamente sperare che la sua non sia solo una voce fuori dal coro, ma che presto tutto il coro intoni la sua musica.

A cura di Wuz.it

Recensioni dei clienti

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    andrea macchiarelli

    25/08/2011 10.38.20

    Atterrito e desolato questo lo stato d'animo che ha suscitato in me questo libro. Atterrito perché ho "scoperto", pur seguendo la cronaca giornalmente, che la 'ndrangheta è nonostante i successi di forze dell'ordine e magistratura, sempre troppo forte in Calabria e non solo. Lo stato ha sconfitto l'attività dedita ai sequestri di persona ma tutto evolve ed anche il crimine ha trovato attività più lucrose e forse meno rischiose. Desolato perché il 95% del testo è un triste elenco che attesta la vitalità delle mafie mentre, nella presentazione del libro, si lasciava intendere una trattazione molto approfondita su come funziona il sistema giustizia e quali sono, a parere di un esperto, quale il dott. Gratteri sicuramente è, le migliorie da apportare per guadagnare efficienza ed efficacia. Venendo alle proposte solo due hanno un minimo di rilievo, espresse in poche righe: modifica dell'art 416 ter (pag 23) e affidamento delle grandi opere pubbliche nelle zone da alta densità mafiosa al genio dell'esercito (pag 114). La prima potrebbe sembrare condivisibile in prima battuta; sulla seconda, non ho dubbi, è una stupidaggine (mi perdonino gli autori per la franchezza ed un po' di provocazione). Il genio militare non è nato per fare grandi opere pubbliche. Ha scopi diversi e competenze tecniche mirate per raggiungerli. Inoltre sicuramente non ha le risorse necessarie per fare fronte a questa mole di lavoro. Per intenderci, con un pizzico di sarcasmo, se il Genio pontieri dovesse fare il ponte sullo stretto, con la filosofia tecnica che gli è storicamente propria, lo farebbe in una settimana, poggiando sulle barche una unica carreggiata, a senso unico alternato, dove possono passare anche i carri armati. Se l'argomento del tema fosse il sottotitolo "Un migliore sistema giudiziario per sconfiggere le mafie" la mia prof del liceo non avrebbe avuto dubbi: sei andato fuori tema. Peccato! C'è bisogno di proposte concrete per far funzionare meglio la giustizia. Riprovateci.

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