Traduttore: S. Gezgin
Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Anno edizione: 2008
Formato: Tascabile
Pagine: 384 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788806192952
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Recensioni dei clienti

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    francesco

    13/06/2014 17:26:13

    autobiografia reputata inscindibile dal luogo in cui si è snodata l'esistenza. La città è considerata non comprensibile se non attraverso la caduta di un impero durato 600 anni con la perdita di identità di chi aveva il potere e poi lo perse. la tristezza di elite si trasmette alle generazioni ma io stento a considerare reale che la popolazione inerme possa essere affranta per secoli dopo la disfatta. Chi è senza mezzi resta senza mezzi, chi è benestante resta triste per i mancati successi economici ma dovrebbe crearsi una pace. Accetto la tristezza che si sprigiona irrazionalmente dalle case in rovina, dall'abbandono, dai paesaggi dolenti, dal pensare a quel che si è perso. Pamuk è intelligentemente prolisso, ha studiato da architetto formale e sentimentale la sua città, è divertente come descrive la sua famiglia, gli svaghi di ragazzino e la decisione di rinunciare alla professione per diventare scrittore.

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    Oriana

    30/03/2013 20:28:50

    Orhan Pamuk si cimenta in un libro di memorie: la sua ricostruzione urbana ripercorre le molteplici anime della Turchia contemporanea, l'occidentalizzazione, il nazionalismo, l'Islam, che prendono corpo nelle vicende familiari di una borghesia laica e europeizzante. Istanbul attraversa i testi degli orientalisti francesi dell'Ottocento, Flaubert, Nerval, Gautier, e dei grandi scrittori turchi del Novecento, Rasim, Kocu, Kemal e Tampinar, concretizzandosi in molteplici visioni, pervadendo le pagine e le numerose fotografie di Ara Güler, vivido commento del testo, dell'eco della storia, della tristezza delle rovine. Il ritratto affettuoso e suggestivo di una grande città europea.

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    Dave

    08/09/2011 11:27:09

    e? il classico libro che sembra più scritto per se stesso e la propria famiglia che per il pubblico. La scrittura è semplice e si lascia leggere ma il tema della "tristezza" di ripete continuamente fino alla noia. Belli alcuni passaggi sull'amore e sulla sua famiglia borghese in decadimento. Mancano però spunti vivi e tensione ed il romanzo tende atrascinarsi fino alla fine. Nel complesso è un romanzo da leggere solo se si ha una grossa passione e conoscenza perla capitale turca.

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    Gozer

    18/11/2010 12:35:09

    Il romanzo dell'evoluzione interiore dell'autore dall'infanzia fino alla fine dell'adolescenza, nel momento in cui decise di diventare uno scrittore. La vita e di Pamuk e l'anima della sua città s'intrecciano, si annodano ed volte si confondono. Il tutto però, per lunghi tratti, terribilmente noioso.

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    maria cristina aschieri

    27/04/2009 15:06:17

    Un’avvincente monografia su Istànbul, impreziosita da una generosa raccolta di stupende foto d’epoca, con cui l’autore ci illustra l’anima triste della città e la malinconia e l’irrequietezza da lui provati nei primi vent’anni della sua vita, in un parallelismo quasi simbiotico. Pamuk cerca di farci comprendere come mai questa città variopinta, babilonica e multiculturale, centro del glorioso impero bizantino, sia ad un certo punto entrata in profonda crisi d’identità, trasformandosi in una città in bianco e nero in preda a un sentimento collettivo di perdita irreversibile. Si va a zonzo come viaggiatori immaginari nel presente e nel passato, per strade sconnesse, taverne e venditori ambulanti, fra tram sferraglianti e cani sciolti che rovistano fra le rovine, nel tentativo di comprendere la confusione, l’anarchia e il disordine che regnano in questa città sospesa fra la gloria di un passato ormai chiuso e l’immane sforzo di guardare con umiltà ad occidente, consapevole dei propri limiti economici e culturali. La magia delle luci notturne, le nebbie che sfumano i contorni dei minareti, la pittoresca fatiscenza di vicoli e strade disseminati di ruderi sempre in fantastico contrasto con la sontuosità dei palazzi principeschi e lo sfarzo delle moschee, tutto è documentato con piacevoli aneddoti e istantanee in cui le biografie d’Istànbul e di Pamuk continuano ad incontrarsi e sovrapporsi in chiaroscuri di grande suggestione. E non manca lo spettacolo grandioso del Bosforo, con lo sfolgorio incessante delle acque agitate dalle navi in transito, i suoi cieli arruffati, le antiche costruzioni di legno disseminate sulle rive, incorniciate di neve in inverno o che s’incendiano d'improvviso spandendo scintille incandescenti nelle notti estive. Una lettura per viaggiatori romantici, alla ricerca del tempo perduto, assetati di conoenza. E per chi si sente attratto anche dalle cose piccole, trascurate e umili, non disdegnando il lato in ombra delle cose, quello che può riservare le migliori sorprese.

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    Biagio Mastrangelo

    29/03/2009 17:30:16

    Il libro è bello, mi è piaciuto perchè a mio avviso racconta bene la tristezza di Istambul. Non capisco il Nobel però. Mah.....

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    Roberto

    20/11/2008 10:42:55

    Il libro è una Weltanschauung dell'autore in rapporto alla sua città e ai suoi abitanti. L'autore sembra indeciso se salvarsi riunendo una parte di sé alle radici collettive di appartenenza come esemplificato da Jung oppure separarsene definitivamente (per andare dove?). Sorta di biografia introspettiva, tendente ad una autoanalisi svolta sopratutto con l'attività di flâneur,nell'accezione sia di Baudelaire che di Benjamin,dell'A. Libro colto di un autore evidentemente tale, con alcune belle pagine e qualche spunto interessante. Se leggessi questo libro senza conoscere titoli e meriti dell'autore,mi sono detto,non potrei però tollerare le incredibili, continue cadute sia formali come il pessimo stile involuto, contorto, ripetitivo, il "riuso" di intere frasi in vari punti del volume e tanti altri aspetti che rendono l'opera di non piacevole lettura. Inoltre, per quanto l'A., anche nel testo, dichiari di desiderarlo, si ha la sensazione che manchi un filo conduttore coerente dell'opera. Anche i contenuti lasciano troppo spesso perplessi e talora interdetti. Cito un aspetto abbastanza curioso. Se esistesse una valida ragione letteraria, potrei anche capire i riferimenti al proprio pene alla sue erezioni e relative attività masturbatorie (di cui parla almeno sei volte nel libro) quali valvole di sfogo ai problemi esistenziali dell'autore. Come per altri argomenti,la necessità di descrivere questa compulsione autoerotica mi è parsa affatto slegata, gratuita (se non sotto l'aspetto psicoanalitico) e quindi fastidiosa. Mi viene poi in mente che, nella mia guida turistica di Istanbul, è trascritta una lettera molto bella di Flaubert da Istanbul mentre l'A., nel capitolo titolato al letterato francese, preferisce dare spazio al di lui pene e relativa sifilide. "Non tutto è memorabile (né Pamuk lo pretende)","Non pensa mai di essere un genio, sebbene abbia piena coscienza delle proprie qualità narrative" dice Citati recensendo (positivamente) l'ultima fatica di Pamuk "Altri colori". Dovrò leggere altri suoi libri!!

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