Le guerre jugoslave. 1991-1999

Joze Pirjevec

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2006
Formato: Tascabile
Pagine: XVIII-748 p.
  • EAN: 9788806181383
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Recensioni dei clienti

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    marcostraz

    20/10/2014 11:06:10

    Il libro è molto interessante perchè è davvero completo, corposo, approfondito, ma allo stesso leggibile...però l'evidente avversione per i serbi lo rende dopo un pò abbastanza insopportabile...leggere pagine e pagine di colpe dei serbi, e poi vedere liquidati i crimini che invece loro subirono quasi sempre con una sola frase, è davvero eccessivo e fa scadere di molto il libro...

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    PROT

    12/11/2013 11:27:45

    Difficile recensire questo libro, viste anche le critiche di chi mi ha preceduto nel giudizio, che sicuramente da come scrive ha qualche rapporto personale con questi fatti tragici... io da (fortunato) estraneo trovo che comunque per essere un libro storico non è assolutamente pesante e molto esaustivo... per il discorso dell'imparzialità a me comunque non mi è sembrato contro la Serbia intesa come popolo, ma contro determinati personaggi serbi (ma ovviamente anche croati e bosniaci e kosovari) che hanno contribuito a questi tremendi eventi...

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    MarcoDese

    30/03/2013 14:58:41

    Un vero peccato! Volevo leggermi un'opera esaustiva sulle guerre in Jugoslavia e mi sono imbattutto nel libro di Pirjevec. Corposo, apparentemente ben documentato, insomma, mi sono fatto tentare e l'ho acquistato, snobbando - ahimè! - le critiche di parzialità sottoesposte. Magari le avessi ascoltate! L'opera è esaustiva, è effettivamente ricca e ben documentata, ma è estremamente parziale. E quel che è peggio, è che lo è in modo talvolta subdolo, poco appariscente. Immaginatevi un giornalista che debba descrivere un contraddittorio tra due politici, A e B. Correttamente lo riporterebbe così: "A ha parlato di questo problema e B in seguito ha replicato sullo stesso". Ecco, pensate invece se scrivesse così: "A ha giustamente parlato di questo problema, figurarsi se poi B poteva lasciarsi scappare l'occasione di criticarlo". Sgradevole no? Anche perchè - e questo è il punto principale - se la parzialità è poco benvenuta ma ammissibile in un lavoro scientifico, lo è ancora di più in un lavoro storiografico, un lavoro, cioè, grazie al quale potenzialmente i lettori si formano la loro propria idea. In tal caso viene offerto uno strumento apparentemente obiettivo e super partes che però scientemente devia e convoglia l'opinione del lettore contro quella fazione/nazione/gente che non andava a genio all'autore. Per questo do all'opera un voto apparentemente troppo basso, perchè lo trovo un difetto davvero deprecabile in un'opera di quel tipo. [se ce ne fosse bisogno, ribadisco l'immagine data ai serbi, negativa, demoniaca, da veri orchi della guerra. Per carità, lo sono stati per gran parte degli eventi ma, se è giusto parlare di quel carnefice di Arkan (che non si chiamava, come scrive Pirjevec, Zarko ma Zeljko, basta dare un'occhiata in rete), qualche parola in più ad esempio sul generale croato Ante Gotovina l'avrei detta - malgrado sia stato assolto dai suoi crimini, leggetevi soprattutto gli articoli in inglese su questo "ambiguo" personaggio].

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    Giuliastro

    29/01/2012 02:59:56

    Un saggio che più che una seria ricerca storica è un'opera di propaganda, intrisa di antiserbismo. I crimini commessi dai Serbi sono esagerati a dismisura, mentre quelli da loro subiti sono minimizzati e in parte giustificati. Ci sarebbe da chiedersi se l'autore non scriva per conto del Dipartimento di Stato americano. Mi auguro che venga pubblicato presto qualche lavoro più serio su questo tema, che faccia un po' di luce tra le nebbie della propaganda che si continua a fare su questa guerra.

