Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia - Idith Zertal - copertina
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Descrizione

La memoria dell'Olocausto è alla base dell'identità di Israele; la Shoah è presente nella legislazione, nelle preghiere, nei tribunali, nelle scuole, nei monumenti: l'intera società non cessa di definirsi attraverso quella tragedia, una relazione complessa e ambigua che questo libro analizza con precisione. I morti della Shoah hanno un ruolo centrale nel dibattito politico, in particolare in rapporto col mondo arabo: dalla guerra del 1948 a oggi, non c'è conflitto armato implicante Israele che non sia stato definito e concettualizzato in termini legati alla Shoah. La tragedia di Auschwitz, il cui ritorno è sempre percepito come un'eventualità, è diventata il principale riferimento da opporre a un mondo sistematicamente ostile e antisemita: lo Stato di Israele si è così dotato di un'aura di sacralità che lo rende quasi impermeabile.
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Dettagli

2007
XV-253 p., Rilegato
9788806183356

Voce della critica

Laddove si erge sovrano il corpo collettivo della nazione, tutt'intorno ci sono molti cadaveri. Su chi e su cosa si è fondato il processo di national e state building in Israele? Quali sono gli elementi simbolici e qual è l'antropologia profonda che presiedono alla costante ridefinizione di un'identità nazionale? Più in generale, qual è il legame che intercorre tra il nazionalismo, come fenomeno della modernità, e il culto della "bella morte", quella offerta nel nome di un ideale laico, ma al medesimo tempo rivestito di un involucro di sacralità? Il libro di Idith Zertal ruota intorno a questi quesiti, resi ancora più pressanti dal nesso che lega, con implacabile e fatale inesorabilità, memoria, pubblica non meno che privata, e ricordo del male. A suggello del fatto che si rammenta (trasfigurandone le forme e i contenuti) per lo più ciò che ci è sgradito. Zertal fa però un passo in avanti, chiedendosi come sia possibile che dal rifiuto si passi all'idealizzazione della condizione di vittima, erigendo a costrutto ideologico ciò che enfatizza lo stato di deprivazione e di annientamento, declinato infine come la premessa per la costruzione di un'identità condivisa. Al centro del libro c'è quindi il tema della ricezione della Shoah, di quella "catastrofe" che nelle menti dei contemporanei sta sospesa tra evento (lo sterminio) e martirio (l'Olocausto), tra fatto concreto e sua tematizzazione metafisica.
Nel corpo politico della nazione israeliana, le incoscienti vittime ebree, martirizzate e reificate, assurgono a una nuova esistenza. Israele, sostiene Zertal, ha fatto un largo ricorso a questa strategia argomentativa, connettendola alla mitologizzazione del vitalismo sionista. In questo modo non solo si è costruita un capitale simbolico, un passato al quale demandare la propria legittimazione, ma ha istituito un percorso che riduce la storia al binomio tra martirio e redenzione.
Diciamo subito, a scanso di equivoci, che si tratta di un saggio dolente, ma argomentato con aggressività, la cui lettura può ingenerare reazioni contrastanti, poiché gioca sulla messa in discussione dei paradigmi consolidati di parte della storiografia politica. Meglio sarebbe stato mantenerne il titolo originario, La nazione e la morte, poiché siamo in presenza di un'opera volutamente trasversale, che compie costanti incursioni nell'universo delle rappresentazioni simboliche, cercando di enucleare il carattere mitopoietico che la comunicazione pubblica (anche quella di natura storiografica) ha assunto nell'età corrente. Se poi aggiungiamo che in mezzo a tutto ciò si colloca la vexata quaestio della legittimazione morale e storica di Israele, questione aperta oggi quanto ieri, ci si potrà agevolmente rendere conto di quanto sia delicata la riflessione oggetto del volume. Il quale, aggiungiamo, pur nella plausibilità delle interpretazione adottate, non infrequentemente rivela pagine di affrettato giudizio sull'operato di alcuni personaggi storici, in particolare di Ben Gurion. Si tratta, questo, del classico limite della nuova storiografia israeliana, legata alla critica della politica più che alla politica della critica.
  Claudio Vercelli

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