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João Guimarães Rosa

Traduttore: E. Bizzarri
Editore: Feltrinelli
Edizione: 9
Anno edizione: 2003
Formato: Tascabile
Pagine: 499 p.
  • EAN: 9788807810428

(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Stegagno Picchio, L., L'Indice 1985, n. 5

A quindici anni di distanza dalla prima edizione nella sua collana dei "Narratori", Feltrinelli ristampa "Grande Sertão" di Guimaraes Rosa: un capolavoro riconosciuto della letteratura brasiliana e, seppure neanche un trentennio ci separi dalla sua prima pubblicazione, che è del 1956, un classico ormai della narrativa del nostro secolo.
Il classico è quel testo (prosa, poesia, narrativa, musica, pittura, teatro, non importa) che consente e sopporta tutte le interpretazioni, a tutti i livelli, nel tempo e nello spazio. Un testo che gli anni accrescono di senso, prestandogli a ogni diversa esecuzione sempre nuovi significati. Un testo con cui ogni lettore in ogni luogo e in ogni tempo può istituire un dialogo, ravvisando in esso valori a lui congeniali, sincronici.
Così è, o così ci appare oggi, a quasi tre decenni di distanza il "Grande Sertão: Veredas" di Joao Guimaraes Rosa. La traduzione italiana di Edoardo Bizzarri, una traduzione sapiente e impegnata, anche se per noi leggermente datata, legata ad una convenzione letteraria che imponeva di tradurre tutto, a cominciare dai nomi che oggi preferiremmo ritrovare nella loro iconicità e nel loro suono-colore originali, riduce il titolo opacizzandolo. Perché se il grande sertão è l'interno tutto dei Campos Gerais del Brasile centrosettentrionale, dallo stato di Minas su fino al Piau¡ e al Maranhao, le veredas sono i sentieri, terre verdeggianti e corsi d'acqua in cui, come nelle vene e nelle arterie di un corpo sterminato, pulsa la vita: fino a confluire tutte nel San Francisco che, con il suo corso imponente di oltre 3.000 chilometri da sud a nord, da Minas ad Alagoas, è l'unico vero fiume del sertão ("Rio è soltanto il San Francisco. Il resto piccolo è vereda").
Un universo chiuso, con le sue leggi e le sue opposizioni manichee: Dio e il diavolo, il bene e il male, il lato chiaro e il lato oscuro, l'ordine e il disordine, la guerra e la pace, la legge e i fuorilegge, la siccità e l'abbondanza; ma dove spesso la contingenza e il punto di vista mescolano le tessere così che l'interpretazione ne appare più che stravolta, inaccessibile. "Vivere è molto pericoloso". L'affermazione scandisce come uno slogan tutto il racconto di Riobaldo il quale, più che protagonista della vicenda (se il vero protagonista, eponimo del romanzo è l'universo sertão e la sua legge), si presenta a noi, in termini di straniamento brechtiano, come lo storico, il narratore. La narrazione è diretta a un interlocutore fuori campo, di diversa estrazione sociale: un "dottore" di città di molta scienza e maggiore considerazione, in cui possiamo identificare il diplomatico Guimaraes Rosa che, in tempi di ferie, si aggira a cavallo per i meandri del sertão attorno alla sua nativa Codisburgo e interroga, annota, rievoca. Così che, pur nell'onnipresenza dell"'io - Riobaldo è del "noi"- jagunèos -fuorilegge della banda di Riobaldo, con alla testa ogni volta i capi carismatici, da Medeiro Vaz a Joca Ramiro, e a Zé Bebelo fino allo stesso Riobaldo-Urut£ Bianco - Tatarana (ogni incarnazione, ogni stadio della vita ha il suo proprio nome), questo racconto, più che monologo, vuol essere dialogo. Un dialogo in cui le battute dell'"'altro", nel silenzio in cui si materiano, vengono solo indicate dalle sospensioni, sottolineature, assensi, chiamate in causa da parte del narratore. Parla questo narratore di sé e della propria vicenda dalla cornice del "dopo", in un regime di alterità e oggettività straniata che conferisce a tutto il romanzo l'aureola attonita e atemporale dell'epopea.
Grandi passioni e grandi conflitti, sofferenze e morti, su cui il tempo, pur storicamente fissato da date frammesse alla narrazione, ha steso la coltre della riflessione e della paradigmaticità. Ed ecco Riobaldo vecchio jagunèo rientrato nella norma e nella rispettabilità pur sempre entro l'universo sertão, Riobaldo sposo felice di un'Otacilia che fin dalle origini ha rispecchiato il lato chiaro, solare, della sua natura di uomo, ricostruire in parole per l'amico dottore le vicissitudini di quel tempo oscuro di lotte, ritagliandole nella memoria come in diapositive di analitico colorismo. Eccolo risvegliare il suo struggente e ambivalente sodalizio con Diadorim, l'enigmatico fanciullo dagli occhi verdi (sempre la malia degli occhi verdi nell'epica e nella lirica ispaniche) cui solo il travolgente explicit darà ragione e collocazione sociale. Eccolo scrutare in ogni piega eventi e connessioni per trovare la legge, la spiegazione, la risposta all'interrogativo di fondo: il diavolo esiste? I1 diavolo per la via in mezzo al vortice". Anche questo è sottotitolo e slogan, motivo dominante e ricorrente della narrazione.
