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Karin Reschke

Editore: Giunti Editore
Collana: Astrea
Anno edizione: 1989
Pagine: 224 p. , Brossura
  • EAN: 9788809200692


recensione di Gargano, A., L'Indice 1990, n. 3

"Una vagheggiata leggenda": Cosi Christa Wolf definisce l'incontro tra Kleist e Karoline Gunderrode, 'immaginato' nel suo racconto "Nessun luogo. Da nessuna parte" (1979). Eppure la finzione poetica della Wolf, che la scrittrice tedesco-orientale esibisce, è tutta costruita - come si sa - su materiale autentico. "Verfolgte des Gl³cks" (Perseguitata dalla fortuna), pubblicato riti 1982 da Karin Reschke, è, almeno nel rapporto tra documento e invenzione, un po' l'opposto di "Nessun luogo. Da nessuna parte": qui di storico c'è solo l'incontro tra Kleist e Henriette Vogel, mentre tutto immaginato - a parte una lettera isolata - è l'inventario come registrazione autobiografica apparentemente compatta, che inizia il 3 aprile 1798, quando Henriette Adolphine Keber ha 22 anni, e termina il Novembre 1811, pochi giorni prima del suo suicidio accanto a Kleist. Ma anche la finzione assoluta ha la sua incrinatura, se il sottotitolo - che nell'edizione italiana viene assunto, con un riuscito slittamento, in funzione dai titolo - lascia ambiguamente spazio, come la traduttrice della "Nota critica" mette in rilievo, alla possibilità di un libro effettivamente ritrovato, e se poi un'indicazione a piè di pagina - "(Gli anni 1807, 1808, 1809 mancano nell'inventario)"; p. 138 - 'finge' l'autrice come curatrice di un inventario autentico. Una finzione, per altro, che-come ha scritto sulla "S³ddeutsche Zeitung" Herbert Wiesner - "suggerisce la scoperta di una nuova figura romantica".
Certo è che, al di là di questa struttura fatta di pagine di una autobiografia inventata, il 'romanzo' della Reschke è tutto percorso da un'ossessione della pagina scritta, inventata o autentica che sia. Cosi l'annotazione di diario, che incorpora anche i fogli della corrispondenza, ruota insistentemente su quei "fasci di lettere" e poi ancora sui "fogli sparsi" e sui "fogli bianchi", che non a caso tornano in quell'immagine dell'albero spoglio del cortile, a cui Henriette Vogel vorrebbe attaccare i foglietti con i suoi pensieri.
L'ossessione della scrittura, non tanto come esigenza ma come realizzazione concreta, in altre parole il foglio scritto, è al tempo stesso anche l'ansia di scrivere la propria scelta della morte. Perché, singolarmente, anziché esorcizzazione, la scrittura di questo inventario è esercizio alla morte, da quella stanchezza che attraversa tutto il testo e culmina nell"'essere assillata dal desiderio di irrigidire completamente" (p. 126), alla sensazione di essere "marcita nel più profondo dell'anima" (p. 140), fino alla malattia vissuta come strategia di difesa. Insomma, un atteggiamento inequivocabilmente kleistiano, che mima e insieme anticipa quel Kleist che, il giorno stesso della sua morte, in una lettera alla sorellastra Ulrike scrive: "La verità è che sulla terra non c'è nulla che possa essermi di aiuto" e a Marie von Kleist: "Ora posso render grazie a Dio per la mia vita, perché mi ha ricompensato con la più splendida e la più voluttuosa morte". Tant'è che l'amica di Henriette, Sophie Haza-M³ller, la rimprovera di ostentare "una maschera di sofferenza. Proprio come fa il nostro amico Kleist" (p. 152). Il suicidio sul Wannsee di Berlino accanto a Kleist non può che essere acquisizione di un'esistenza "nel compimento perfetto dello spirito e dell'anima" (p. 198), visto che nella vita "non possiamo raggiungere di più di quanto abbiamo raggiunto".
Attraverso questa scrittura Karin Reschke - che è nata a Cracovia nel 1940 e, dopo aver studiato germanistica a Monaco, si è trasferita a Berlino Ovest - ha ricostruito, o meglio ha inventato, il profilo di una donna contemporanea di Rahel Varnhagen e Karoline Gunderrode, che, senza essere intellettuale come loro, ne ha avuto, forse, la natura poetica e la spinta emancipatrice. È la giovane Henriette, che alle lezioni del precettore su Gellert contrappone Griot, il poeta-mago del suo immaginario, la donna sentimentalmente legata, più che ai lavori domestici o al mondo dell'ufficialità, a quello dei saltimbanchi dell'infanzia, di Monsieur Bête con il suo serraglio, e, ancora, la moglie di Vogel, noioso funzionario dell'erario prussiano, che ha vissuto gli anni in cui le truppe francesi avevano occupato Berlino e che, come l'Elvira da Siena della favola di sapore e piglio assai kleistiani che Henriette si racconta, ha avuto il coraggio di tagliare i ponti con la propria esistenza passata e di cercare, magari nella morte, la propria identità.
La Reschke ha ritagliato la dimensione della quotidianità, anche attraverso la scelta di un linguaggio che a volte, nella forma privata della scrittura diaristica, è immediato, di tipo associativo e, costruito prevalentemente per immagini, a volte, nella forma più ufficiale della lettera, non è privo di toni volutamente desueti e ricercati, che la traduzione assai efficace e gradevolissima alla lettura di Lieselotte Longato ha saputo rendere perfettamente.