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    Kraken

    19/07/2010 16:25:10

    Confermo quanto detto dal primo commento. Il libro in questione è davvero troppo sbilanciato a sfavore dei serbi e a vantaggio di tutti gli altri, sempre presentati - ad eccezzione dei croati - come delle vittime ma mai come possibili carnefici, come dimostra la tolleranza accordata alle minacce di uso delle armi fatte dalla slovenia nel 1991. Oltre a ciò, il libro presenta uno stile troppo giornalistico, confortato anche dal continuo rifarsi dell'autore alla carta stampata ,alla memorialistica e al suo stile eccessivamente discorsivo. Sconforta sapere che questo "saggio storico" abbia ricevuto il premio acqui storia, confermando così come sia importante non tanto la qualità di chi scrive ma quella di chi pubblica. Assolutamente sconsigliato per chi voglia fare una ricerca minimamente oggettiva e seria. Unico punto a favore: la discorsività perlomeno rende il testo più fluido.

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    armando

    25/08/2009 23:32:17

    Consiglio di leggere questo libro. L'aspetto privilegiato dall'Autore è quello politico. Ne esce un quadro abbastanza desolante: l'arte della diplomazia piegata a vecchie logiche che credevamo oramai superate e definitivamente sepolte, la guerra come opzione privilegiata di chi conosce soltanto il linguaggio della violenza e dell'odio, la dignità umana sacrificata e svenduta al tornaconto basso e ipocrita della politica internazionale. Capiamo che ogni popolo deve essere responsabile del proprio destino, che la vita di una nazione chiama i cittadini ad un impegno faticoso e senza esitazioni, che la guerra è una voragine che stimola appetiti insospettati. Il libro è ben scritto, scorrevole nonostante gli avvenimenti si rincorrano e, spesso, s'intreccino in una trama fitta e complicata (d'altra parte la politica segue percorsi tortuosi, snervanti e colposamente dilatori). I fatti raccontati dal libro sono molto recenti e, di certo, molti aspetti potranno in futuro essere meglio chiariti e documentati. Altre recensioni hanno lamentato una certa parzialità dell'Autore: a me non è sembrato così.

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    Alessandro

    07/11/2007 20:11:38

    Un buon affresco storico, ma abbastanza tendenzioso. I serbi sono i cattivi, gli aggressori, mentre i croati, gli sloveni, i bosniaci e gli albanesi del Kosovo le povere vittime innocenti. Da uno storico ci si aspetterebbe una maggiore imparzialità, anche se per lo meno l'autore è abbastanza impietoso con personaggi come Tudjman o Isebegovic. A volte rischia persino di minimizzare o giustificare le stragi commesse a danno dei serbi, specialmente in Kosovo. Forse si tratta di ferite ancora troppo fresche e forse l'autore aveva ragioni personali per assumere un certo tono, ma di sicuro non ha fatto un favore né alla verità storica né alle sue tesi. L'acrimonia contro Mitterand, in particolare, non si confà molto ad un lavoro accademico, anche se l'autore avesse ragione nella sua valutazione (questionabile) delle ragioni che spinsero il presidente francese a recarsi a Sarajevo. Condannare a priori il filo-serbismo di Mitterand e difendere altrettanto a priori il filo-croatismo di Kohl non mi sembra compito di uno storico in cerca di obiettività. E se l'autore ha ragione a criticare aspramente l'inazione europea di fronte alle stragi di Bosnia, si direbbe che l'intervento da lui auspicato si sarebbe dovuto limitare a difendere Sarajevo dall'attacco dei serbi di Karadzic, mentre la sorte dei serbi della Krajna o della Slavonia o del Kosovo gli stia meno a cuore. Perché intervenire a Sarajevo contro le milizie di Mladic e non a Mitrovica contro le milizie dell'UCK? Forse il paragone di Milosevic con Hitler, tanto spesso evocato nei media europei, ha spinto l'autore ad assumere un atteggiamento di forte quanto eccessiva condanna morale verso i serbi, lasciando passare in secondo piano (sebbene senza negarlo del tutto) il fatto che il nazionalismo esasperato, il razzismo, l'ansia di "pulizia etnica" non erano esclusiva di questi ultimi. Insomma, un po' più di equilibrio avrebbe giovato al libro.

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