Grand tour. Il fascino dell'Italia nel XVIII secolo

Editore: Skira
Anno edizione: 1997
In commercio dal: 1 maggio 2002
Pagine: 352 p., ill.
  • EAN: 9788881182176
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente

Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente

Usato su Libraccio.it - € 33,46

€ 33,46

€ 61,97

33 punti Premium

€ 52,67

€ 61,97

Risparmi € 9,30 (15%)

Venduto e spedito da IBS

Nuovo - attualmente non disponibile
 
 
 

WILTON, ANDREW (A CURA DI) / BIGNAMINI, ILARIA, Grand Tour. Il fascino dell'Italia nel XVIII secolo

BRILLI, ATTILIO, Il viaggiatore immaginario. L'Italia degli itinerari perduti

SADE, DONATIEN-ALPHONSE-FRANçOISE, Viaggio in Italia

GOETHE, JOHANN WOLFGANG, Viaggio in Italia
recensione di Marenco, F., L'Indice 1997, n. 9

Lungo il Settecento la relazione del viaggio in Italia si disegna sempre più come un genere nel genere, una sezione specializzata della letteratura di viaggio, con un suo codice, delle sue regole e convenzioni interne, che ne fanno il banco di prova prima dell'erudizione del viaggiatore, poi del suo senso storico e della sua soggettiva maturazione. Connesso molto presto a un'idea moderna di turismo, ovvero di introduzione e di guida alle condizioni materiali, alle curiosità, ai monumenti fra cui si snoda l'itinerario tradizionale, il viaggio italiano acquista gradualmente una sua fisionomia attraverso la discussione delle condizioni civili e politiche negli staterelli della penisola - unanimemente deprecate dai viaggiatori stranieri, anche in contrapposizione all'universale ammirazione da cui era circondata l'Italia nel Rinascimento - e attraverso la graduale conquista di una complessa e articolata nozione di storicità, rivolta al futuro non meno che alla conoscenza e alla documentazione dell'antico. Emerge così, nei viaggi della seconda metà del secolo, la presenza di due fattori nuovi, determinanti e paralleli: l'individualità del viaggiatore, che assume il ruolo di "protagonista", e presto di "eroe" del viaggio; e l'esigenza di un ordine che è sempre più ordine narrativo, al posto di tutto ciò che la relazione di viaggio era stata fino allora - guida, atlante, enciclopedia,"pot pourri" a uso prevalentemente pratico.
Si realizza così un importante cortocircuito fra il soggetto che aspira all'universalità e la dimensione storica dell'esperienza, che contribuiscono insieme a perfezionare una forma letteraria a lungo rimasta ibrida.Tutto ciò appare puntualmente nel maggiore documento del genere, il "Viaggio inItalia" (1786-88, pubblicato nel 1816-17 e nel 1829) di Goethe, ora riproposto nei "Grandi Libri" Garzanti nella bella traduzione mondadoriana di Emilio Castellani. Non è certo esagerato vedere in quest'opera il culmine di un processo in cui l'io dell'autore, rimasto fino allora sommerso dalla programmatica pretesa all'oggettività e all'impersonalità propria della scienza, giunge a occupare il centro della storia - nella doppia versione di storia personale e di storia collettiva, già fermamente collegate da un significato ultimo, che la narrazione si incarica di scoprire, selezionando e ordinando armonicamente i mille incidenti del percorso.
Il perfetto equilibrio fra maturazione soggettiva e universalismo umanistico che si dispiega nel testo goethiano può oggi misurarsi con le caratteristiche per molti versi opposte di un "Viaggio in Italia" compiuto dieci anni prima, rimasto inedito fino agli anni sessanta del nostro secolo, e ora presentato in una splendida edizione a cura di Maurice Lever, quasi simultaneamente tradotta in italiano dalla Bollati Boringhieri. L'eccezionale interesse dell'opera deriva dalla personalità dell'autore, il marchese de Sade, e dal conflitto che viene inevitabilmente a crearsi fra questa personalità in ogni senso "eccessiva", e le convenzioni del genere in cui scrive.Sade fu in Italia a due riprese, brevemente nel 1772 e poi dal luglio 1775 al giugno 1776, nell'una e nell'altra circostanza braccato dalla giustizia per le sue prime scapestrataggini, più reali anche se meno cruente di quelle più tardi immaginate nei romanzi e nei drammi erotici.
