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Lacci di Domenico Starnone è un romanzo che fa male per quanto è vero. Al centro della storia ci sono i "lacci" del titolo, che funzionano come una potentissima metafora emotiva che parte da un gesto concreto: il modo unico di allacciare le scarpe che il padre, Aldo, insegna ai figli. Quel piccolo rituale domestico smette presto di essere un gesto d'affetto e diventa il simbolo di nodi scorsoi che stringono, soffocano e imprigionano i protagonisti nel nome del dovere, della colpa e del risentimento. La forza devastante del libro emerge soprattutto nella parte finale, dove Starnone accende i riflettori sulla sofferenza dei figli, Anna e Sandro. Ormai adulti, i due si rivelano i veri custodi delle macerie di quel matrimonio fallito. Attraverso i loro occhi scopriamo che il tanto sbandierato "restare insieme per il bene dei figli" è stato solo un atto di egoismo dei genitori, che ha condannato i ragazzi a crescere in un ambiente saturo di ipocrisia, rabbia repressa e freddezza emotiva. Il colpo di scena finale, brutale e inaspettato, chiude il cerchio in modo perfetto e spietato. È l'atto di ribellione definitivo, una vendetta simbolica che mi ha profondamente commossa: davanti a quell' epilogo, l'emozione e il dispiacere per le vite spezzate di questi figli sono esplosi, lasciandomi con un nodo alla gola. Un romanzo immenso e doloroso, che smaschera l'illusione che un legame spezzato possa mai tornare come prima.
Buona lettura. Un breve racconto che descrive in maniera commovente le dinamiche e i conflitti familiari. Tipico della scrittura di Starnone, come in altri romanzi, è l'immedesimarsi completamente in ogni singolo personaggio come in una scenografia teatrale. Il titolo intende riferirsi sia genericamente ai legami affettivi sia ad un episodio specifico nel libro. Al lettore la scelta.
Tremendo, devastante, schietto. Un travaglio per l'anima. Da leggere.
Un bel libro da regalare, da leggere. Sfizioso, fa riflettere ed è molto scorrevole.