Traduttore: G. Bona
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1995
Pagine: 511 p.
  • EAN: 9788806138738
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recensione di Rognoni, F., L'Indice 1995, n.10

Nato a Nagasaki nel 1954, ma in Inghilterra da quando aveva sei anni, Kazuo Ishiguro è autore di tre romanzi quasi perfetti, di cui è difficile dire quale sia il più bello: se l'inquietante storia di fantasmi di "Un pallido orizzonte di colline" (1982), o le erratiche memorie di "Un artista del mondo effimero" (1986), o la straziante commedia di "Quel che resta del giorno" ( 1989). Il protagonista di quest'ultimo libro, il "dignitoso" maggiordomo Stevens, conduce ormai una vita propria, oltre la pagina (non necessariamente grazie al film di Ivory) e, non fosse la sua una professione un po' in declino, c'è da scommettere che quanto prima conquisterebbe un proprio lemma nei dizionari, come la Perpetua del Manzoni o il Pandaro di Chaucer (in inglese, 'pander' è il "ruffiano" per antonomasia). Ma forse i lettori più sofisticati non rinuncerebbero al virtuosistico anticlimax dell'"Artista del mondo effimero" neanche per una squadra di servitori ossequiosissimi; e, davvero, "Un pallido orizzonte di colline" è degno del "Giro di vite" di Henry James - se non che, prima di scriverlo, bisognava avere visto almeno "Hiroshima, mon amour" e "Shining". Insomma, a trentacinque anni Ishiguro aveva già prodotto tre piccoli classici, molto diversi e tuttavia riconoscibilmente della stessa mano (in ognuno è come il "la" per quello successivo), attingendo sempre più largamente a una sua segreta vena di comicità (in "Un pallido orizzonte" ancora sepolta), perfezionando la difficile arte dell'immedesimazione (tutti e tre romanzi sono narrati da personaggi quanto mai distanti, per genere d'esperienza ed età, dall'autore), e quella, ancora più difficile, della reticenza, del non detto: finché tutto il passato che non s'è vissuto - e quello che si voleva dimenticare (il che forse è lo stesso) - riverbera, abbagliante e nero, dalle proprie eclissi.
Che fare dunque di questi "Inconsolabili", che appare dopo sei anni di silenzio, ed è ambizioso e lungo quasi come gli altri tre romanzi messi insieme? Cosa (qualcosa?) appare dai giganteschi vuoti di memoria della narrazione? O l'arte della reticenza stavolta è stata portata troppo in là, in un luogo che è davvero senza alcun passato, dove nulla è detto - e nulla accade perché nulla è mai accaduto?
Sembra che Ishiguro non abbia mai troppo approvato chi lodava l'ambientazione giapponese dei suoi primi due romanzi, n‚ chi mostrava d'ammirare "Quel che resta del giorno" soprattutto per le sue precise coordinate temporali (l'Inghilterra fra le due guerre, la crisi del canale di Suez): per il suo "realismo", in breve. Mentre a me è sempre parso che questi romanzi trascendessero senza alcuna difficoltà le rispettive occasioni, e ciò proprio in virtù della loro specificità, dell'esattezza delle allusioni storiche: tanto più astratti, universali (e "personali"), perché così infallibilmente calati in luoghi e tempi specialissimi. Per cui già non mi convince (perché non la trovo necessaria, anzi il contrario) la scelta d'ambientare "Gli inconsolabili" in una imprecisata cittadina europea in un indefinibile "tempo presente" - un luogo della mente che smania per venir localizzato, quando il Giappone e l'Inghilterra degli altri romanzi erano subito altrove: naturalissime metafore.
Ora si dirà che non è 'fair play' presentare un romanzo alla luce dei precedenti, soprattutto in un caso come questo, dove è cosi chiaro (e in sé ammirevole) che l'autore intende rinnovare e superare se stesso. Ma se una cosa è certa degli "Inconsolabili" è che si tratta d'un libro che non potrebbe essere stato scritto se non dopo l'esperienza di un grande successo: chi altri è il signor Ryder, il celebre pianista che fa tappa nella città degli "inconsolabili", ed è riverito e annoiato dai notabili locali, se non lo stesso Ishiguro impegnato in un ennesimo tour promozionale? Del resto, il romanzo è disseminato di ammiccamenti e autoallusioni ("Sul serio. A Tokyo me la cavo meglio che a Parigi", una specie di francamente prematuro "Otto e mezzo", in cui sono rievocati i personaggi del passato: il maggiordomo Stevens che diventa Gustav il facchino, il petulante Ichiro (dell'"Artista") riincarnato nel ragazzino Boris, ecc. Nell'assenza di una trama raccontabile, anche il tema di fondo è lo stesso degli altri romanzi: là, il problema della responsabilità di scelte effettuate per obbedienza, diciamo, al peggior "spirito del tempo"; qui, il problema della responsabilità 'tout court' - quella, per dirla con Yeats, che comincia nei sogni.
Perché "Gli inconsolabili" è soprattutto l'interminabile narrazione di un sogno: plumbeo, livido, quasi sempre notturno, sottilmente diffuso di panico (ma non un incubo, ché, per fortuna del lettore, la comicità non manca). Ovunque è straniamento e 'déjà vu'. Gli spazi sono fluidi, e mutano come scenari di un teatro; il tempo e la durata del tutto indipendenti; le cause manifestamente sproporzionate agli effetti (i quali tuttavia appaiono assolutamente plausibili); le identità incerte, permeabili: un perfetto estraneo può essere un marito, un amante, e al contempo restare un estraneo (com'è nella vita, d'accordo... ma allora era proprio necessario un romanzo di più di cinquecento pagine?). Vi sfilano una quantità di personaggi, tutti - oltre che inconsolabili - logorroici; n‚ le parche parole e il compunto buon senso del signor Ryder sono una gran consolazione, siccome ben presto è abbastanza chiaro che o non esiste Ryder o (più probabilmente) non esistono tutti gli altri, e comunque sia nessuno è esente dai crucci generali, e piuttosto banali (l'invidia, l'impotenza, il disamore, il fallimento, la vecchiaia, ecc.), della commedia umana.
Forse i tre giorni di Ryder (o è un'unica notte?) avrebbero potuto offrire un bello spunto per una 'pièce' di Pinter o di Ionesco, o per un film di Bunuel, un'ora e mezza in compagnia di Fernando Rey e Silvia Pinal. Ma qui è come se uno spezzone dell'"Angelo sterminatore" o del "Fantasma della libertà" venisse proiettato infinite volte al rallentatore: un romanzo tanto lungo e impegnativo, nello stile trasparentissimo ma così esigente di Ishiguro, semplicemente non si sostiene sulla messa in scena del "quasi nulla", per quanto meticolosa sia la vaghezza con cui è apparecchiato; e peggio ancora se certe analogie adombrate con la musica "moderna" ("La musica moderna esula dal loro comprendonio, non la capiranno mai. Una volta c'erano solo Mozart, Bach, Caikovskij. Persino l'uomo della strada poteva fare delle congetture sensate su quel genere di musica. Ma le forme moderne!") vanno prese sul serio. La tenuta del tono - "perfettamente equilibrato, ... a metà tra il serio e il faceto" - è ancora impeccabile, la scrittura sempre sul filo dell''understatement', le superfici mostruosamente dilatate, come se avessero assorbito ogni profondità sotto non c'è che qualche stereotipato ricordo d'infanzia, e una colpa indefinita - troppo poco.

