Io, trafficante di virus. Una storia di scienza e di amara giustizia

Ilaria Capua

Editore: Rizzoli
Collana: Saggi italiani
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 16 marzo 2017
Pagine: 240 p., Rilegato
  • EAN: 9788817093873
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Descrizione
Un'accusa ingiusta può distruggere la vita. Ma può anche aiutarci a capire che per sopravvivere l'essenziale è essere resilienti.

«Non mi arrendo. Vendo cara la pelle ma non lo scalpo. Possono portarmi in capo al mondo, ma la mia testa è collegata al cuore. E resterà sempre una testa italiana.»

Una bambina attratta dalla scienza, poi studentessa di veterinaria con la passione della ricerca. Una donna determinata a raggiungere i propri obiettivi personali e professionali che diventa una scienziata di livello internazionale, il cui contributo allo studio dei virus è riconosciuto in Italia e all’estero. Una storia positiva di successo, finalmente, in un Paese come il nostro in cui non si fa che parlare di cervelli in fuga... Purtroppo no. Perché Ilaria Capua, virologa di fama mondiale, pluripremiata e riconosciuta da tutta la comunità scientifica, qualche anno fa scopre dai giornali di essere indagata, lei che ha dedicato la vita a combattere malattie ed epidemie, per un presunto traffico di virus e vaccini. Un’accusa vergognosa, preceduta da una campagna stampa infamante e risolta dopo anni in un proscioglimento. Eppure, scrive la Capua, “ho imparato molte cose da questa vicenda e penso di essere diventata una persona migliore. Se dovessi distillare un pensiero, uno solo, che incarna il mio vissuto, è che per sopravvivere l’essenziale è essere resilienti, e nessuno può farlo al nostro posto”. Oggi Ilaria Capua dirige un centro di ricerca di eccellenza dell’Università della Florida. Una scelta sofferta, fatta per proteggere la famiglia e il suo lavoro dopo essere rimasta incagliata nei paradossi della giustizia, e ha deciso di raccontare la sua storia per non perdere la speranza. Perché un Paese come l’Italia deve imparare a investire nel futuro e deve ritrovare il coraggio di salvaguardare i propri talenti.

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    Gemma

    20/12/2018 22:16:41

    Bellissimo,un capolavoro che offre un quadro dell’italia dei nostri giorni quella in cui invidie e gelosie schiacciano chi lavora e produce più della media e poco importano il merito e i risultati raggiunti. Descrive la forza di una donna sola inseguita da un alone classicamente italiano in cui l’ambizione e il pensare in grande diventano una colpa ..consigliato alle giovani donne che hanno una voglia matta di emergere e a quelle che affrontano periodi bui nella carriera tra le mediocrità italiane. Un immenso grazie a Ilaria Capua per averlo scritto.

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    Tinama

    31/05/2017 16:14:03

    Non è un trattato scientifico, di semplice approccio anche se sono trattati temi scientifici, ma ciò che suscita interesse è il punto di vista di una donna di scienze, appartenente quindi ad un mondo “diverso”, sul mondo della giustizia, della politica e dei mass media, quando da innocente, si trova coinvolta in un intrigo di accuse insensate. E ancora più importante è la sua risalita dall’abisso infernale in cui era stata catapultata. Ammirabile la sua capacità di resilienza. Vale una lettura per capire in che mondo viviamo.

