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Hamburg. La sabbia del tempo scomparso
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Hamburg. La sabbia del tempo scomparso - Marco Lupo - copertina
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Descrizione


Vincitore Premio Campiello Opera Prima 2019

Una storia in cui la memoria non è mai una cronaca fedele, ma il frutto polposo e amaro dell'immaginazione.

Crepitano gli incendi autunnali sulle colline. Il primo freddo insegue come un cane uomini e donne che si riparano in una libreria. Accade ogni giorno, a ogni ora. Entrano e cercano qualcosa o nulla, il libraio li osserva avvolto in un'aura di tabacco. Poco lontano, ogni lunedì, alla stessa ora, un gruppo di sconosciuti si incontra per leggere frammenti di libri che stanno scrivendo; bevono e fumano abbottonati nel loro anonimato, si preparano ad ascoltare o a essere ascoltati. Una volta usciti dal locale, nessuno conosce più nessuno. Come una setta il loro rito è intimo, silenzioso, impronunciabile. Un giorno uno degli uomini porta con sé alcuni romanzi di uno scrittore di cui si sono perse le tracce. Li ha scovati in una libreria, racconta, con le pagine stralciate, i dorsi scorticati che prudono tra le mani come sabbia e gridando senza sillabe chiedono di essere ascoltati. Appena iniziano a leggere, l'autore li inghiotte nell'universo delle macerie di Amburgo 1943, nella tempesta di fuoco precipitata dal ventre dei bombardieri; nell'universo di un bambino ingrigito dalla polvere in un bunker sotterraneo e destinato a diventare presto un orfano, che pochi anni dopo deciderà di raccogliere tutte le schegge esiliate di questa drammatica storia. Nelle sue parole riprendono vita pani di sego ammuffiti, libagioni nelle segrete stanze del potere e i fantasmi di Franklin D. Roosevelt, Winston Churchill e Adolf Hitler. Nel suo romanzo d'esordio, tra Bolaño e Sebald, Marco Lupo dà vita a un'opera al nero che sfuma continuamente i contorni della narrazione. Geografia dell'oblio, studio anatomico della dimenticanza e regesto letterario di un massacro, Hamburg sfugge alla linearità del racconto per mutarsi, tra finzione e realtà, incubo e ricordo, in un coro di vite e memorie al centro del quale pulsano voci rotte dalla fame, braccia rose dalla rabbia e spettri inceneriti. Una storia in cui la memoria non è mai una cronaca fedele, ma il frutto polposo e amaro dell'immaginazione.

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Dettagli

2018
20 settembre 2018
239 p., ill. , Rilegato
9788842825029

Valutazioni e recensioni

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Eli
Recensioni: 5/5

Meraviglioso, è la verità che si cela dietro ogni lettore, è sopratutto è la memoria che resta . Ci sono i vinti, ci sono i ricordi e c'è il compito che ogni libro cerca di portare a termine : restare, essere tramandato .

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Zia Jane
Recensioni: 4/5

Si fatica a orientarsi nelle prime pagine, ma nel momento in cui si iniziano a leggere "i libri nel libro", si delinea l'intento dell'autore e mano a mano si viene assorbiti dall'opera. Non è uno di quei libri da bere d'un fiato, ha bisogno del suo tempo. Bellissima e raffinata la prosa. Assolutamente consigliato

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elisa
Recensioni: 5/5

Un libro molto particolare, scritto veramente bene che è un po' la storia di tutte le storie, ciò che spiega uno scrittore a scrivere : la memoria, e in queste pagine di ricerca troviamo le storie dei vinti, di quelli che hanno subito la guerra e di ciò che resta. Consigliato.

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Recensioni

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Voce della critica

(…) Hamburg, edito da Il Saggiatore, è il raffinato romanzo di Marco Lupo in un esordio che non sembra tale, vista la consapevolezza narrativa, la profonda conoscenza letteraria dell’autore. In queste pagine abilmente dosate: Umana empatia, Narrazione storica, Divagazione colta.

La prosa, lucida e senza sbavature, prende in prestito l’architettura collaudata del racconto nel racconto, dove la narrazione di secondo grado si erge a protagonista, come protagonista è stata la seconda guerra mondiale del secolo breve. I brani dei libri ritrovati diventano la cornice madre entro la quale si muovono uomini, donne e bambini di quel tratto di novecento. I confini non sono rigidamente definiti ma seguono piuttosto le alternanze di cambi di persona, di piani di azione, di voci narranti, senza l’intento prioritario di ricostruire una storia unica e sola. Affiora così una coralità di voci in grado di restituire al lettore un pezzettino di vicenda, un tassello da incastrare a sua volta nel collage impietoso della guerra. Che con la sua brutale universalità e dirompenza investe le vite di tutti.

Le immagini sapientemente selezionate dagli archivi storici e riportate nel testo vivono nel romanzo senza risultare didascaliche ma evocative. L’ambientazione per molti versi classica della seconda guerra mondiale viene maneggiata con sapiente accortezza, riuscendo a divenire uno scorrere inedito rispetto alla prolifica produzione di storie ambientate in quegli anni.

Come pagine di un diario immaginato da diversi autori, come scatti fotografici da differenti angolazioni, questo libro rapisce. L’occhio dell’ufficiale britannico che lancia le sue bombe da duemila metri di quota; quello di Hans Erich Nossack, scrittore tedesco che nel 1943 ripara con sua moglie fuori dalla città di Amburgo per sfuggire alla pioggia di bombe battenti su un’umanità che la guerra vorrebbe cancellare; quello ancora che entra nelle stanze del potere dove vengono pianificate a tavolino le prossime mosse sullo scacchiere bellico. Le pupille ancora di una madre e del suo bambino, costretti al suono dei bombardamenti nello spazio ridotto di un rifugio insieme ad altre persone che assolvono la funzione protettrice di un padre assente perché imprigionato, perché deportato, perché schierato apertamente contro il nazismo.

Letteratura delle macerie. Quelle che restano come le pagine di un libro rinvenuto solo per una parte, metafora dell’annebbiamento della cultura, richiamo alle tristi sorti dei libri in quegli anni bui. Libri che diventano protagonisti di un sentire condiviso e autori che vengono citati puntuali nella coerenza di divagazioni mai superflue.

(…) Il bravissimo Lupo cita Elias Canetti in uno dei suoi aforismi dedicati a Marie Curie, “Io temo le stelle che non conosco”, riferendosi allo scrittore Nossack quando valuta il rischio corso decidendo di restare a una manciata di chilometri dalla sua città invece di lasciare la Germania, come avevano fatto molti intellettuali quando avevano capito che la fine stava per abbattersi su di loro. Su tutti quanti.

E siamo felici che invece Lupo abbia deciso di scrutarlo quel cielo farsi incandescente per le bombe, quei colpi di cannone deflagrarsi producendo tonfi sordi e primordiali.

Che lo abbia fatto con la sua sensibilità regalandoci questo testo prezioso, lungimirante, colto. Emozionante.


Recensione di Angela Vecchione

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