Recensioni dei clienti

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  • User Icon

    p.rossi

    30/08/2010 13:03:55

    Non ho parole sulla scelta dello "stimato" editore einaudi di non stampare più un capolavoro del genere che rappresenta uno dei più bei libri mai letti. Mi auguro che con il tempo tale scelta venga revocata e non venga ritirato definitivamente fuori catalogo perchè sarebbe scandaloso. Detto ciò, questo libro è semplicemente un capolavoro, maestoso ed onirico che ti trasporta in una storia immaginaria ma verosimile con una deszrizione dei luoghi talmente accurata che sembra una realtà. Un libro così affascinante è difficile da sconsigliare!

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    elisabetta

    27/07/2005 23:08:29

    Ho appena finito Gli Inconsolabili, di Kazuo Ishiguro che ho sentito citare per la prima volta un mese fa, e ne sono folgorata. La meraviglia non deriva soltanto dai meriti intrinseci del romanzo ma prima di tutto dalla scoperta che, in un tempo di libri usa e getta, qualcuno abbia avuto il coraggio e la pazienza di profondere in un unico testo tanta audacia creativa, tanta ricchezza immaginativa, tanta varietà di invenzioni nella tecnica narrativa, che pure scorre con naturalezza e semplicità. Sono allibita di fronte alla vastità e complessità dell'impianto, un filo narrativo intricato che segue i percorsi della logica onirica ma senza perdersi mai. C'è in Ishiguro, sotto l'apparente svagatezza, una circolarità rigorosa che lo distingue nettamente da Kafka. E' un libro difficile, qualche volta perfino snervante, ma straordinario. Immediatamente, appena chiuso il volume, ho desiderato conoscere l'autore, sapere qualcosa di più sul suo conto, capire "come ha fatto", dove ha trovato il tempo, la fantasia, la determinazione per portare a termine un'opera così ambiziosa. E' proprio questo che ho pensato, anche se di solito non mi capita mai. Ho letto la sua biografia nel risvolto di copertina e mi sono chiesta se il segreto stesse nel cosmopolitismo o nell'origine giapponese. Di quest'ultima mi è sembrato di intravedere tracce nell'elaborato formalismo dei rapporti fra i personaggi, e forse anche nelle sottili crudeltà del protagonista. Ma forse la mia idea del Giappone è molto stereotipata.

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    Fabrizio

    23/03/2005 11:02:07

    Penso che la parola che più descriva quest'opera è onirico. Se mai fosse esistito qualcuno con l'incapacità di sognare, beh allora gli regalerei questo libro che spiegherebbe, più di ogni altra parola, i processi che avvengono durante la fase REM del sonno, e che qui ritroviamo in pieno nelle pagine degli Inconsolabili. Secondo me la vetta fino ad ora raggiunta dallo scrittore.

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    Khadim

    16/03/2004 08:42:15

    Ishiguro è sicuramente uno dei maggiori scrittori contemporanei.I suoi libri sono tutti molto belli,qualcuno è un capolavoro,e GLI INCONSOLABILI è tra questi.Onirico,divertente,pieno di meraviglie.A chi ancora non conosce Ishiguro consiglierei di partire da QUEL CHE RESTA DEL GIORNO e,seguendo un itinerario variabile,arrivare proprio alla vetta de GLI INCONSOLABILI.Che sia questo il libro da portarsi sull'isola deserta?Certo che anche QUANDO ERAVAMO ORFANI...

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