Traduttore: S. Gezgin
Curatore: W. Bergero
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2006
Pagine: 388 p., Rilegato
  • EAN: 9788806178994
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Recensioni dei clienti

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    georgia236

    06/04/2011 11:38:56

    Ho appena terminato il libro dopo diversi mesi, poiché la lettura si è dimostrata davvero difficoltosa, elementare, senza un filo conduttore, nemmeno la giusta cronologia degli eventi. Comunque credo che un libro vada letto fino in fondo prima di subire un giudizio così alla fine mi sono pure affezionata al personaggio e soprattutto alle meravigliose fotografie. Non lo consiglierei, eppure ha acceso il mio desiderio di andare a rivisitare Istanbul con lo sguardo di Pamuk e con la malinconia che caratterizza anche la mia indole.

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    maria cristina aschieri

    12/10/2009 11:16:07

    Un’avvincente monografia, impreziosita da una generosa raccolta di stupende foto d’epoca, con cui l’autore ci illustra l’anima triste della città e la malinconia e l’irrequietezza da lui provati nei primi vent’anni della sua vita, in un parallelismo quasi simbiotico. Pamuk cerca di farci comprendere come mai questa città variopinta, babilonica e multiculturale, centro del glorioso impero bizantino, sia ad un certo punto entrata in profonda crisi d’identità, trasformandosi in una città in bianco e nero in preda a un sentimento collettivo di perdita irreversibile. Si va a zonzo come viaggiatori immaginari nel presente e nel passato, per strade sconnesse, taverne e venditori ambulanti, fra tram sferraglianti e cani sciolti che rovistano fra le rovine, nel tentativo di comprendere la confusione, l’anarchia e il disordine che regnano in questa città sospesa fra la gloria di un passato ormai chiuso e l’immane sforzo di guardare con umiltà ad occidente, consapevole dei propri limiti economici e culturali. La magia delle luci notturne, le nebbie che sfumano i contorni dei minareti, la pittoresca fatiscenza di vicoli e strade disseminati di ruderi sempre in fantastico contrasto con la sontuosità dei palazzi principeschi e lo sfarzo delle moschee, tutto è documentato con piacevoli aneddoti e istantanee in cui le biografie d’Istànbul e di Pamuk continuano ad incontrarsi e sovrapporsi in chiaroscuri di grande suggestione. E non manca lo spettacolo grandioso del Bosforo, con lo sfolgorio incessante delle acque agitate dalle navi in transito, i suoi cieli arruffati, le antiche costruzioni di legno disseminate sulle rive, incorniciate di neve in inverno o che s’incendiano d'improvviso spandendo scintille incandescenti nelle notti estive. Una lettura per viaggiatori romantici, alla ricerca del tempo perduto, assetati di conoenza. E per chi si sente attratto anche dalle cose piccole, trascurate e umili, non disdegnando il lato in ombra delle cose, quello che può riservare le migliori sorprese.

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    Gianni

    03/10/2009 13:53:28

    Libro insolito, quasi un'enciclopedia della tristezza. Si pone come un'autobiografia legata ad un unico luogo: la città di Istanbul. Ad un unico colore: il grigio. Lo scritto è sincero e leggibilissimo, certamente offre stimoli culturali interessanti. La sua forma, volutamente un po' dimessa, impedisce però di riconoscervi un capolavoro: probabilmente non vuole esserlo.

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    mari

    14/05/2009 19:18:06

    Nè lento, nè noioso, nè piatto, nè pesante. Sono davvero stupita da tanti giudizi negativi. Non sono affatto d'accordo con chi definisce il linguaggio di Pamuk involuto, contorto, ripetitivo, addirittura impossibile, un garbuglio della sintassi... Io l'ho trovato al contrario una lettura appassionante, scorrevolissima, senza sorta di errori, ripetizioni o pesantezze di stile. Al contrario semplice, diretto, franco. Inoltre l'argomento avvince chiunque conosca Istanbul, perché racconta e spiega molte cose di questa metropoli dalla storia così singolare, ed è incredibile come Pamuk sia riuscito perfettamente a fondere in questo libro i suoi ricordi d'infanzia e giovinezza con la storia e la descrizione di Istanbul, quasi che lui e la sua città fossero tutt'uno. Un vero capolavoro, di sapore proustiano: certo al giorno d'oggi si scrivono ben raramente opere del genere, e la parola "letteratura" ha perso molto del suo significato, davanti alla cascata di thriller che il pubblico esige e ottiene.