Ma qual è, al di là di questa composita e avventurosa storia di jagunfol, entro l'universo sertão, l'ultimo significato di questa micro-epopea? "Grande Sertão: Veredas" sopporta (o esige) diversi livelli di lettura. Nell'originale lo si può leggere inseguendo l'invenzione verbale che, come un'iridata paletta d'artista (i neologismi, le parole composte, le parole porta-mantello, le sentenze, gli aforismi), inventa, colorandolo di suono, il mondo. Poesia. E così lo si legge dal 1956 in Brasile come un'avventura collettiva un viaggio inebriante nelle parole una continua scoperta poetica, un gioco che scioglie lettori in sorrisi di connivenza, da membri di consorteria setta segreta. Come se dopo Guimaraes Rosa non solo la letteratura ma la lingua stessa del Brasile fosse diventata diversa. Come se ci fosse stato con lui, che tutti oggi, più o meno coscientemente, imitano, un passaggio dalla quantità alla qualità una rivoluzione.
Ma anche in traduzione e, in una traduzione sensibile come questa, il classico "Grande Sertão" offre una fitta rete di percorsi. Lo si può leggere come un giallo (e non per caso Guimaraes Rosa, a quel tempo medico nel sertão di Minas, aveva esordito quale scrittore di storie poliziesche). Si inseguono allora gli "indizi" la borsa di Diadorim, i suoi bagni notturni, le similitudini che l'apparentano a un giaguaro femmina nella difesa dei piccoli. Indizi che puntellano il racconto fino al tragico finale e al rimorso d'inadeguatezza che nel "dopo" della cornice del racconto pungola la vecchiaia del jagunèo Riobaldo, sollecitandone il lato speculativo e l'inclinazione all'aforisma. È in questa prospettiva del dopo che si può allora leggere e assaporare questa storia non solo nel suo senso, ma anche nel soprasenso, fissato, come ogni testo di questo complesso narrativo, in schemi platonici. Le storie preesistono e Guimaraes Rosa le intravvedeva riflesse nella corteccia del mondo, le acchiappava a volo allargando le braccia per via. Quattro citazioni da Plotino aprivano, sempre nel 1956 la prima edizione di "Corpo di ballo" . Fondamentale fra le altre quella che esplicitava: "perché, in tutte le circostanze della vita reale, non è l'anima dentro di noi, ma la sua ombra, l'uomo esterno, che geme, si lamenta e disimpegna tutte le parti di questo teatro di scene multiple che è il mondo". In "Grande sertão" questo sopra-senso è indicato, suggerito, da presagi, sussulti d'anima, prefigurazioni. Come nell'episodio di Diadorim bambino che rapisce in canoa il non ancora sbocciato Riobaldo. O nell'episodio, centrale, del patto col diavolo: un diavolo che non si presenta all'appuntamento confermando la sua non esistenza, ma che pur agisce nell'interno dell'individuo e del mondo, fatto realtà dal timore dalla malvagità, dal desiderio di sopraffazione dell'uomo ("Battei i piedi, spaventandomi allora per il fatto che non accadeva goccia di nulla, e l'ora invano passava. Allora lui non voleva esistere? Esistesse. Venisse! Arrivasse, per sciogliere quella congiuntura... E fu così. Fu. Lui non esiste e non apparve n‚ rispose - che è un falso immaginato. Ma io feci conto che lui mi avesse inteso... Come se avesse accolto tutte le mie parole; e chiuso la questione. E io ricevetti in cambio una disponibilità, un piacere di afferrare, e di lì una tranquillità-di colpo. Pensai a un fiume che entrasse nella casa di mio padre. Vidi le ali. Misurai l'impulso del mio potere, in quell'attimo. Poteva essere di più?"). Il soprasenso si salda qui al senso e alla storia, compatta e tesa nella sua vicenda di vita e di morte. Ed ecco che "Grande sertão" si può anche leggere come un romanzo "realista", come tranche de vie rusticana: di un sertão brasiliano di jagunèos e vaccari, in cui assai labile è il confine tra la legge e il fuorilegge.
In questo universo-nomade i personaggi s'incontrano e si scontrano come cavalieri nella foresta arturiana: ciascuno seguendo un proprio percorso avventuroso e catartico, ciascuno incarnando in sé un ideale, un modello umano. E il lettore, coinvolto emotivamente nello scontro fra le due bande rivali, mentre insegue il ritmo incalzante della narrazione sente in lontananza echi di romances cavallereschi, riconosce la donzella guerriera, il traditore (Gano-Ermogene), l'eroe solare (Orlando-Riobaldo) e l'eroe lunare (Olivieri-Reinaldo-Diadorim). Presentando la prima edizione del romanzo, lo stesso Guimaraes Rosa parlava di libro magico e consolatorio. E non fa meraviglia che oggi, quando i lettori sembrano aver ritrovato il gusto dell'intreccio e della storia chiusa, ad indizi concatenati, mentre continuano a subire il fascino di un realismo magico e atemporale di nuova tradizione latino-americana, "Grande sertão" ritrovi, dopo trent'anni, una sua imprevista attualità e saturi valenze che allora forse non si erano ancora così apertamente rivelate.

