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Barbara Frischmuth

Editore: Giunti Editore
Collana: Astrea
Pagine: X-262 p.
  • EAN: 9788809201194

recensione di Gargano, A., L'Indice 1988, n. 7

Nel romanzo "Inganni e incanti di Sophie Silber" dell'austriaca Barbara Frischmuth un concilio di dèi, gli spiriti delle acque, dei monti e della terra che popolano la regione orientale dell'arco alpino, si trasforma in un poco olimpico e molto concreto congresso, per di più vagamente percorso dall'aria sindacale delle mozioni, a cui viene invitata una rappresentante del mondo degli uomini, l'attrice Sophie Silber. E mentre i re della Alpi e i geni delle acque si accaniscono in partite a tarocchi, fumano la pipa e fanno una corte tutt'altro che discreta alle fate, gli spiriti femminili, Amaryllis Sternwieser, Pati Banu e la Fata dell'incipiente Frescura girano in costume stiriano con gran cappelli di paglia bordati e fazzoletti di seta sfrangiati che lasciano un po' a bocca aperta i villeggianti del luogo.
Che questi Esseri dalla lunga esistenza abbiano assunto forme umane ma si muovano in un décor assolutamente démodé o parlino un linguaggio superato, un po' gonfio e un po' stantio - e la traduzione, ovviamente, non sempre può rendere lo scarto tra le varietà linguistiche - , è il segno esteriore, solo in apparenza legato all'innocente sfera del gioco, di una verità più inquietante: gli Enterici, ovvero gli oscuri, i misteriosi, come vengono definiti gli uomini, non hanno più bisogno di loro, sicché viene rapidamente e irrimediabilmente a cadere l'unica giustificazione per la loro esistenza. Allora quegli arredi biedermeier, quel titolo di riverita, quei biglietti vieux style non sono altro che l'inevitabile conseguenza, si direbbe la prova terrena che gli esseri sovrannaturali hanno fatto il loro tempo "Tutto è casi triste è[...] Gli Enterici li vediamo entericizzarsi di giorno in giorno più di quanto già non siano... e i luoghi in cui poterci muovere con agio consideriamoli pure scomparsi" (p. 11-12): così dice Rosalia, uno degli spiriti arborei che contribuiscono a dare al profilo rigorosamente geografico del paesaggio stiriano della Frischmuth un tratto suggestivo da Terra-di-Mezzo à la Tolkien. Torna in mente un altro sfogo, curiosamente analogo anche se da una prospettiva diversa, presente in una novella tieckiana del 1830, "Il castello incantato": "Ma è troppo triste [...] che ai nostri giorni tutto il meraviglioso, lo spirituale e il sovrannaturale vada sempre in fumo [...] Poveri fantasmi! Perseguitati e rimossi dappertutto, ai nostri giorni non trovano rifugio neppure nei romanzi, a stento ancora nelle tragedie". Dove qui è una voce "umana" - non a caso una poetessa - ad esprimere il proprio rammarico, la propria delusione per un revenant mancato.
Già da questi accenni dovrebbero essere evidenti le matrici letterarie cui la Frischmuth si richiama e che, quasi sempre, esibisce attraverso una rete di citazioni esplicite. Se Tieck in realtà non compare mai come riferimento diretto (quell'idea della bambina rapita dagli elfi, è vero, si trova in Mac Donald, ma non è forse un motivo tieckiano, accennato ad esempio nella novella del 1835 "Il vecchio libro e il viaggio nell'azzurro?", e se Tolkien è, per così dire esterno agli Inganni, gli Esseri dalla lunga esistenza assomigliano davvero agli ospiti, sia pure fuori moda di un albergo di montagna non diversamente dagli Hobbits, che, per dirla con Zolla, assomigliano agli "avventori di ideali locande di un'ideale campagna inglese" o ai "membri di un club pickwickiano". Per altro verso Sophie Silber legge gli hoffmanniani "Fratelli di san Serapione", e hoffmanniana è l'eredità della fata Rosabelverde dal "Piccolo Zaccaria" (che, di nuovo, è citato nel racconto "Lasciar stare"). Così come la carrozza del re delle Alpi, Alpinox, con il suo tiro di camosci, è un po' sullo stampo di quella trainata dagli unicorni su cui appare, sempre nel "Piccolo Zaccaria", il mago Prospero Alpanus, mentre l'urogallo-postino ha a modello il fagiano-cocchiere di Hoffmann.
Il gioco delle citazioni e dei rinvii non si ferma qui, interseca la linea della commedia viennese di Raimund e si intreccia con le mitologie celtiche nell'episodio dell'isola di Avalon o con le "Mille e una notte" da cui riprende la fata Pari Banu, sposa del principe Achmed o ancora con le antiche saghe popolari della regione alpina, cui giustamente rimanda nella sua interessante "Nota critica" Anita Pichler.
Certo, per una scrittrice che aveva esordito con quel "Collegio delle suor"e (1968) così provocatorio sul piano della struttura narrativa e della scrittura, e così lucidamente costruito sulla denuncia delle tecniche educative di manipolazione dell'individuo, la scelta di una dimensione feerica, per quanto particolare, potrebbe lasciare perplessi. E tuttavia anche nel romanzo del 1976, a ben guardare, non è assente la provocazione: nella affermazione poetologica della "necessità delle fate" - è questo il titolo di un saggio della Frischmuth del 1975 - in una età che sembra aver segnato la fine del pensiero mitico. Ma ciò che interessa, al di là dei rapporti con la tradizione letteraria o della individuazione di possibili sconfinamenti dei generi, è il motivo della ricerca che corre lungo tutto il romanzo e ne fa una sorta di quest story, in cui va detto che, a volte, il meccanismo degli interrogatori costruita dalla Frischmuth risulta forse troppo incalzante e scoperto. Nel tentativo di recuperare la propria identità perduta la funzione della memoria rivela tutta la sua centralità: andando dietro al filo dei ricordi Sophie riuscirà a far riemergere alla coscienza il groppo del "rimosso", concentrato nelle figure della madre, dell'amante Saul Silber e del figlio Klemens. Ma anche per gli Esseri sovrannaturali la perdita dei poteri significa, almeno in parte, una perdita della memoria del proprio passato. E contro l'atrofizzarsi delle capacità di ricordare si celebra un rituale magico, una festa della memoria, che si conclude con la riacquisizione in un'atmosfera allucinata e visionaria della forma archetipica: una testa con i palchi di corna un cavallo sulla cresta dell'onda, una figura arborea o l'immagine di un Efesto claudicante.
Le mistificazioni, che poi sono anche il gioco delle metamorfosi, culminano insomma nel crogiolo dove i filtri della fata dei narcisi Amaryllis fanno riaffiorare il ricordo delle radici, come il viaggio ad Avalon ricostruisce l'unità di pensiero e sentimento e come la difficile, faticosa Trauerarbeit di Sophie le restituisce l'"indicibile senso di familiarità" (p. 115) con il luogo della sua infanzia e con tutto il suo passato.