Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926

Antonio Gramsci,Palmiro Togliatti

Curatore: C. Daniele
Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1999
In commercio dal: 23 febbraio 1999
Pagine: 485 p.
  • EAN: 9788806144821
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recensioni di Scavino, M. L'Indice del 1999, n. 03

Con un po’ di malizia si può pensare che il titolo voglia suggerire un’interpretazione forte: Gramsci a Roma, nella bufera della repressione fascista, a farsi arrestare; Togliatti a Mosca, a tessere la trama dell’organizzazione comunista. Ma sarebbe un errore. In primo luogo perché questa è un’opera strettamente storiografica, non un pamphlet di polemica. E in secondo luogo perché
il lungo saggio introduttivo di Giuseppe Vacca (centocinquan-
ta pagine, quasi un libro nel li-bro), lungi dal far sua una visione semplicistica dei rapporti fra i due dirigenti, ha l’ambizione di proporre un’interpretazione diversa, senz’altro più sfumata e problematica.

In realtà qui non si tratta solo di Gramsci e Togliatti, ma dell’intero gruppo dirigente comunista uscito dal III congresso (quello di Lione) e dei suoi rapporti con la maggioranza del Partito comunista russo e dell’Internazionale. Il "carteggio" in questione si svolge tra la Segreteria e l’Ufficio politico del partito italiano (da un lato) e Togliatti, in qualità di suo rappresentante a Mosca (dall’altro). E il noto dissenso, emerso nel mese di ottobre con la lettera al Comitato centrale russo, è da inquadrare in un dibattito politico complesso, che toccava – come sottolinea Vacca – "tre questioni nodali" per l’intera Internazionale: la tattica sindacale verso le organizzazioni riformiste (messa a dura prova dall’esito dello sciopero generale inglese del maggio), i rapporti con l’opposizione di sinistra (in Italia con il gruppo di Bordiga) e la politica del "socialismo in un paese solo" adottata dal regime sovietico.

I documenti curati da Chiara Daniele sono 56, "tra lettere, telegrammi, note informative, verbali di riunioni, risoluzioni del Presidium del Comintern". Provengono in massima parte dagli archivi russi, recuperati in fotocopia tra gli anni sessanta e il 1990; ma – come avverte la curatrice – "sono solo una piccola parte di quelli scambiati tra l’Italia e Mosca nel 1926" (delle lettere escluse viene dato un elenco a parte). Da essi emerge chiaramente la drammatica contraddizione del quadro dirigente italiano in quell’anno cruciale. Da una parte, infatti, Gramsci, Togliatti, Grieco, Ravera e Scoccimarro (gli estensori materiali dei documenti) appoggiano pienamente la maggioranza del Partito russo, che pochi mesi prima li aveva aiutati concretamente a emarginare la sinistra di Bordiga (e gran parte delle lettere riguardano proprio il processo di "bolscevizzazione" del partito italiano e il controllo delle opposizioni interne). Dall’altra, però, emergono divergenze politiche rilevanti, che possono essere ricondotte alla difficoltà di comprendere pienamente e accettare la linea imposta all’Internazionale da Stalin, incentrata sul concetto di "stabilizzazione" del quadro mondiale capitalistico.

Non si può certo dire che i dirigenti italiani avessero una visione davvero differente del quadro internazionale e delle prospettive della rivoluzione mondiale. Né appare mai minimamente in discussione, in questi documenti, la fedeltà alla maggioranza del Partito russo. Ma non c’è dubbio che esistessero diversità significative di accenti e di intonazioni, soprattutto per quanto riguardava la concezione dell’Internazionale e la lotta contro le minoranze di sinistra. Era in rapporto a questi temi delicatissimi che la lettera del 14 ottobre al Comitato centrale russo ("voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il P.C. dell’Urss aveva conquistato per l’impulso di Lenin") assumeva un carattere politicamente pericoloso, potendo essere interpretata dalla maggioranza staliniana come un cedimento alle ragioni delle minoranze, se non addirittura come una presa di posizione in loro favore.

Fu per queste ragioni, com’è noto, che Togliatti scelse di non inoltrare ufficialmente la lettera e scrisse ai compagni in Italia di non condividerne i contenuti, con un atteggiamento che Gramsci – nell’unico scambio di lettere personali qui documentato – giudicò in maniera durissima: "questo tuo modo di ragionare mi ha fatto una impressione penosissima". Episodio sul quale è stata costruita – a partire dagli studi di Berti e Spriano – la tesi del "dissidio" tra Gramsci e Togliatti, e più in generale dell’opposizione di Gramsci allo stalinismo in nome della democrazia di partito.