Recensioni dei clienti

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    Andrea

    07/08/2014 11.41.09

    Traduzione pessima. Disponendo anche solo una conoscenza elementare di portoghese ci si rende conto, dopo poche righe, che qualcosa non quadra. Alcune espressioni sono tradotte parola per parola, anziché rendere il loro significato in italiano attuale. Ad esempio "de repente" va tradotto "improvvisamente", e non "di repente". Ma nella prosa ottocentesca resa dal traduttore spicca una vera e propria perla: l'interlocutore a cui si rivolge di tanto in tanto l'autore è chiamato "vossignoria"! Occorre spiegare che l'espressione tuttora usata in Brasile "o senhor" (al femminile "a senhora") è una forma di cortesia utilizzata per esprimere rispetto, verso una persona più grande, un genitore, un estraneo, un professore, etc. "Vossignoria" in portoghese proprio non esiste, e in italiano è un residuo di tempi remoti (sec. XVII). Al contrario l'espressione "o senhor", tradotta letteralmente, esiste anche in italiano, ad esempio "il signore desidera?" Ma che fatica!

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    giancarlo ladurini

    07/12/2011 07.16.10

    Il capolavoro di uno dei massimi scrittori del novecento, un'esperienza di lettura unica e irripetibile. Un'osservazione: non capisco perche' l'editoria italiana, occupatissima a tradurre di tutto e di piu', non si occupi meglio di questo autore, riproponendo per esempio la raccolta (completa!) 'Corpo di ballo'.

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    Roberto

    25/05/2008 11.53.35

    Sarà un mio limite, ma tra me e la letteratura brasiliana non c'è un gran feeling. Dopo meno di 100 pagine di lettura interruppi un noioso libro di Amado. Ho dovuto forzarmi con il "Grande Sertao" poiché le pagine poetiche che pure sono presenti, soprattutto nel coinvolgente finale, sono inserite in una narrazione ostica, fluire ininterrotto dell'io narrante, zeppe di riferimenti alla natura locale, che per uno "straniero" non sono altro che una sequela di nomi dal significato incomprensibile. Cari estimatori di questo libro, perdonatemi, ma Il Grande Sertao non mi ha entusiasmato.

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    carlafed

    28/02/2008 10.30.19

    Un capolavoro assoluto. Il magico altopiano del Nord est del Brasile è il teatro di un romanzo, epico ed inquietante, scritto in uno stile particolarissimo, che non rieccheggia alcuna moda o stile letterario conosciuto. Un racconto che si snoda per 600 pagine di narrazione ininterrotta, frenetica e misurata, in un'atmosfera di avventura quasi western, ma immersa nel paesaggio primitivo del Gerais e delle veredas, un universo a sé, popolato di presenze nitide e sfuggenti, apparizioni e riapparizioni, incubi e sentimenti intensissimi. La storia si dipana con magistrale incastro narrativo e quando pensiamo (o almeno io pensavo) di aver già capito quasi tutto, si arriva all'inaspettabile epilogo che colloca quest'opera al livello delle grandi tragedie e dei grandi poemi del passato