La posizione ambigua che la scrittura di Sade assume nell'evoluzione del racconto di viaggio è ben riflessa nel doppio registro cui si attengono i due prefatori del testo, lo stesso Lever e Carlo Pasi: il primo legge con gli occhi dello storico della cultura, e individua giustamente le caratteristiche di oggettività, di repressione del sé che pervadono il testo, in cui l'autore ostenta "l'immagine di un gentiluomo filosofo, (...) un turista ordinario, più anticlericale degli altri, è vero, ma tutto sommato non troppo diverso", un moralista impegnatissimo a cor-reggere e a redarguire gli errori di coloro che l'hanno preceduto nel viaggio, e che resta ben lontano dall'autore delle "Centoventi giornate di Sodoma". Dell'erotomane, dell'"implacabile osservatore delle nostre perversioni" si possono cogliere soltanto sparsi e deboli barlumi, persi nel magma di riflessioni ancora saldamente ancorate alla filosofia dei Lumi. Il secondo prefatore legge invece con gli occhi dell'antropologo e dello psicologo, e altrettanto giustamente porta allo scoperto le anticipazioni del Sade successivo, il cupo flusso sotterraneo di una vena, appunto, sadica, incantata dai mostri, dalle depravazioni, dalle figure del limite, dalle fantasie di atrocità che già lo tentano imperiose di fronte ai paesaggi vulcanici, alle grotte, ai percorsi notturni, e in fondo a tutte le fughe che, come notava Barthes, hanno per sbocco un luogo chiuso e senza scampo, in cui il libertino contempla l'abissale sfrenarsi di una natura ormai priva di limiti.
Lever colloca il testo nella storia del genere letterario, e ne coglie la preoccupazione di aderire a quella "verità" razionale che nel periodo domina il rapporto dell'intellettuale col pubblico (prima di abbandonarlo, Sade pensava sicuramente alla pubblicazione del diario).Pasi tende invece a collocare il testo nella storia della narrativa, approdando alla nozione di un "viaggio iniziatico", e di un marchese che "fa le prove con se stesso" prima di travasare le esperienze italiane nella creazione tutta fantastica e tutta perversa di "Juliette", errabonda, appunto per l'Italia, e dunque doppio femminile del suo creatore. Quello che Pasi vede emergere in primo piano nel romanzo è insomma ciò che nel "fondo un po' melmoso del "Voyage"" è rimasto sepolto sotto una coltre di ironia falso-moraleggiante, e cioè "la spinta a conoscere, a esplorare nella ricerca esasperata della trasgressione", cui l'invenzione letteraria offre quell'impunità invano invocata dall'autore nella realtà della vita (Sade scrisse la maggior parte delle sue opere in prigione); quell'esplorazione che ora, nella pagina scritta, si libera di ogni laccio, e si rivale come equivalente stesso della creazione.Queste due chiavi di lettura - l'oggettività del moralista e dello scienziato contrapposta alla sfrenata soggettività del libertino - sono contrastanti, quasi paradossali, eppure ugualmente giustificate perché entrambe attive nella cultura del viaggio in Italia, che in quegli anni si andava arricchendo di mille contaminazioni con i generi più in voga, dall'epistolografia al diario al "pamphlet" politico alla poesia del paesaggio.