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    galassia

    10/03/2009 15:40:04

    sto ancora in fase di lettura del libro di Pamuk. affascinante la procedura tra realtà rimembrante,considerazioni e personalismi biografici. un libro che, se non conosci Istambul, ti fa venire il desiderio di andarci subito recandolo con se come una guida spirituale

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    Roberto

    20/11/2008 10:41:56

    Il libro è una Weltanschauung dell'autore in rapporto alla sua città e ai suoi abitanti. L'autore sembra indeciso se salvarsi riunendo una parte di sé alle radici collettive di appartenenza come esemplificato da Jung oppure separarsene definitivamente (per andare dove?). Sorta di biografia introspettiva, tendente ad una autoanalisi svolta sopratutto con l'attività di flâneur,nell'accezione sia di Baudelaire che di Benjamin,dell'A. Libro colto di un autore evidentemente tale, con alcune belle pagine e qualche spunto interessante. Se leggessi questo libro senza conoscere titoli e meriti dell'autore,mi sono detto,non potrei però tollerare le incredibili, continue cadute sia formali come il pessimo stile involuto, contorto, ripetitivo, il "riuso" di intere frasi in vari punti del volume e tanti altri aspetti che rendono l'opera di non piacevole lettura. Inoltre, per quanto l'A., anche nel testo, dichiari di desiderarlo, si ha la sensazione che manchi un filo conduttore coerente dell'opera. Anche i contenuti lasciano troppo spesso perplessi e talora interdetti. Cito un aspetto abbastanza curioso. Se esistesse una valida ragione letteraria, potrei anche capire i riferimenti al proprio pene alla sue erezioni e relative attività masturbatorie (di cui parla almeno sei volte nel libro) quali valvole di sfogo ai problemi esistenziali dell'autore. Come per altri argomenti,la necessità di descrivere questa compulsione autoerotica mi è parsa affatto slegata, gratuita (se non sotto l'aspetto psicoanalitico) e quindi fastidiosa. Mi viene poi in mente che, nella mia guida turistica di Istanbul, è trascritta una lettera molto bella di Flaubert da Istanbul mentre l'A., nel capitolo titolato al letterato francese, preferisce dare spazio al di lui pene e relativa sifilide. "Non tutto è memorabile (né Pamuk lo pretende)","Non pensa mai di essere un genio, sebbene abbia piena coscienza delle proprie qualità narrative" dice Citati recensendo (positivamente) l'ultima fatica di Pamuk "Altri colori". Dovrò leggere altri suoi libri!!

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    Silvia

    13/10/2008 21:03:35

    Libro interessante perchè fin dall'inizio presenta al lettore una Turchia emancipata come ben poco ci si apetterebbe al giorno d'oggi. Un appunto però è d'obbligo: non cononosco il turco e quindi non mi è dato di far un confronto ma l'unica cosa che mi è balzata in mente dopo le prime 4 pagine è stata: P E S S I M A T R A D U Z I O N E !!! o almeno lo spero, perchè il linguaggio utilizzato è impossibile ! La magia del racconto si perde nel garbuglio della sintassi.

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    GEA

    10/07/2008 16:52:59

    Non mi è piaciuto per niente.L'ho preso in libreria attratta dalla copertina,dal titolo e dal nome dell'autore consigliatomi dalla prof,ma sn rimasta profondamente delusa.Come dicono commenti precedenti,Istanbul si propone cm libro in parte autobiografico,ma di Pamuk non c'è nulla.è noiosissimo in alcuni punti e in fondo non dice niente d'interessante.Ho capito sl una cs,tra l'altro perchè ripetuta fino all'asfissia:Pamuk ama Istanbul in quanto città a metà tra l'occidentalizzazione e il rimpiangere del glorioso passato e per qst triste.Non mi ha entusiasmato,il più basso voto finora l'ho dato proprio a lui.