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    paolo

    27/11/2007 21.00.52

    Avevo 17 anni quando ho ricevuto il cofanetto di autori sudamericani di Feltrinelli: Scorza "Rulli di tamburo per Rancas", Puig "Il bacio della donna ragno", Llosa "La città dei cani", Marquez "Cent'anni di solitudine" e Rosa "Grande sertäo". Di quel cofanetto, dopo 33 anni e migliaia di libri letti, mi sono rimasti i ricordi più vivi: ben tre di quei libri li considero tra i primi 20 più belli letti! Ma un capitolo a parte riguarda "Grande sertäo": un romanzo immenso. Per me è realmente da mettere sullo stesso piano di "Alla ricerca del tempo perduto" o "L'uomo senza qualità". Un grande merito è da attribuire senz'altro alla traduzione. Un caro amico brasiliano mi ha detto che il portoghese in cui è scritto è ostico e pensa che di brasiliani che abbiano letto questo romanzo siano veramente pochi, tant'è che l'ha letto e gradito nella sua traduzione italiana.

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    pancho

    17/10/2007 19.16.35

    semplicemente un capolavoro. sembra di esserci, nel sertao, terra del sogno e della cruda realtà. splendido lo stile di G.R.

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    Antonio Gatti

    05/06/2007 17.00.39

    Peccato per la traduzione veramente "datata"... quanto vorrei conoscere il portoghese per leggere questo meraviglioso romanzo e potere assaporare quello che in realta' ho solo potuto intuire in molti passaggi? ne risulta come la fotografia di un quadro molto complesso, nella quale si intravede in parte il tratto dell'artista e ne si intuisce il capolavoro, ma si perdono le pennellate, la luce, le sfumature; rimane comunque un romanzo unico, intrigante, dominante, che assorbe nella lettura per ore (e mesi, dato che e' lunghissimo...)

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    26/11/2006 15.18.53

    sono sempre stata negata per quei libri ad alto sforzo mentale...invece mi sono ricreduta leggendo questo meraviglioso monologo di grandi passioni,guerre tra gli uomini vissute dal vecchio bandito Riobaldo alla disperata ricercata di Dio che a quanto pare esso stsso è assente.E' l'uomo l'artefice del suo destino...e lui in tutte le sue vicessitudini è tormentato dal suo vivere....non sa ditinguere il bene dal male...non sa se questo male è dentro o fuori dall'uomo...pare darsi risposte sulla inesistenza del diavolo ma +volte le circostanze lo riconducono al dubbio..pensa di associarsi al male per vincere il male stesso-paradosso esistenziale-alla fine capirà che i due poli sono fusi nell'uomo e che a volte le circostanze della vita ci conducono ad usare la parte + cattiva di noi per farci giustizia!!!!

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    gil

    13/11/2006 12.22.39

    Forse la mia lettura più significativa degli ultimi 20 anni! Riletto almeno 4 volte in diversi periodi vi ho sempre trovato qualcosa in più. Poesia di sentimenti e di riflessioni universali sulla vita, storia di amore non capito, con uno sfondo di vita selvaggia e dura che non offusca comunque l'umano sentire. All'inizio richiede un po' di costanza, prima di capire l'ambiente ed i personaggi; consiglio di leggere senza fretta e di rileggere.

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    Giuash

    10/10/2006 17.01.09

    Gran libro; un inno al coraggio, la spregiudicatezza, la voglia di riscatto, la difesa dell'onore immersi in un perenne senso di precarietà, intrisa di dubbi esistenziali ed amore per una terra magica

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    Vincenzo

    05/11/2005 11.43.44

    Un libro meraviglioso, capace di raccontare un uomo, una storia ed una terra (il Sertao, altopiano magico del Brasile). Uno stile originale fatto di un ininterrotto flusso narrativo che lascia senza fiato. Un libro per chi ama leggere fra le righe, perchè niente è detto esplicitamente, tutto è lasciato alla sensibilità del lettore.

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    giorgio

    13/02/2004 22.21.05

    Un libro per me epocale:dalla sua casuale scoperta su una bancarella attratto dal titolo dal suono arcano,fino alla effettiva lettura molti anni più tardi.Ora torna la nostalgia di riavventurarmi tra le sue pagine intrise di malinconica dolcezza.Perchè dalle sue pagine ho tratto la materia per concretizzare un sogno.Magnifico e irrinunciabile.

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    hernie

    26/09/2003 12.25.02

    E'un libro strano: a volte mi pareva di essere in un film di Sergio Leone con la sua umanita' "avvizzita" dal vento del deserto. Bello, difficile da leggere se si vuole una trama a tutti i costi che ti tolga il fiato..e' lento se vogliamo.Ha dei margini di tenerezza, un sapore di banana matura ..non saprei come altro descriverlo questo bel libro strano.

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