Sono generi sulla cui scorta Attilio Brilli ricostruisce una preziosa guida della memoria, alla scoperta di quelle figure, quelle pagine, quegli itinerari che hanno formato la visione dell'Italia nell'immaginario degli stranieri, e dunque nella cultura di noi tutti.Una guida ai percorsi di ieri, "perduti" nell'oggi ma che l'oggi può ricuperare - e con loro il senso complesso di che cosa abbia voluto dire, in un passato non ancora sconvolto dalla rapina del territorio e non ancora votato al turismo di massa, viaggiare alla scoperta di qualcosa, sulla scorta di quanto quel qualcosa avesse significato per quel celebre pittore, per quel romanziere avventuroso, per quel valente archeologo.
L'impegnativo assunto di Brilli è appunto che la "trama narrativa di un luogo" sia reperibile nell'accumulo delle esperienze cui quel luogo ha dato origine, e nelle descrizioni che ne sono state tramandate: manie, mode intellettuali, poetiche e mature correnti estetiche vengono così combinate a formare il quadro di città, strade, monumenti che molto devono alla stratificazione degli effetti che il visitatore colto ne ha derivato. Due sono le aree egemoniche di questo studio, evidentemente interconnesse: scegliendo il triangolo composto da Toscana, Umbria e Marche, l'autore non poteva che rifarsi in gran parte ai viaggiatori inglesi e americani dell'Otto e Novecento - i Ruskin, i Trollope, i James, le Lee, le McCracken - anche se non mancano riferimenti e confronti con viaggiatori di altre culture, da Montaigne a Saramago. Si tratta di un nucleo molto compatto per interessi, gusti e qualità di osservazione, che parte dall'asciutto romanticismo di uno Hazlitt per arrivare fino al decadentismo di un Symonds, e, ancora più estremo, di un Suarès; un nucleo che appare teso a quello che Brilli designa come "paesaggio classico" - in cui "il riguardante è portato per istinto a mantenere una distanza razionale che non consente interazioni emotive" - con definizione forse un tantino stretta, data la qualità "gotica" di città come Siena e Gubbio, o quella "romanzesca" dei borghi e degli ipogei etruschi, che emergono dal contatto con personalità così scopertamente reattive, umorali come quelle di Ruskin o di Lawrence.
Ma la grandezza del fenomeno culturale che fu il viaggio in Italia non può essere misurata soltanto da una pur vasta produzione letteraria, o pittorica. Esso comprende varie sfere di interesse, che vanno dall'influenza reciproca fra costume del turista e società visitata - Roma,Napoli, Firenze che dialogano con Londra, Parigi, Weimar... - alla politica di accoglienza elaborata dagli stati ospiti, dal delinearsi di itinerari "alla moda" ai vari modi di conservarne il ricordo.Si aggiungono allora, o si completano, gli importanti capitoli delle arti figurative, della musica, delle feste, dei"memorabilia" che l'Italia diffonde per l'Europa nei secoli fra il XVI e ilXVIII, e che l'eccellente catalogo Skira della mostra prima londinese e poi romana sul Grand Tour, curato dai maggiori specialisti e splendidamente illustrato, documenta con mirata selettività e impareggiabile approfondimento.
Si scopre allora che il Grand Tour era creatura s" cosmopolita, ma con un padre e una madre che sono l'aristocrazia inglese e l'arte italiana, e un precettore venerato che è la classicità; che costituiva un'"accademia invisibile", cui le classi abbienti d'oltre Manica delegavano una parte importante della propria educazione - e come tale apriva le porte a importanti ruoli dirigenziali -; che era anche un modo di vita, con costumi, riti e appuntamenti suoi propri, come il Carnevale a Roma; che c'erano deiTours rivali, nazionali, che ne insidiavano la supremazia sovranazionale; che ispirò miti e stili particolari, oltre ad alcuni dei massimi capolavori di quell'età; e, per consolazione dei posteri, che le autorità locali proteggevano con qualche efficacia i loro tesori d'arte dalla rapacità straniera.