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Robert Fossier

Traduttore: E. Carrara
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2002
Pagine: XI-329 p.
  • EAN: 9788806160708

Di primo acchito l'unione dei termini "lavoro" e "medioevo" può risvegliare associazioni mentali legate ad alcune immagini e ad un modello socio-istituzionale. Un'iconografia familiare a molti - come per esempio i cicli dipinti o scolpiti dedicati ai lavori dei mesi e rappresentati in tante chiese, oppure le meravigliose illustrazioni del Trés riches heures del duca di Berry - identifica sostanzialmente il lavoratore con il contadino. Non diversa è l'impressione che si ricava riandando alla notissima divisione della società medievale e delle sue attività nei tre ordines di coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano. A lavorare, essenzialmente per nutrire gli altri, sembrerebbero di nuovo e soltanto i contadini.

Una visione insoddisfacente, addirittura impossibile se si riflette sulle concrete dinamiche del lavoro e della produzione. Pur senza nulla togliere all'importanza dell'agricoltura e del mondo rurale nel medioevo, porre un accento pressoché esclusivo sui rustici significa escludere di colpo l'immensa pletora delle attività specialistiche, artigianali, edilizie e perfino protoindustriali svolte, incrementate e innovate nel corso dei dieci secoli medievali. Significa anche dimenticare il commercio e le città. Senza contare l'abissale differenza che, nelle stesse campagne, poteva intercorrere fra uno stagionale retribuito a giornata e un mezzadro benestante. Inoltre non si può negare che anche gli uomini di spada e quelli di Dio avessero a che fare con varie attività lavorative, sia perché, in generale, detenendo proprietà spesso molto estese e avendo specifiche esigenze di personale qualificato o di strumenti particolari (si pensi anche soltanto alle armi), guerrieri ed ecclesiastici dovevano fare in modo che altri lavorassero per loro, sia perché, più in particolare, la guerra, la cura delle anime, l'insegnamento, la scrittura erano occupazioni a pieno titolo, talvolta perfino retribuite. Infine, anche nel medioevo esistevano persone che non lavoravano affatto - per motivi che potevano spaziare dalla scelta mistica, alla sfavorevole congiuntura economica, alla connaturata scioperataggine - o che, pur lavorando, non producevano nulla, come nella maggior parte dei mestieri legati al maneggio del denaro.

Parlare di lavoro nel medioevo, insomma, può facilmente trasformarsi in un'impresa poco gestibile, ricca di varianti e di distinguo difficili da dominare. Ed è proprio qui che interviene lo snello manuale di Robert Fossier della "Piccola Biblioteca Einaudi", proponendosi in un certo senso come una bussola che consente al lettore di farsi un'idea complessiva sull'argomento senza smarrirsi fra le sue tante ramificazioni secondarie. Dopo una serie di premesse relative alle fonti e soprattutto ai termini tecnici, a cui l'autore dedicherà la consueta, speciale attenzione nel corso di tutto il libro, la prima parte del volume si apre su una panoramica concettuale dedicata all'evoluzione dell'idea di lavoro nell'ambito dell'Occidente cristiano. In particolare Fossier tratteggia la fondamentale ambivalenza della Chiesa e dei suoi teologi di fronte ad alcuni connotati "scomodi" del tema. Se da un lato il lavoro era da considerarsi come l'avvilente punizione inflitta da Dio ad Adamo, d'altro canto - nella pratica - era necessario al benessere della società e poteva diventare fonte di libertà, di ricchezza e di promozione sociale. Se l'otium era il connotato fondamentale dei potenti e dei santi uomini mentre il suo contrario, il neg-otium, risultava sospetto, era anche vero che l'ozio celava sacche di pericolosa emarginazione, mentre l'attività, regolamentata e controllata, non poteva che piacere a Dio. Fra silenzi, contraddizioni e ripensamenti, la Chiesa, nel corso dei secoli, finì per giustificare il lavoro, perfino quello che, con lo sviluppo urbano e commerciale, aveva più direttamente a che fare con il denaro: la "mercatura", il commercio, considerato legittimo a patto di evitare la concorrenza e di accontentarsi di un guadagno moderato.

