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Giorgio Grassi

Editore: Franco Angeli
Collana: Architettura
Anno edizione: 2007
Pagine: 168 p.
  • EAN: 9788846483843
A Roma, a metà del Quattrocento, Leon Battista Alberti "ha scoperto" l'antica architettura come un patrimonio di forme e modelli che rispondeva idealmente a tutti i problemi possibili del costruire: un costruire inteso "nella sua totalità e complessità", come "attività pratica" e "patrimonio collettivo cresciuto nel tempo". La sua ambizione, nei progetti realizzati e nel complementare trattato De re aedificatoria, era ritrovare e riformulare l'antico proponendolo come unico rinnovamento possibile dell'architettura contemporanea: non per fare dell'archeologia o dell'umanistica decorazione, ma per costruire. Lo dichiara albertianamente l'autore di questo libro: "La costruzione ci appassiona, non la forma".
Le pagine sintetiche e splendidamente illustrate di Giorgio Grassi, architetto che scrive su un altro architetto, si distinguono (nell'ormai ricchissimo panorama di studi albertiani) come una felice eccezione. L'autore adotta un punto di vista "tecnico", quello medesimo adottato da Battista per comprendere l'architettura romana, e si concentra sulle "condizioni materiali" ovvero sul "lavoro" piuttosto che sull'ideologia o sull'erudizione; con il risultato di "annullare la distanza" che lo separa dal collega, ripercorrendo quasi simbioticamente le tappe principali dei suoi grandi progetti. Lo dimostrano le belle descrizioni di Palazzo Rucellai a Firenze e Sant'Andrea a Mantova, ma anche quella del restauro di Santo Stefano Rotondo a Roma (albertiano d'ispirazione se non di fatto).
Grassi insiste opportunamente sul "rigore" e insieme sul "realismo" di Alberti, che considerava ogni progetto come un "prototipo" destinato a trasformare il presente attraverso il passato, ma al tempo stesso sapeva piegarsi alle "necessità" del luogo e del momento: quasi tutti i suoi interventi, infatti, "sono condizionati da una preesistenza importante", a cominciare dal Tempio Malatestiano di Rimini. Il fatto è che la capacità albertiana di autolimitarsi, e perfino di accettare l'incompiutezza o l'incompletezza del suo lavoro (a volte neppure iniziato, a volte sospeso o continuato da altri), non esclude affatto l'"intransigenza" e la provocatoria "inattualità" dei suoi progetti. Anzi, è proprio quel suo essere "fuori tempo", e l'aura miracolosamente "innaturale" dei suoi edifici che sembrano giungere "da un altro luogo" e "da un altro tempo", a fare di Alberti un architetto moderno: capace di risalire ai "princìpi", di ridurli all'essenziale (poche "figure di riferimento" e sempre le stesse, incessantemente sperimentate e variate), di riproporli come universali in nome di "una continuità dell'architettura nel tempo".
Una simile modernità ante litteram spiega perché l'insegnamento albertiano – con la sua implicita polemica contro l'architettura fiorentina, da Brunelleschi al "decorativismo" degli epigoni – rimanesse sostanzialmente senza seguito: "rispettato, stimato", ma solitario. E Grassi sottolinea con finezza quella polemica, quell'isolamento, facendone quasi gli emblemi di un progettare che ancor oggi – nella situazione contemporanea "vergognosa e a dir poco allucinante" – dovrebbe agire come un esempio: verso l'unità e la coerenza dell'architettura, verso un lavoro insieme "elementare" e necessario che nel Novecento ha già legato al nome di Leon Battista Alberti quelli di Le Corbusier e Adolph Loos. Rinaldo Rinaldi