Gran bella cosa è vivere, miei cari

Nazim Hikmet

Traduttore: F. Beltrami
Editore: Mondadori
Anno edizione: 2010
Pagine: 262 p., Rilegato
  • EAN: 9788804603221
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    AGT

    06/06/2011 10:28:10

    C'è in queste pagine l'Uomo con tutta la sua forza e le sue debolezze,il coraggio e la paura,la consapevolezza delle proprie scelte politiche e di vita.C'è l'amicizia,l'amore,la malattia,la voglia di combattere e il coraggio di morire per le proprie idee.Insomma c'è la VITA intera.A tratti un pò difficile per i continui salti nel tempo,è l'opera della vita di Hikmet;e il messaggio:Gran bella cosa e vivere,miei cari!

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Ahmet declina nostalgie e ricordi in attesa dei segni della rabbia, forse contratta dal morso di un cane, forse idrofobo. Nell'oscurità di una capanna, in un luogo sperduto dell'Anatolia dove l'uomo si rifugia, vittima della persecuzione del regime turco, il rombo del motore di una pompa è un cuore rivelatore di ore e memorie di un tempo in cui luoghi e personaggi si alternano vorticosi tra presente e passato, così come i piani temporali della narrazione. Ahmet s'intende bene di distacchi: dalla Turchia in fuga verso Mosca, dall'amata Anuška la cui "candida mano tornita" tiene ben stretta "per la paura immotivata di perderla all'improvviso", dagli amici Ismail, Kerim e Ziya, i cui corpi martoriati dalle torture si conficcano come spilli negli occhi del lettore. Quando il dolore sembra sciogliersi al calore di un fuoco acceso nella radura di un bosco russo, quando l'attesa febbrile dei segni dell'idrofobia si arresta sui 36,8 della temperatura di Ahmet, arriva lui, Nazim Hikmet, a presentarci i suoi ospiti, i personaggi della storia, a dirci di come non siano invecchiati, mentre lui, sulla sessantina, si augura di vivere cinque anni ancora (siamo a Mosca nel '62, morirà un anno dopo), lasciando a Neriman, tenera e devota moglie di Ismail, il compito di esclamare "Gran bella cosa è vivere, miei cari!". Si materializza così la voce narrante che, in terza persona, insegue a ritmo serrato quella in prima persona del protagonista Ahmet, in un gioco di specchi che fin dalla prima pagina irrompe senza confondere il lettore. E se il fascino di una prosa ritmata recitata a due voci coinvolge fino all'ultima pagina, lasciando in sospeso i fili sottili di un' incomprensibile angoscia, viene in soccorso, a riannodarli al senso di un romanzo autobiografico, la postfazione di Giampiero Bellingeri, che nel sottolineare la continua autocitazione testuale dell'autore rilegge il romanzo in chiave "autobibliografica". Seguendo nella postfazione il percorso critico di analisi intratestuale, si comprende il senso d'angoscia rimasto in sospeso quando "Attraverso lo sguardo di Ahmet, vediamo filtrare la luce che veicola e rischiara il pulviscolo dei nostri pensieri. Frammentari, raggranellati, in movimento. Travagliati nell'atmosfera dell'anima commisurata su diversa, personalissima clessidra, che girata e rigirata riassegna vita alle nostre fatali scritture". Diventa così quasi un obbligo leggere, o rileggere, l'opera omnia di Hikmet, dopo aver convenuto con i suoi ospiti che: "Gran bella cosa è vivere, miei cari!".
Paola Russo