Proprio sulla discriminante del guadagno, della retribuzione, l'autore costruisce una prima grande tipologia dei lavoratori, tipologia in cui compaiono tutte le fasce sociali, dal servo all'ecclesiastico, dall'artigiano al guerriero, e tutti i metodi in cui un rapporto lavorativo poteva prodursi ed evolversi, in campagna come in città. Con un interessante paradosso, la rassegna parte dal concetto di lavoro senza guadagno, come quello servile o quello svolto a titolo volontario, per concludersi con il guadagno senza lavoro reso possibile, per esempio, dalle rendite signorili o dalla nascita di forme di assicurazione piuttosto raffinate. Definiti a grandi linee i personaggi, Fossier presenta gli scenari entro i quali costoro si muovevano. Pur nella sintesi, o magari appunto grazie a essa, il discorso risulta ben articolato e, con la costante mescolanza di dati scientifici e archeologici, iconografici e documentari, conduce senza soluzione di continuità dall'analisi dei suoli ai prodromi della "questione operaia" nelle città del Cinquecento.

La vastità e la sostanziale eterogeneità dei temi trattati si sposa con una grande chiarezza espositiva ottenuta per mezzo di efficaci raccordi interni. Dalla descrizione geofisica dei paesaggi, degli ambienti e dei materiali presenti in natura, si passa alle modalità del loro sfruttamento - dall'agricoltura alla pesca, dall'allevamento all'estrazione mineraria - e alle tecniche utilizzate. Né si tratta soltanto degli strumenti più scontati e di impiego prevalentemente rurale come il mulino ad acqua o il giogo razionale, ma anche del libro e della scrittura, preziosi supporti per la nascita di una manualistica professionale e per la codificazione di un variegato diritto del lavoro, che si traduce nella raccolta delle "consuetudini" rustiche e nella stesura degli statuti e dei regolamenti delle arti e dei mestieri. L'esame delle categorie prese in considerazione da queste norme e di quelle escluse (i delinquenti ma anche i giocolieri, gli ebrei e gli "infedeli" in genere, i mistici o i malati) sfocia in una serie di considerazioni sull'impatto del lavoro, e della sua assenza, sull'insieme della società. Il termometro di tale impatto è costituito dalle ondate di sconvolgimenti che percorsero le campagne e le città dal tardo medioevo alle soglie dell'età moderna; le motivazioni, i fallimenti e gli effetti di queste proteste portano Fossier a denunciare la sostanziale assenza di una politica del lavoro medievale e a sottolineare la sempre più netta separazione fra la situazione rurale - dove, a parere dell'autore, non esiste alcuna "questione contadina" - e quella cittadina, assai più complessa e ricca di spunti decisamente "moderni".

La seconda parte del volume è dedicata alla pratica del lavoro. La vivace presentazione di tutta una galleria di figure professionali intermedie, in cui il navigatore o il mercenario figurano accanto al predicatore e al notaio, e di vere e proprie catene di produzione, come quella dei pannilani, fa sì che l'autore riproponga per certi versi la suddivisione lavoratori-guerrieri-intellettuali, riuscendo però ad arricchirla e a trasformarla nello specchio di una società reale e in continuo divenire. Non solo: la ricostruzione di ambienti lavorativi molto diversi fra loro permette a chi legge di apprezzare in concreto i risultati ottenuti dalla medievistica nello studio della vita quotidiana, dei gesti e delle parole, degli abiti e dei colori, del cibo e delle tecnologie. Così, pur risultando godibile e a tratti perfino divertente, per esempio nell'annotazione che Fossier (da buon francese) dedica alla "Battaglia dei vini" disputatasi di fronte a Filippo Augusto, il discorso non scade mai al livello del banale bozzettismo. Dalle pagine di Fossier emerge insomma lo spaccato di un medioevo molto lungo e molto lontano, com'è giusto che sia, ma senza nulla di stereotipato e, appunto per questo, assai più stimolante per il lettore.

Recensioni dei clienti

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    Fiorella

    09/02/2003 17.36.39

    All'interno di un tessuto narrativo estremamente agile, Fossier compie un'indagine sui generis: mancano le coordinate storiche, manca la periodizzazione, sono forniti presupposti teorici astratti. Risulta interessante il resoconto critico affrontato dall'autore stesso nella conclusione. Fossier rompe la tradizione storiografica della medievistica; sconfessando in parte le tesi di grandi studiosi italiani(Piccinni, Andreolli, Montanari). Lo scrittore francese infatti insiste sull'assenza di un reale progresso storico, poichè dal neolitico l'uomo ha medesimi sistemi di organizzazione del pensiero, sono mutati soltanto, dice Fossier, gli obiettivi perseguiti dall'uomo.

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