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Le prime pagine del libro

«Ladies and gentlemen, we are now about to land in Orlando, Florida.» La voce metallica mi risveglia dalla trance di dieci ore di volo. Fuori, dice il comandante, il cielo è terso con una temperatura di ventotto gradi: tempo splendido, cosa aspettarsi dal Sunshine State? Guardo l’orologio e penso che mancano venti minuti buoni per scendere; che faccio, do un’altra occhiata all’articolo sul virus Zika? In Florida ci sono tante zanzare, quasi come in Veneto. È un problema serio. Sarà una delle prime cose di cui dovrò occuparmi.
Zika è soltanto l’ultima delle virosi emergenti, si è manifestata da circa sei mesi in Brasile con un’impennata di casi di microcefalia nei neonati. Di questo virus si sa poco: che è trasmesso dalle zanzare, che nell’adulto provoca una forma febbrile passeggera e benigna, ma nella donna incinta può portare a danni irreversibili al nascituro. Come se in Brasile avessero bisogno anche di questa emergenza.
No, l’articolo può aspettare. Sono venticinque anni che giro per il mondo come una disperata, e sul treno o sull’aereo ormai sono abituata a fare di tutto. Non oggi: questo è un viaggio un po’ diverso; non sto andando a un convegno o a una conferenza: oggi, 16 giugno 2016, negli Usa 6/16/2016, inizio una nuova vita. E svolte come questa hanno bisogno di un po’ di spazio interiore e di silenzio per sedimentarsi.
Allora chiudo gli occhi e mi rilasso contro lo schienale. Niente da fare, la mente non sta ferma, non si libera. Mai dormito in viaggio, figurarsi oggi, e forse in vita mia avrò visto solo un film durante un volo. Di solito lavoro: siamo io e i paper, io e il computer, la carlinga che mi isola dalle nuvole e dalle distrazioni come una bolla di concentrazione. Perché il tempo è importante: è l’unica risorsa su cui abbiamo pieno potere, e non si deve buttare. Mai. Ah, ecco, la lista delle cose da fare: primo, telefonare a Rich sfruttando l’attesa dei bagagli.
Secondo: ritirare l’auto, quindi prendere la Florida’s Turnpike fino all’immissione nella Interstate Highway 75. Direzione Gainesville, la mia nuova città. Dopo Roma, Perugia, Teramo, Padova. E tutte le altre che sono state parte della mia vita: Londra, Edimburgo, Atlanta, Washington, Amsterdam, Parigi. Ma anche Istanbul, Tokyo, il Cairo.
Guardo il mio anello azzurro. Che bello, sembra fatto di acqua.
L’aereo atterra con un sobbalzo e una frenata brusca. Punto in avanti le gambe come al solito, mi fa sempre un po’ paura l’attimo in cui si tocca terra… Mi alzo, i piedi gonfi, mi gira leggermente la testa, tiro giù il trolley dalla cappelliera, e subito arriva fedele la fitta alla spalla. Ah, che male, è sempre una coltellata. «Cosa credi di fare?» mi domanda come una compagna antipatica e onnipresente. «Hai cinquant’anni!» Ha ragione, li ho compiuti meno di due mesi fa. Proprio una bella età per cambiare Paese, lingua, abitudini. Per lasciare gli amici, le persone e le cose che ami. Ma che devo fare? Crescere significa pure questo, mettersi in gioco, essere pronti ogni volta a iniziare da capo: lo ripetevo sempre ai miei collaboratori, no? Del resto, qual è l’alternativa: nascere, vivere e morire sempre nello stesso posto? Non ce la posso fare, ho bisogno di ossigeno.
Sono partita stamattina alle 10 da Venezia; mi ha accompagnato mamma, forte come sempre, non lascia trasparire la sua amarezza. Mamma è così, una roccia, quando ce n’è bisogno. Scalo a Francoforte e poi, mannaggia, l’aereo ha un’ora e più di ritardo, quindi alle 13,40 di nuovo a bordo.
Controllo l’orologio: qui in Florida sono le 18,40, ma in Italia è quasi l’una di notte. Quattordici ore di viaggio, di cui dieci di volo ininterrotto, sono faticose. Ma a pesare non sono gli anni, sono i chilometri, diceva il vecchio Indiana Jones. Guardo il trolley, l’altro fedele compagno di vita, il guscio che mi porto appresso. Dentro, i documenti, il lavoro, il portatile e la pashmina fucsia, regalo degli amici di Ancona per i miei cinquanta. L’aria condizionata in aereo è terribile ma io ormai conosco il nemico. Dentro il trolley nero ci sono anche i gioielli: la spilla di nonna Rosaria, il bracciale di nonna Anna. Le perle che mi ha regalato mamma.
L’anello di fidanzamento, l’anello azzurro invece ce l’ho al dito.
Mi alzo e mi metto in fila per scendere, saluto veloce hostess e steward; scendo e, con il mio passo deciso, mi incammino nel tunnel che porta direttamente al terminal. Quando entro in quel tubo di congiungimento fra cielo e terra, mi gira sempre la testa, sempre. A Venezia siamo arrivati in pullman sulla pista, qui c’è un’apoteosi di vetro e acciaio, tutto grida modernità, efficienza, soldi, denaro e potere. È l’America, bellezza, land of opportunity.