L’opinione di Vacca è che questo episodio vada ridimensionato, alla luce dei nuovi documenti oggi conosciuti. Non per negare l’esistenza del dissenso, ma per collocarlo in una cornice più problematica, quella del confronto tra le posizioni di maggioranza nell’Internazionale e la riflessione del gruppo dirigente italiano (peraltro diviso al suo interno). "In realtà – scrive Vacca – nell’ottobre ’26 emerge che il modo in cui Gramsci intendeva la politica di Fronte unico contraddiceva il quadro concettuale e politico del gruppo dirigente staliniano". Traendone la convinzione che qui siano da individuare le radici di tutta la sua evoluzione successiva e l’origine stessa del piano di lavoro intellettuale cui egli si accinse in carcere.

Si ha l’impressione che Vacca tenda a operare una cesura netta tra il significato di quella vicenda e il senso più complessivo dell’elaborazione gramsciana. Sul primo versante, infatti, egli sembra dare ragione al realismo politico di Togliatti, indicando per esempio nella posizione di Gramsci sull’unità dei comunisti "l’ipostasi di un determinato concetto di partito (quello corrispondente ai primi tempi della rivoluzione), incongruente con la sua evoluzione storica e politica"; e sostenendo che "la sua analisi della situazione e la sua concezione del partito fossero anacronistiche". Salvo poi sottolineare con forza il valore della sua ricerca di un percorso più articolato e differenziato del processo rivoluzionario, da collocare sostanzialmente nella dimensione nazionale, come valorizzazione delle specificità e rifiuto di un unico modello di rivoluzione. Il Partito italiano, in altre parole, avrebbe posto fin da allora esigenze e istanze di autonomia – le future "vie nazionali al socialismo" – che sarebbero poi maturate nel tempo (e fatte proprie dallo stesso Togliatti), pur in quella costante e soffocante dialettica con l’egemonia sovietica che caratterizzò sempre il movimento comunista.

A me pare, tuttavia, che il problema storico più interessante stia proprio nel rapporto tra gli elementi che Vacca ha diviso. È certo importante ricostruire la genesi di una certa riflessione gramsciana e della sua irriducibilità al disegno staliniano, ma sarebbe stato anche utile spiegare come concretamente si sviluppò l’intreccio fra quelle posizioni e la battaglia politica nel movimento comunista. Che significato e quali conseguenze ebbe la crisi del 1926? Come avvenne l’allineamento del partito italiano alle posizioni della maggioranza russa? Come fu affrontato e gestito (se mai lo fu) il "dissenso" di Gramsci dopo il suo arresto?

Questioni che nel saggio di Vacca non sono affrontate. Forse non era questa la sede, forse questo libro è stato pensato con altri obiettivi critici. Ma non sarebbe ora che qualche studioso, alla luce dei tanti documenti emersi dagli archivi russi, si accingesse a rimettere mano alla storia dei primi anni del Partito comunista? Se Tasca, Berti e Spriano non bastano più, perché non aggiornare davvero le loro ricerche da un punto di vista storico complessivo?

 

Altri libri

su Gramsci e Pci

Luciano Cafagna, Agosti-no Giovagnoli, Gennaro Sasso e Giuseppe Vacca, Le culture della prima repubblica, Reset, Milano 1998, pp.120, Lit 12.000; Luciano Canfora, Togliatti e i critici tardi, Teti, Milano 1998, pp.122,
Lit 15.000; La coerenza del-
la ragione.Per una biografia politica di Umberto Terracini
, a cura di Aldo Agosti, Carocci, Roma 1998, pp.250, Lit 33.000; Dagli archivi di Mosca. L’Urss, il Cominform e il Pci 1943-1951, a cura di Francesca Gori e Silvio Pons, Carocci, Roma 1998, pp.462, Lit 48.000; Eugenio Reale l’uomo che sfidò Togliatti, a cura di Antonio Carioti, li-
bri liberal, Firenze 1998,
pp.302, Lit 18.000; Luciano Fausti, Intelletti in dialogo.Antonio Gramsci e Piero Sraffa, Fondazione Guido Pic-
cini, Celleno (Vt) 1998,
pp. 220, Lit 25.000; Giovanni Gozzini, Hanno sparato a Togliatti. L’Italia del 1948, il Saggiatore, Milano 1998,
pp.192, Lit 25.000; Giovanni Gozzini e Renzo Martinelli, Storia del partito comunista italiano. Vol.VI: Dall’attentato a Togliatti all’VIII congresso, Einaudi, Torino 1998, pp.660, Lit 80.000.