Hotel Madrepatria

Yusuf Atilgan

Traduttore: R. D'Amora, S. Gezgin
Editore: Calabuig
Anno edizione: 2015
Pagine: 179 p., Brossura
  • EAN: 9788899066031
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    Lina

    27/04/2015 20:01:31

    sarà anche "un capolavoro della letteratura turca" ma francamente nella nostra lingua risulta affastellato e illeggibile. chissà, magari è solo un problema di traduzione.

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Secondo romanzo di Atilgan (1921-1989) tradotto in varie lingue e ora ottimamente anche in italiano, Hotel Madrepatria getta luce sull'Anatolia degli anni sessanta attraverso la vicenda di Zebercet, gestore trentenne di un piccolo hotel in un'ignota cittadina nei pressi di Ankara. L'hotel è simbolo di una realtà su cui incombe inesorabile il presagio del fallimento: sentimentale, professionale, politico, umano: "Gestire un hotel e gestire un'istituzione, una grande impresa, un paese erano in fondo la stessa cosa. Quando un uomo comincia a conoscere se stesso, a rendersi conto delle proprie possibilità, quando capisce quali sono le vere responsabilità, vacilla, non ce la fa".Nessun intreccio di destini all'Hotel Madrepatria: nell'attesa tormentosa di una donna conosciuta di passaggio, Zebercet rivive con la memoria le vicende familiari e con l'immaginazione quelle dei pochi ospiti, riversando infine il proprio bisogno erotico su una passiva domestica. Solitario e alienato, Zebercet è prigioniero di se stesso prima ancora che del proprio hotel, incapace di spezzare le catene di una sorda routine che procede automaticamente senza curarsi di lui, che più volte ripete: "Non sono né vivo né morto". Nella filigrana di una vicenda straordinaria nella sua più assoluta insignificanza si legge il destino di un paese soffocato dalla necessità di un'intesa difficile (spesso del tutto assente) tra il patrimonio storico-culturale mediorientale e quello occidentale ed europeo, e di cui la passione ossessiva di Zebercet per l'ospite ignota e inafferrabile si fa metafora. Nella descrizione di situazioni e persone, Atilgan ricorre a un crudo realismo che ricorda la nuova oggettività degli anni venti berlinesi per l'attenzione fotografica alla cosa più che alla persona. Alla voce narrante eterodiegetica compete una lucida analisi di un paese in bilico tra due mondi, due culture e tradizioni, tra memoria del passato e modernità (konak vs. hotel), tra l'autenticità della terra natìa – palpabile nei vocaboli turchi chiariti dal glossario in appendice – e la possente influenza di un occidente percepibile soprattutto nella scrittura, e paragonabile, oltre che a Faulkner, su cui Atilgan formò il proprio talento, a quella di Joyce e Kafka.   Silvia Ulrich  


Ha preparato il tè. si è aggiustato il nodo della cravatta, si è seduto sulla poltrona. Di fronte a lui c’era lo spesso registro degli ospiti. Non poteva chiederle il nome ormai, se ne stava andando. Aveva chiuso la porta della stanza e ora si avvicinava: capelli neri, cappotto marrone aperto sul davanti, calze grigio fumo, scarpe con il tacco basso. Aveva poggiato a terra la sua piccola valigia di pelle e mentre apriva la borsa aveva chiesto ‘Quanto le devo?’ ‘Tenga pure il resto’. Alle mani non portava anelli, le sue unghie lunghe erano rosa chiaro. ‘La ringrazio molto, anche per il tè’. aveva preso la valigia ed era andata via.

“Hotel Madrepatria”. Leggendo il titolo pensiamo che quello di Yusuf Atilgan sia un ennesimo romanzo in cui un albergo è la cornice per una miriade di storie di personaggi che guarderemo nell’interno delle stanze come se l’edificio dell’albergo fosse un giocattolo, di quelli con una cerniera laterale che spalanca una casa in due parti. E invece…sorpresa. Perché ci sono tanti personaggi che fanno la loro comparsa con tanti abbozzi di storie, ma il romanzo dello scrittore turco Yusuf Atilgan è tutt’altro. Ha un protagonista che è un eroe antieroe, un ometto che diventa ancora più qualunque quando, ad un certo punto, si rade i baffi, un solitario senza alcun legame affettivo che, in una maniera del tutto inspiegabile, resta folgorato da un’ospite occasionale e si lascerà trascinare nei vortici di una follia autodistruttiva da quella che diventa un’ossessione.
L’Hotel Madrepatria non si trova né a Istanbul, né ad Ankara né a Smirne, ma in una cittadina non nominata dell’Anatolia, luogo di passaggio per i treni da e per le grandi città. E’ vicino alla stazione e c’è quindi un discreto andirivieni di clienti. Zebercet è il gestore dell’albergo che una volta era un konak, una grande abitazione appartenuta alla sua famiglia. Non tutti i clienti dell’albergo sono rispettabili, Zebercet chiude un occhio quando qualche prostituta chiede una stanza per portarci un uomo, chiude anche l’altro occhio quando sono due uomini a presentarsi, in genere uno vecchio e uno giovane che si fanno passare per padre e figlio. A volte gli capita di origliare alle porte, immaginando passioni non sue. Lui si accontenta di entrare di notte nel letto della domestica. E’ proprio il caso di dire che ‘si accontenta’, perché non la sveglia neppure, fa quello che deve fare e torna in camera sua.
La sconosciuta dal cappotto marrone che arriva una sera non ha neppure un documento di identità, sarà impossibile per lui rintracciarla. Piuttosto, verranno due brutti ceffi, dopo un po’ di tempo, per riprendersi l’asciugamano che lei ha lasciato lì. Non è questa l’unica stranezza di una trama che ha qualcosa di surreale, che mescola frammenti di vicende- della domestica, dell’uomo che dice di essere un ufficiale in pensione e che poi risulta aver strangolato la figlia (vero? falso? una coincidenza che collima con un altro strangolamento?), della ramificata famiglia di Zebercet in cui uno zio diciassettenne si è impiccato perché-forse- innamorato della moglie del fratello che avrebbe poi dato il suo nome a tutti i bambini che nascevano e morivano subito dopo (non era una sfida alla buona sorte dare il nome di un morto suicida ad un bambino?). E anche questa impiccagione lontana è un aggancio voluto ad un’altra impiccagione alla fine della spirale. Lo stile del libro è perfetto per questo miscuglio di fatti (pochi), supposizioni (molte), ricordi ingarbugliati (moltissimi, soprattutto mentre si avvicina il drammatico finale), alternando una narrazione piana a una sorta di monologo interiore che comunica l’ansia e l’angoscia e il rovello di una persona che sta uscendo dai binari della sanità mentale. Sembra che sia sempre buio fuori dell’Hotel Madrepatria, giustamente, perché i clienti arrivano per passare lì la notte. Quando Zebercet esce, si aggira per una città buia e l’unica scena animata- di una violenza che fa contrasto, selvaggia e sconcertante- è quella di un combattimento tra galli a cui il protagonista assiste e dove incontra un ragazzo verso cui fa qualche timida ‘avance’: se questo avesse accettato, la fine sarebbe stata del tutto diversa?
Lo stile che deve molto agli scrittori europei e americani che hanno rivoluzionato la letteratura (da Joyce a Faulkner), la tematica che affronta con grande delicatezza questioni scabrose, l’interesse per la psicologia dei personaggi, hanno contribuito a far considerare Yusuf Atilgan un ‘pioniere’ del romanzo moderno turco, uno degli scrittori che il premio Nobel Oran Pamuk ha citato come un maestro.

A cura di Wuz.it