Guerra d'infanzia e di Spagna

Fabrizia Ramondino

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2001
Pagine: 422 p.
  • EAN: 9788806159122

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Guerra di infanzia e di Spagna è un libro dal sapore intenso, così dolce e forte nello stesso tempo da lasciarti quasi stordito al termine della lettura. È uno di quei libri che - qualità ormai rara - hanno bisogno di essere metabolizzati con calma, che vanno fatti decantare, e che proprio per questo sono destinati a lasciare una traccia più profonda e persistente nella memoria di chi ne ha sfidato le pagine e i personaggi.

Già il bel Picasso riprodotto in copertina (Maya con la sua bambola, del 1938) è accattivante, così come il titolo, che avvicina con sapiente noncuranza universi apparentemente incongruenti. Uno di questi, la Spagna, dilaniata dal conflitto civile oltre che da quello mondiale, rimane sullo sfondo: la drammatica realtà storica e politica della fine degli anni trenta la si ascolta più che altro rombare lungo la linea dell'orizzonte di una splendida Maiorca, isola in cui è ambientata la vicenda; al contrario, l'infanzia e la sua guerra conquistano fin da subito il centro della scena e lo mantengono con decisione sino al volgere delle ultime righe. Ora, che l'infanzia sia una guerra, spesso crudelissima e senza esclusione di colpi, lo dicono da sempre i sacri testi della psicoanalisi, ma altro è vederla rappresentata con tanto coraggio, grazia e voluta ferocia nelle pagine di un romanzo. Chi combatte questa guerra - una guerra di conquista, certamente, di indipendenza, destinata per lo più a esser vinta, ma a quale prezzo! - è Titita, soldatessa in miniatura, protagonista e narratrice delle mille ingarbugliate vicende che la riguardano, insieme alla sua famiglia. Figlia del console italiano, giunge neonata a Maiorca dove si insedia nella magnifica villa di Son Batle, immersa in una natura primitiva e lussureggiante e carica del mistero dei precedenti abitanti; qui la famiglia si allarga, nascono i fratelli Carlito e Anita, i genitori conducono un'intensa vita mondana, i bambini crescono circondati dall'amore di servitori e balie, che a vario titolo contribuiscono alla loro formazione.

Nel corso degli episodi narrati, che si susseguono con ritmo incalzante e senza considerare prioritario il dipanarsi cronologico delle situazioni, Titita subisce molteplici metamorfosi: è un po' scimmia, un po' uccella (ama arrampicarsi sugli alberi e soggiornarvi), un po' santa bambina e un po' ribelle; a volte è la signorina snob che vorrebbe imitare mamita, straordinaria regina della casa e dei ricevimenti che organizza, ma più spesso è un'indiavolata scavezzacollo che con il compagno di giochi Paco dà libero sfogo alla fantasia perversa che domina la sua fresca manciata di anni. Certo i rapporti più complessi, nel bene e nel male, Titita li ha con il sesso femminile: è gelosa della sorellina Anita, che considera un'estranea per gran parte della narrazione; è perennemente in conflitto con la madre - vive anche un intenso ed edipico amore per il padre, che le fa stravaganti regali -, per la quale prova ammirazione e amore, ma da cui non si sente abbastanza compresa; è adorata dalla nonna Luciana, che vive a Napoli e la coccola affettuosamente anche da lontano; infine, è amata e protetta da Dida, la balia che sembra uscita da un film di Almodòvar: non bella, ma caliente e piena di passione per tutto quello che è terreno, dal cibo (memorabile la descrizione della sua zuppa di lumache) al ballo, al denaro.

Il patio sotto cui vive Dida, i giochi con Paco e Carlito, i racconti di Pedrón e Ignasi costituiscono il risvolto corporeo, ctonio e luciferino dell'infanzia di Titita, che conosce grazie alla madre, al padre e alla nonna anche il versante spirituale, letterario, elevato della vita; questi elementi si riflettono in modo particolarmente riuscito in quello che è forse l'aspetto più memorabile del libro della Ramondino, l'uso di lingue diverse, sapientemente intrecciate fra loro: l'italiano, il castigliano e il maiorchino, che sono rispettivamente il linguaggio degli affetti familiari, quello della socialità "ufficiale" e quello dell'intima complicità con i coetanei e con i servi. I tre livelli linguistici (a volte effettivamente usati, a volte solo suggeriti) rimandano a stati d'animo differenti e a differenti disposizioni dello spirito, ma senza che si crei fra di essi una coincidenza automatica, né una scontata corrispondenza, tanto che al lettore è consentito circolare fra loro con grande libertà: il che è una bella esperienza, in mezzo alle pagine che di questi tempi si incontrano, che spesso ti costringono a indossare abiti che proprio non sono della tua misura.

Divisa tra il dover essere e la brama di sperimentare tutto, tra socialità e solitudine, tra il desiderio di dimostrarsi adeguata ai progetti dei suoi genitori e un primordiale, sano istinto di fuga, Titita vive dunque i suoi primi anni di felicità: poi per lei si aprono le porte del collegio e la sua vitalità intelligente e ghiotta viene fagocitata dal bianco asettico dell'istituto religioso, insieme alla sua natura complessa e fin troppo consapevole (Titita è certo un'affascinante bambina: ma ogni tanto si lascia sfuggire certi pensieri da adulta che la rendono un po' meno credibile). Così, deve imparare regole nuove, piaceri e soprattutto dolori che fino a quel momento non aveva conosciuto: la scimmietta, l'uccella impenitente, il Don Chisciotte che l'avevano ispirata devono esser messi a tacere per lasciare spazio a una fanciulla educata, composta, adeguata. È questa una prova difficile per la nostra guerrigliera in miniatura: ma disincanti e paure finiscono per consolidarne l'animo e per renderla pronta ad affrontare l'ultima breve tappa della sua permanenza sull'isola, quella contrassegnata da un difficile trasloco (da Son Batle alla casa dal Tetto Verde, non più in campagna, ma in città) e soprattutto dal rafforzarsi del rapporto con il fratello Carlo e con il mare, fantastico serbatoio di magie e insegnamenti. Dalle acque arriva anche l'ex marinaio Malaquìas, ultimo interlocutore dei due ragazzini: un po' saggio e un po' maledetto, con i suoi racconti consente loro di allargare i propri orizzonti preparandosi ad accogliere ciò che è diverso da se stessi, e ad allontanarsi contemporaneamente da ciò che si ha di più caro.

Così infatti si chiude il romanzo: la guerra finisce, l'Italia è sconfitta e la famiglia di Titita deve farvi ritorno; anche l'infanzia - o almeno, la sua prima parte, la più aspra e straordinaria, la più ricca di emozioni assolutamente inedite - si conclude. A fatica la nave si congeda da Maiorca, ci accompagna ancora per un breve tratto, fino in Puglia, dove lasciamo, a malincuore, Titita, sul punto di assaggiare la mozzarella, che non ha mai gustato, e di arricchire il suo straordinario bagaglio di pensieri e parole con termini e sentimenti tutti nuovi, pronti per essere golosamente esplorati e digeriti.