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David Rasmussen

Traduttore: A. Ferrara
Editore: Liguori
Anno edizione: 1993
Pagine: 204 p.
  • EAN: 9788820722647

recensione di Dellavalle, S., L'Indice 1994, n. 6

Se da un lato Jürgen Habermas viene ormai da tempo unanimemente riconosciuto come uno dei più significativi pensatori del secondo dopoguerra resta d'altro canto aperto il dibattito sulle ragioni specifiche della rilevanza delle sue teorie, nonché, ovviamente, sulla loro validità. Ciò è tanto più vero in Italia, dove la sua filosofia è stata oggetto di una recezione parziale e discutibile che, interpretandone i concetti alla luce della "dialettica dell'Illuminismo" di Horkheimer e Adorno, faceva di Habermas l'ultimo epigono della scuola di Francoforte, oppure dando di essi un'interpretazione in chiave eccessivamente normativista, non rendeva conto della complessità delle loro motivazioni e dei loro contenuti. Proprio in questo deficit della recezione si colloca validamente il contributo di Rasmussen. Compito dell'autore è qui la messa in rilievo delle basi concettuali su cui si fonda la produzione più recente di Habermas, quella iniziata con la "Teoria dell'agire comunicativo".
Secondo Rasmussen, la recente elaborazione teorica di Habermas può essere felicemente sintetizzata nella metafora del progetto incompiuto della modernità: se si segue infatti l'analisi weberiana della progressiva strumentalizzazione della ragione in epoca moderna, allora il futuro del progetto di emancipazione - anch'esso una peculiarità del pensiero moderno - non può che essere dipinto a tinte fosche. Di fronte al dominio della ragione strumentale è solo possibile una fuga pericolosamente improduttiva, o in una radicale negatività, secondo il modello proposto da Adorno, o nella rivalutazione del giudizio estetico, come indicato già da Nietzsche e poi da buona parte della filosofia contemporanea non analitica. Habermas non intende tuttavia seguire la via individuata da Nietzsche, bensì piuttosto quella che fu tentata senza successo, prima di lui, da Hegel: la grandezza del pensiero hegeliano era infatti consistita nello sforzo di fondare il progetto emancipatorio della modernità sulla riformulazione delle categorie deputate alla lettura e interpretazione del reale. Grazie a questa "scienza ricostruttiva", sviluppata soprattutto nella "Logica", il principio del progresso della ragione lasciava il limbo del mero "dover essere" per radicarsi in concreti contesti storici, sociali e scientifici; norma e descrizione si conciliavano, superando sia l'astrattezza della prima, sia la neutralità della seconda.
Per attuare un'operazione analoga, anche Habermas ha bisogno di una scienza ricostruttiva, al passo con lo stato attuale di sviluppo del pensiero. Viene così abbandonata la logica dialettica, al cui posto subentrano tre approcci teorici di più evidente attualità: l'analisi del linguaggio, la teoria dei sistemi e la psicologia evolutiva. La prima serve a Habermas per contestare la tesi secondo cui il mondo moderno sarebbe caratterizzato dal trionfo della ragione strumentale: se infatti si riesce a dimostrare che alla base del linguaggio strategico, mirante al raggiungimento di un fine individuale, si trova un'altra forma di linguaggio, tendente alla comunicazione in vista di un accordo tra i dialoganti, allora diventa possibile abbandonare il pessimismo della dialettica negativa per affrontare nuovamente in forma propositiva la questione della realizzazione dell'emancipazione sociale e politica. La teoria dei sistemi viene invece utilizzata da Habermas come pendant nei confronti della sua concezione di un "mondo vitale", contraddistinto quest'ultimo dalla preponderanza di processi comunicativi non strategici. La psicologia evolutiva gli permette infine di giustificare la diffusione disomogenea di una cultura del dialogo democratico, senza per questo cadere - come fanno per lo più i comunitaristi - nel contestualismo, abbandonando cioè la pretesa dì una chiave di lettura universalista.
L'autore dimostra grande rispetto per il tentativo di Habermas di conciliare la proposta filosofico-morale e politica con gli strumenti della filosofia analitica e delle scienze descrittive, pur mostrando, tuttavia, di non ritenerlo convincente. Con competenza, ma anche con quella leggibilità che caratterizza l'intero libro, Rasmussen ci presenta, alla luce delle critiche formulate da altri pensatori, le perplessità che anch'egli condivide riguardo alle proposte habermasiane. Discutibile, da un punto di vista analitico, è innanzitutto la priorità, postulata dal filosofo tedesco, del linguaggio comunicativo su quello strategico. A sua volta vaga resta la concezione di un mondo della vita libero dalla coazione sistemica. La ragione per cui Rasmussen prende le distanze dal progetto habermasiano è tuttavia un'altra e supera le critiche sui singoli punti specifici: di fronte alla pretesa di un compimento del progetto della modernità su basi scientifiche, Rasmussen intende infatti spostare nuovamente l'accento sul carattere volontaristico e soggettivo dell'idea di emancipazione. Il desiderio di libertà e giustizia resta così un "fatto", indipendentemente dalle asserzioni della scienza descrittiva.