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    diablero

    04/07/2008 12:39:26

    libro discontinuo, la prosa spesso è involuta e ripetitiva...alla fine tra le poche cose che sai è che a lui piace guardare le navi sul bosforo...u' capì, l'hai detto 200 volte... c'è poco di lui, c'è poco di istanbul, c'è un po' di tutto e un po' di niente. capisco il nobel dato più forse alla turchia che a lui, ma insomma, pensavo qualcosa di più profondo.

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    Carmelo De Rosa

    11/02/2008 13:18:18

    Libro tutto sommato bello, ma molto ripetitivo e, come hanno già detto in altro commento, si dilunga un po' troppo. La parola continuamente ricorrente è "tristezza". P.S. a Istanbul sono sato 2 volte e mi piace moltissimo

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    Lucia

    27/12/2007 23:12:04

    Ho letto il libro un pò di tempo fà e sinceramente l'ho terminato con difficoltà! Lento e pesante. Sono stata attratta dal titolo...pensando ad un libro completamente differente.

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    mattia barella

    20/11/2007 14:03:32

    libro noioso e lento;la lettura risulta faticosa e non certo per l'elevato livello di contenuti che propone bensì per la ripetitività degli eventi e per la staticità della prosa.Chiaramente siamo di fronte alla vita di Pamuk con sullo sfondo Istanbul,mentre ci si aspetterebbe di scoprire una volta di più l'antica Bisanzio narrata sfruttando il metodo narrativo dell'autobiografia...purtroppo non è così è Pamuk prendere o lasciare...

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    Max

    13/11/2007 15:06:34

    prosa piatta per un libro piatto. buono il tentativo di dare un significato a una città con un simile passato, ma non basta. utile per conoscere meglio la persona di Pamuk (ora ancora più odiosa di prima). romanziere e intellettuale da giornali glamur che ha ricevuto il Nobel più per le sue posizioni e la sua nazionalità molto strategica che per altro.

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    thomas

    03/04/2007 15:49:06

    Ho appena finito di leggerlo. Mi è molto piaciuto il modo certosino di descrivere ogni piccolo particolare di questa città malinconica e orgogliosa anche se a tratti mi è sembrato dilungarsi davvero troppo. Comunque un giudizio positivo.

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    stefano

    07/02/2007 10:45:08

    Bel libro semplice e scorrevole. Quadro triste e romanticissimo di una istanbul che ho deciso di andare a visitare.

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    Francesco Massimo

    20/01/2007 21:10:10

    Ogni città dovrebbe avere un Orhan Pamuk che la ami col proprio cuore, che la sogni nelle notti calde e profumate e che la protegga in quelle fredde e buie. Ogni Orhan Pamuk dovrebbe avere la propria Instanbul come il mare ha i propri abissi, come gli animali hanno la propria tana, come ogni uccello ha il proprio nido.

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    gabriella

    19/01/2007 17:44:46

    Sto leggendo Istanbul,non è un testo facile,ma non mi sembra 'letteratura sciatta'. Mi rivolgo a Stefano, non potrebbe trattarsi di una cattiva o, quanto meno, non accurata traduzione?

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    Stefano

    10/01/2007 22:31:31

    Sono davvero a disagio volendo scrivere il mio parere dopo quelli incensanti che mi precedono. Pamuk offre certamente spunti storici, sociologici e persino antropologici interessanti. Ma ho trovato la prosa di Istanbul piatta, povera e infestata da veri e propri errori. A parte una notevole profusione di frasi come: "Un altro... consiste nel fatto che", modo di esprimersi che dovrebbe essere stigmatizzato già alla scuola media, si trovano, come dicevo, errori (orrori) a mio parere inconcepibili. Qualche esempio: a pagina 63: "Mio zio, l'editore e poeta Sevket Rado aveva pubblicato una copia del libro" Pubblicata una copia?! Oppure a pagina 87 dove, dopo aver paragonato la tristezza ad un vetro appannato, Pamuk parla di "esempio" mentre si tratta, appunto, di paragone. O a pagina 178 dove si incontra la frase: "...perché avevo paura di poter diventare di pietra..." Poter diventare?! Si tratta di errori veniali? Rilevarli è pignoleria? Non mi sembra, a meno di relativizzare sempre tutto. Anche per la loro numerosità (ne ho citati solo alcuni) ma soprattutto perché segnalano una prosa davvero sciatta.

