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recensione di Barolo, O., L'Indice 1986, n. 7

Scritto da uno storico economico e non da un musicologo, il libro prende in considerazione il teatro d'opera italiano fra Sette ed Ottocento da un punto di vista fino ad ora inedito, e cioè in quanto processo produttivo. L'importanza economica di questo fenomeno culturale non sfuggiva ai contemporanei: almeno fin dal 1780, scrive Rosselli, l'opera viene considerata un'industria rilevante che dà lavoro non solo alla gente di teatro, ma anche ai dipendenti di industrie sussidiarie. Conducendo un 'analisi attenta su specifiche grandezze economiche - le tavole comparative che corredano il libro riguardano costi ed incassi di stagioni d'opera; compensi a cantanti nelle stagioni di carnevale, nei teatri di Napoli, all'estero; incassi medi di stagioni d'opera in Italia; prezzi indicizzati d'ingresso e di abbonamento alla Scala e così via - lo storico inglese ricostruisce una mappa particolareggiata della produzione, nei suoi momenti di espansione e di crisi correlati alle fasi del mutamento politico e sociale. Il che gli consente poi di estrapolare le implicazioni relative alla storia sociale tout court e di formulare ipotesi su aspetti della storia sociale della musica: per esempio il problema dello "scemare della capacità creatrice nell'opera lirica italiana".
Dal tardo Settecento fino al 1830-40 un'opera era per definizione un lavoro nuovo. Verso la metà del secolo si afferma invece il concetto di "opera di repertorio": presentata più volte, singoli cantanti o intere compagnie, ne conoscono già le parti . Il periodo in cui l'opera di repertorio figura nei cartelloni dei maggiori teatri è anche quello in cui diminuisce il ritmo di produzione di lavori nuovi e muta radicalmente lo stile dell'architettura teatrale: a partire dagli anni '50, vengono costruiti grandi teatri per un grande pubblico, strutturati in modo che vi si possano rappresentare anche spettacoli equestri, o di acrobati, e infine l'operetta. È il momento in cui "l'opera cessa di costituire il centro della vita di società delle classi agiate", e l'impresario, il cui ruolo produttivo è il tema principale del libro, esaurisce poco a poco la sua funzione. Fra gli anni '70 e gli anni '90 il ruolo di allestire le stagioni d 'opera passa di fatto - per i diritti di proprietà sulle partiture che consentivano di porre vincoli alla costituzione delle compagnie - agli editori musicali, imprenditori capitalistici in senso stretto.
Fra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, invece, l'impresario, nella documentatissima ricostruzione di Rosselli , è un imprenditore del tipo identificato nello stesso periodo da Jean-Baptiste Say. " Negoziante", "commerciante", "speculatore di pochi capitali e non possidente", stabilisce i necessari rapporti fra i fattori di produzione (proprietari di teatri appaltatori di stagioni; cantanti e strumentisti; compositori) e fra questi e gli utenti del servizio. Compito non facile (soprattutto per la scarsità delle disomogenee risorse) che l'impresario assolve con spregiudicate capacità organizzative (che non evitano tuttavia frequenti fallimenti), in una organizzazione produttiva caratterizzata da un'accentuata discontinuità. Per esempio, la proprietà del teatro poteva essere di un sovrano, un individuo, una famiglia, una società di palchettisti; o poteva anche essere mista. Ne conseguiva una grande varietà nell'ammontare e nei modi di corresponsione della "dote" per l'allestimento di una stagione, e delle sovvenzioni governative. Con tali risorse l'impresario allestiva le stagioni d'opera, delle quali sono eccezionalmente, e a prezzo di perdite ingenti, i proprietari dei teatri assumevano la gestione diretta, di solito temuta e considerata troppo onerosa a causa delle generalizzate aspettative di sfarzo e di prodigalità. Il che si giustifica pienamente se si pensa che il teatro d'opera riproduceva, nella sua organizzazione, la società gerarchica di cui i proprietari dei teatri occupavano i livelli più alti.
L'edizione italiana del libro di Rosselli da lui stesso tradotto, porta un titolo che non rende giustizia al contenuto. Né migliora la situazione il sapore vagamente scandalistico del sottotitolo: "Arte e affari nel teatro musicale dell'Ottocento", impreciso, oltretutto, cronologicamente. Quello inglese, invece, "The Opera Industry in Italy from Cimarosa to Verdi: the Role of the Impresario", sintetizza con molta precisione ciò che il libro offre. In compenso, l'edizione italiana è arricchita di una raccolta di documenti e di un dizionario biografico degli impresari citati. Quest'ultimo è la selezione da un "Elenco degli impresari e agenti teatrali italiani", compilato e corredato di cenni biografici ad opera dello stesso autore. Costituito di circa 400 nomi, è segnalato in una nota dell'edizione inglese come consultabile, ancora dattiloscritto ed in attesa di edizione a stampa, presso alcune grandi biblioteche internazionali e, in Italia, presso la Scala, l'Istituto di Studi Verdiani a Parma, la Società di Musicologia a Bologna, l'Istituto di Bibliografia Musicale di Roma.
Un utile complemento e una diversa angolazione di lettura presentano, a chi volesse saperne di più, due libri di Marcello de Angelis: "Le cifre del melodramma", una co-edizione Giunta Regionale Toscana/La Nuova Italia del 1982, e "Le carte dell' impresario" , edito da Sansoni nello stesso anno. Nel corso delle sue ricerche sulla storia della musica in Toscana, de Angelis mette a fuoco la figura del grande impresario Alessandro Lanari (a lungo trascurato dagli storici a favore dei Barbaja, Jacovacci, Merelli) che aveva dominato il mercato italiano dal 1820 al 1850. L'interesse per questo personaggio, che ebbe per lunghi anni in appalto le stagioni alla Pergola di Firenze, conduce il de Angelis a scoprire che alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze esiste non solo un "Fondo Lanari" aperto alla libera consultazione, catalogato e schedato, ma anche un cospicuo lotto di materiali, abbandonato fra i "Manoscritti da ordinare", provenienti dallo stesso "Archivio dell'impresa teatrale Lanari e C.", acquistato dalla biblioteca nel 1887 e diviso, sulla base di insondabili criteri, in un blocco destinato alla pubblica consultazione e in uno destinato al deposito.
Prezioso strumento di lavoro per specialisti "Le cifre del melodramma" è il catalogo di questi documenti pubblicato nella collana Inventari e cataloghi toscani. I materiali inventariati sono importatissimi - Rosselli denuncia come limite del suo lavoro quello derivante dall'impossibilità di consultarli - soprattutto perché comprendono la documentazione contabile dell'impresa e una corrispondenza imponente con artisti e compositori di un impresario che - rara eccezione a quel tempo - aveva gusto e intelligenza anche per la qualità delle opere da allestire e non solo per la loro possibilità di avere successo.
Ne "Le carte dell' impresario" Marcello de Angelis traccia un profilo di Alessandro Lanari ricavato dallo studio dei suoi documenti impresariali. Attento soprattutto alla storia della cultura, il libro è corredato da una raccolta di documenti, (fra i quali il "Dossier Strepponi" contribuisce a far luce definitiva sulle vicende dell'artista prima del suo incontro con Verdi) e, pur essendo un libro specialistico, si raccomanda a lettori non solo specializzati per il garbo, la freschezza, l'eleganza di scrittura.