Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1990
In commercio dal: 01/01/1997
Pagine: IV-266 p.
  • EAN: 9788806117481
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    fred marango

    16/10/2004 21:26:12

    il nulla.

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    Martino Baldi

    07/09/2003 12:21:03

    Ma come, signor Pent, "il nulla di gran classe"? Io direi, al contrario, "il tutto". "Il tutto" che scorre e sfugge da ogni parte sotto forma di tempo, di memoria, di idee banali o illuminazioni, di pensiero o vita. E Cordelli se ne sta lì, col recipiente del prezioso liquido in braccio, sapendo bene che ha in mano un colabrodo (il romanzo) e nonostante tutto si sbraccia nel tentativo impossibile di tappare tutti i buchi. Una lotta greco-romana tra l'arte e la realtà. Eroico. Ci piace, e molto.

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recensione di Pent, S., L'Indice 1990, n.10

Il nulla di gran classe o, se vogliamo, il trionfo dell'apparenza, sta alla base della nuova opera narrativa di Franco Cordelli, "Guerre lontane". Il titolo trova una sua giustificazione, la sua esatta collocazione, in un tempo di vacue pretese e smarrite dimensioni etiche. Le vere guerre si combattono ormai decisamente altrove: all'occidente spersonalizzato rimangono briciole di presunzione, le illusioni stesse si riducono ad essere sempre più private e futili, circostanziate.
Fedele al consueto stile che spezzetta la sintetica narrazione con citazioni e divagazioni dotte, Cordelli offre una prova fredda ma dignitosa, non facile da amare nella scarna consistenza dei caratteri e del soggetto stesso. Asettica, probabilmente, quanto le convinzioni che stentano a trovare margini di sfogo nei numerosi personaggi, incerti già solo nel focalizzare la loro sfera privata. Chi racconta è uno studente d 'arte del restauro, il venticinquenne Lorenzo, in un 1989 che lo vede andare alla ricerca di un suo diario prestato e smarrito, quaderno degli appunti - da aprile a luglio dell'anno precedente - relativi alla messa in scena di un'opera teatrale.
Il quarantenne Bruno tenta la carta della sua vita: regista famoso soprattutto per il suo "teatro senza attori", cerca ossessivamente di allestire l'opera del drammaturgo irlandese Sean O'Casey, "Rose rosse per me", che rievoca lo sciopero di Dublino del 1913. Il romanzo di Cordelli - in centoventi brevissimi capitoli - tocca le varie figure, nomi più che concretezze fisiche, che gravitano nello spazio di questo tentativo destinato a fallire. Attorno a Villa Borghese, al cui esterno il gruppo costruisce un illegale padiglione in vista della rappresentazione, assistiamo - in rapidissime sequenze - all'intersecarsi dei vari destini, anche sentimentali: Aurelio e Nunzia, Camillo, sposato e padre di tre figli, con Fiammetta, Giuliana con Bruno, ma anche Bruno con Margherita e con Nunzia, Lorenzo con Laura e con Margherita... Storie complesse, forse, ma senza complicazioni, neanche da parte di Cordelli, che procede per cenni e imboccate, prende e lascia, scarta e ricompone senza enfasi, come se ogni gesto fosse unicamente mirato all'esito finale dell'impresa. Si ha così l'impressione che il romanzo scorra come un'eterna introduzione, al termine della quale il dissolversi del gruppo, con la morte accidentale di Bruno, non richiede ulteriori approfondimenti.
Ovviamente una simile congrega di ombre non può vincere col Potere Costituito, il commissario Pizzuto - figura retorica e scostante come tutto ciò che sa di ordine borghese - che mette fine all'effimero castello di carta, sintesi di troppe vite immaginate. Bruno, elemento aggregante par nella sua esistenza disgregata e inconcludente, con la sua morte allontana ogni ulteriore giustificazione per mantenere in vita il nulla. Il solo Lorenzo sembrerà trovare spazi di ricerca temporaneamente più concreti in una nuova storia sentimentale.
Rimane, alla fine, una netta sensazione di disagio, dopo aver percorso itinerari romani come turisti in libera uscita, dopo aver meditato più o meno profondamente su citazioni sparse a manciate - Berenson sopra tutti - dopo aver forse sperato in un guizzo narrativo che motivasse tante pagine di inutili movenze.
Ma non ci sono guizzi, in questo Cordelli, come non ce ne sono nelle sue creature per le quali anche l'amore non presenta più dimensioni motivanti. La vita composta di passato, presente e futuro trova riscontri solo nell'io narrante: "... abbiamo un compito, che concerne il passato, cose accadute o viste; per realizzarlo viviamo nel presente, dove altro dovremmo vivere? Ma il presente ci strappa perfino a se stesso. Siamo in balia di queste due forze, entrambe incompiute, inconcludenti-come inconcludente sarebbe abbandonarsi al futuro".
Il romanzo rappresenta una generazione che, comunque, sembra aver smesso di cercare - qui o altrove, ieri o quest'oggi - nuovi sentieri percorribili. Ricalcare il passato è scontato, vivere nel presente è noia, il futuro non sembra nemmeno contemplato. Le ossessioni riguardanti il passato appartengono al solo Bruno, esemplare di una specie quasi estinta, quella degli idealisti votali al fallimento. Forse per questo la sua figura avrebbe meritato una connotazione più marcata in mezzo a tante giovani sfumate negazioni. Suo è l'unico - più o meno concreto - aggancio ideologico col tempo schematico e provvisorio vissuto di sfuggita dagli altri.