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    Kikogeno

    30/11/2006 13:39:05

    Ho appena finito di leggere questo capolavoro...e mi sento ancora là a camminare lungo il ponte Galata; infreddolito, con le mani nelle tasche della mia giacca nera; solitario, ad osservare una storica metropoli in bianco e nero; triste, ma orgoglioso...come la capitale del poeta Pamuk.

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    FABIO BAT

    14/10/2006 09:22:09

    un libro bellissimo. conosco bene la città, ma dopo la lettura direi che la voglia di tornare è fortissima e vederla con un occhio diverso e meno turistico. le pagine sul Bosforo sono magiche ed inquietanti. Il viaggio nella memoria dello scrittore mi ha profondamente toccato. non sono bravo a scrivere recensioni; aggiungo solamente che dopo averlo letto mi sono sentito veramente arricchito. Lo rileggerò tra breve!

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Chi scrive non si rappresenta con una cronologia o un curriculum ma manipolando idiosincraticamente un casellario retorico (i famosi tópoi) che gli fornisce le domande per spronare l'invenzione e le regole (da rispettare o trasgredire) per articolare la composizione del libro. Basta scorrere l'indice di Istanbul per notare la sorprendente eterogeneità dei capitoli e l'assenza di una progressione narrativa e per evocare il grande modello del genere: i Saggi di Montaigne (nati da uno sbalzo di umore malinconico e scritti per venirne a capo).
La formula generativa di Istanbul non è "vi dirò quel che ho fatto" ma "vi dirò chi sono". Non c'è dunque lo sviluppo narrativo dell'autobiografica né l'enfasi testimoniale delle "memorie"; c'è invece la perlustrazione di interi strati di cultura di tradizioni e di stati d'animo generazionali vissuti dallo scrittore. Istanbul visto a ritroso è il racconto e lo smontaggio di una combinazione intellettuale ed emotiva il cui risultato è (per ora) il Pamuk scrittore. In questo senso è il romanzo di una vocazione come scrive la quarta di copertina; ma ancora una volta senza seguire nessun modello di crescita organica né di vagabondaggio esistenziale (surrettiziamente manovrato da qualche ideale irresistibile).
La decisione con cui si chiude il libro – "diventerò scrittore io" – non nasce da un itinerario tormentato o contrastato (si veda il titolo proustiano del capitolo XXVII Una discussione con mia madre: pazienza prudenza e arte) ma scaturisce da un'insistenza un surplace – sul tema della tristezza condivisa da Instanbul e da Pamuk. Le straordinarie variazioni lessicali tematiche e culturali di cui è capace Pamuk intorno a questa parola sono la materia e l'esercizio su cui si mette alla prova riuscendovi.
Chi scrive libri di questo genere li scrive da un esilio interiore; non ha intenzione di perorare biasimare convincere lodare o istruire: non è uno scritto civile è una scrittura solitaria. Di nuovo si riaffacciano Montaigne e i suoi Saggi. Ricordate le parole usate dall'autore francese per presentare lo strano testo che stava redigendo con tanta ostinazione? "Escrivailleries (…) simptome d'un siècle desbordé" e poi "Excrémens d'un vieil esprit (…) tousjours indigeste". È troppo attribuire queste parole anche a Pamuk e al suo Istanbul ? Legga allora il sollecito lettore i capitoli Tristezza I ricchi Sotto gli occhi dell'Occidente o L'infelicità è odiare se stessi e la città e giudichi… Pamuk scrive questo libro da un esilio interiore da esule in patria (si veda il capitolo Straniero a scuola).

