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Roberto Colozza

Editore: Ediesse
Collana: Saggi
Anno edizione: 2011
Pagine: 310 p.
  • EAN: 9788823015395

Il decennio della biografia politica di Lelio Basso preso in esame è ritenuto emblematico e tale da riassumere il significato complessivo della tormentata militanza socialista di un leader molto amato e molto discusso. Grazie allo spoglio di un ricchissimo materiale d'archivio custodito presso la Fondazione Basso, Roberto Colozza segue giorno dopo giorno – annalisticamente – intenzioni, mosse, rapporti, interventi del protagonista, riuscendo a fornirci un quadro che più completo non si potrebbe immaginare. Non azzarda ipotesi che non siano suffragate da documenti. Assume la cadenza cronologica come obbligante intelaiatura del saggio. Il risultato è che le contraddizioni che si frapposero al pieno dispiegarsi della linea proposta da Basso sono presentate nella loro nuda verità. Colozza resta all'interno dell'intricata diplomazia dei gruppi e delle correnti. Gli interrogativi rimangono tali. Chi può credere che solo la politica spieghi la politica? Quanti paradossi in un'esperienza sempre alimentata da una sconfinata passione! Proprio Basso, che verso la strategia frontista del Pci aveva manifestato un duro disagio, si trova a gestire lo scacco del 1948 e a doverci ragionare su cercando di arginarne i contraccolpi.
In quel drammatico frangente emerge in lui un classismo non privo di rigidità: malgrado la sconfitta, non demorde dalla convinzione che il legame con il Pci fosse ineludibile per dare concretezza a quella che più tardi avrebbe chiamato "alternativa democratica". Lo sgretolamento del blocco di potere incentrato sulla Dc, tendenzialmente "totalitario", era per lui la precondizione di una prospettiva socialista. Si sa, poi, quanto insistente fosse il richiamo di Basso a un luxemburghismo in grado di evitare disciplinamento burocratico o acritico appiattimento filosovietico. "L'idea bassiana di partito – scrive Colozza –, modellata sulla lezione anticentralistica di Rosa Luxemburg, tendeva a depotenziare il ruolo dell'élite dirigente, che perciò si sentiva scavalcata da un metodo di lavoro più attento alla formazione dei funzionari e della dialettica teorica che agli equilibri interni e alle alleanze strategiche".
Si legge con pena la cronaca delle persecuzioni alle quali Basso fu sottoposto da Rodolfo Morandi e dal suo ferreo apparato nel gelo della guerra fredda. E non si riesce a capire come Basso abbia potuto, a un certo punto, quasi per liberarsi dalla "guerra civile socialista", pensare a un possibile approdo nelle file del Pci. A Basso che, nel febbraio 1949, augura a Togliatti "di trovare molti socialisti che siano unitari sul serio come sono io", il capo comunista fa notare che "il giorno che noi fossimo posti fuori combattimento lo sareste anche voi", rivelando di essere prigioniero di una diffidenza inestinguibile. È paradossale anche che una personalità così contrassegnata dalla volontà di congiungere spregiudicatamente ricerca teorica e sua pratica proiezione sia portato quasi a ritrarsi quando le occasioni di ascendere a responsabilità di primo piano paiono diventare probabili.
È il caso del congresso di Venezia del '57, uno spartiacque nella dislocazione del Psi: la linea nenniana post Pralognan vi fu assai frenata e la composizione del comitato centrale non dette affatto via libera alla desiderata ricomposizione con il drappello saragatiano: "Grazie al coinvolgimento della sinistra estrema – chiosa Colozza – e di Pertini, scelta indesiderabile ma inevitabile, si era scongiurato 'il pericolo più grave per il partito', cioè si era impedito di consegnare le redini in mano ai suoi 'liquidatori', Nenni e seguaci". Ecco roventi e sproporzionate accuse, farraginose manovre che si esauriscono in assetti transitori, accaniti confronti che resuscitano i fantasmi della Seconda Internazionale, quando tutto nella società cambiava e il capitalismo italiano stava decollando verso un miracolo che chiedeva una riconsiderazione radicale di vecchi schemi.
Chi si aspettava da Basso un'equilibratrice battaglia di taglio centrista fu deluso. Il Psi, dilaniato da rovinosi contrasti interni, andò al governo e lentamente alla deriva. Può apparire riduttivo quanto afferma Colozza: che cioè il "lascito migliore" di Basso nel decennio che decise le sorti dell'Italia sia stato il suo originale contributo a una cultura dei diritti del tutto nuovo per la sinistra, predicato con "il carisma divulgativo delle parabole cristiane", sulla base di casi clamorosi. Il principe senza scettro, uscito nel 1958, sarebbe stato non soltanto "la summa della sua eredità intellettuale sul tema della democrazia", ma anche l'opera che conteneva i fondamenti ultimi di una piattaforma tesa a dare ai popoli, in un inedito internazionalismo non esente da inflessioni romantiche, i diritti e la dignità che né il "socialismo reale", né il riformismo in versione socialdemocratica avevano conseguito.
Roberto Barzanti