Un autore siffatto deve atteggiarsi un po' a Robinson urbano (un adolescente flâneur in crisi di discordia) deve sperimentare con pathos la separazione dai suoi luoghi e dalla comunità. Eccolo: "Allorché camminavo per le strade nei pomeriggi di primavera l'intuizione – no anzi l'istinto animalesco – che mi nasceva dentro era quello di essere inutile di non appartenere a nessun luogo di essere sbagliato (…) ciò significava anche fuggire dal senso di comunità dall'atmosfera di fratellanza e solidarietà della città dallo sguardo di Allah (…) per rimanere da solo e allora provavo un intenso rimorso".

Separazione secessione diserzione inutilità singolarità selvatichezza solitudine vergogna: Pamuk elenca e articola tutti gli elementi di quel genere letterario dal destino singolare che è l'autoritratto così come li ha riconosciuti e elencati Michel Beaujour in un bel libro intellettualmente eccitante Mirois d'encre (Seuil 1980). Senza uno spazio vuoto tra sé e la città (consumati gli elogi e il folclore) senza un'intercapedine tra sé e la comunità senza un intervallo tra sé e le voci autorevoli del luogo non si dà autoritratto non si azzera la finalità edificante della "confessione" in prima persona.

L'autoritrattista si ritrae costantemente nei due significati del verbo. Si allontana e si dipinge. Si aggira tra i luoghi che gli sono familiari (quante passeggiate diurne e notturne in Istanbul!) e sfoglia gli album di casa alla ricerca di immagini (quante fotografie nel testo e nel libro!); vuole ritrovarsi cerca son assiette come Montaigne (traduco volutamente male: "il suo assetto"). Ma impara presto che non c'è ritorno non c'è retroattività; la "dimora" è stata demolita (si veda il capitolo La tristezza delle rovine).

Però le rovine (come le canzoni) sono ottime conduttrici di ricordi; e la letteratura lo sa meglio di tutti. Le case di legno tarlate incendiate crollate; le diroccate chiese bizantine; la gigantesca muraglia in rovina su cui crescono erbe edere piante e perfino alberi disertano il "pittoresco" per trasferirsi nel "memorabile". Intorno alle parole-chiave: tristezza/malinconia e rovine/rovina si dispone una folla di sinonimi e di quasi sinonimi (da insicurezza a degrado da disordine a precarietà da crollo a sconfitta da miseria a ristagno) e questa copia verborum produce invenzione e scrittura secondo le più classiche procedure della memoria retorica: ogni parola inaugura una rubrica fitta di storie aneddoti sogni etimologie proverbi citazioni ecc. più o meno collegati con la parola-madre; il montaggio di queste fiches avvia il testo.

Il libro cresce per rinvii interni e per addizioni ai luoghi già trattati. Ma cresce anche per l'ordo neglectus che lo regge e gli consente di ospitare (quasi) ogni cosa: saggi sui viaggiatori europei in Oriente (chissà perché non gli piace Loti che almeno in Azyadé modula con talento le nuances della tristezza di Istanbul) e saggi su scrittori turchi perspicaci e sfortunati; il primo amore con la Rosa nera il corpo a corpo con il sistema delle arti il bagnomaria della decadenza familiare interni turchi borghesi degli anni sessanta il profumo svanito di una capitale cosmopolita e poliglotta il leggero sudario di polvere che copre tutta Istanbul e anche il mortifero salotto-museo la speculazione sull'aggettivo "datato" usato da Iosif Brodskij per Istanbul nel suo feroce articolo del 1985 Fuga da Bisanzio (e se dentro il deprimente "datato" ci fosse il più euforico "inattuale"?).

Enciclopedico onnivoro inesauribile il libro guarda Istanbul come un meteorologo guarda il tempo: senza sosta e registrando continue variazioni. "Barometro dell'anima" fu definita la scrittura diaristica appena inventata; un osservatorio dell'anima diventa invece il corpo di una città auscultato per tutta una vita.

Giuseppe Merlino