Il leone e la volpe. Dialogo nell'inverno 1994

Paolo Volponi,Francesco Leonetti

Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 1995
Pagine: 193 p.
  • EAN: 9788806136253
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recensione di Pischedda, B., L'Indice 1995, n. 5

Due scrittori di incrollabili convinzioni marxiane, formatisi nel cuore di questo secolo, ne osservano gli esiti ultimi con un atteggiamento misto di risentimento e di delusione, di sofferta marginalità e di protagonismo tenace. A uno sguardo riduttivo, l'appassionato confronto tra Leonetti e Volponi potrebbe essere descritto così. Senonché i motivi di sconforto ci sono tutti. E la profondità delle esperienze politico-culturali di cui sono stati artefici conferisce al loro dire, non di rado umorale, insieme libresco ed esistenziale, un innegabile interesse documentario.
A porgere le rispettive biografie intellettuali sono i protagonisti stessi. Cresciuto nell'"Officina" pasoliniana il primo, Leonetti. Poi, alla metà degli anni sessanta, poco avanti l'immersione nei gruppi operaisti e nell'estremismo politico, impegnatosi con la rivista "Che fare" in una saldatura tra beat generation (Corso, Ginsberg, Ferlinghetti) e nuove avanguardie artistiche: Novelli, Pomodoro. L'altro, Volponi, a rivendicare con orgoglio il proprio ingresso nella storia sotto l'egida comunitaria e olivettiana. Quando a Ivrea, nello spirito novatore di una ricerca applicata all'industria, si raccoglievano saggisti-poeti come Fortini e Sinisgalli, critici di estrazione cattolica come Pampaloni, sociologi del calibro di Gallino e Guiducci, Pizzorno e Momigliano.
Ma che hanno ora in comune la volpe e il leone? Cosa mostrano di condividere nel crepuscolo di un secolo, agli albori inquietanti di un nuovo millennio? Principalmente una nostalgia acuta del moderno, con i suoi orizzonti innovativi e le promesse di progresso interminato. Di questo è tinto il sogno generoso di Volponi a favore di una civiltà produttiva che avrebbe potuto rappresentare "uno strumento della collettività per migliorare se stessa". Giacché una vera cultura industriale non deve confondersi con la quiete della Confindustria o con la somma delle tecniche di cui dispongono le aziende italiane, n‚ con l'insieme dei profitti che esse riescono a conseguire: "è invece la capacità di inventare una grande ricerca scientifica alla portata di tutto il Paese".
Tale era l'utopia concreta di Volponi negli anni sessanta. E tanto più amaro si mostre il risveglio, con la rabbia mal sopita "di chi nell'industria ci ha speso venticinque anni ritenendola uno strumento di modernità del Paese ma accorgendosi alla fine che è solo uno strumento del capitale". Ancora più ampio il giro d'orizzonte di Leonetti. Ciò che sin qui abbiamo chiamato moderno, scrive, è sottoposto alle insidie di un duplice nemico: da un lato il neofondamentalismo laico, da intendersi "come volontà di radici" (nazionalismo, etnicismi, leghismi); dall'altro il postmoderno, in quanto ipotesi di correzione all'interno della modernità, ma deponendo di essa i valori più alti di modificazione e progettualità. In questo, esattamente, sta il curioso mélange che caratterizza il volume. Nel senso di apocalisse e di fine incombente ("Se l'umanità non cambia è destinata a perire presto, a bruciare insieme al suo universo, miseramente"). Ma, al tempo stesso, con l'ostinata riaffermazione delle ragioni del moderno. Perché è entrato in crisi, si domanda Leonetti: quanto ha pesato la contrapposizione dei blocchi e la minaccia nucleare che ne derivava? "Certo è stato questo il motivo che ha guastato la modernità, il movimento moderno. La modernizzazione... ha prevalso disastrosamente, con l'atomica, sull''essere moderni', che viene dall'illuminismo ed è certo un sentimento, un atteggiamento, divenuto indispensabile per noi".
A livello letterario, la "via giusta" è sempre la medesima: "quella delle avanguardie". Per entrambi, è la civiltà della parola scritta a mantenere aperto uno spiraglio di emancipazione ("Chi legge si ribella, più ancora di chi scrive"). Con lo stesso oltranzismo intellettualistico, vi è qui un nesso di problemi già posto in luce dal Vittorini maturo, non a caso celebrato a più riprese in queste pagine: il Vittorini di "Menabò" e degli appunti di "Le due tensioni". Come per lo scrittore siciliano, anche per Leonetti e Volponi l'industria e la tecnica sono sembrate a un certo punto l'unica risposta possibile in termini di liberazione umana. Ora non più, d'accordo. E certi versi di Volponi ("La deviazione operaia"), o certe prose inedite di Leonetti ("Visione dell'ostia di San Diego") sono qui antologizzati a testimoniarlo.
Ma ciò che resta inalterato, al modo di Vittorini, è la ripulsa drastica di quella cultura di massa che alla civiltà moderna (industriale o postindustriale che sia) si accompagna inevitabilmente. Su questo piano il discorso di due sperimentali come Leonetti e Volponi torna a farsi classico, ecumenico addirittura, tanto numerose e ideologicamente variegate sono le voci che al riguardo potrebbero associarsi. Cos'è la cultura televisiva se non, con Adorno, Argan, o con il più confuso Paul Virilio, "falsa coscienza", "percezione non pensata", deriva "dromoscopica"? D'altra parte, "la narrativa che oggi è leggibile è tutta di consumo". E questo - spiega Leonetti - perché "gli editori fanno il mercato anzi sono il mercato e pensano solo al mercato".
In verità, c'è da dubitare che ci sia mai stata da parte dei due dialoganti, non tanto un'adesione sincera, quanto una vera capacità reattiva di fronte alla civiltà moderna quale si è venuta sviluppando nel corso del nostro secolo. Difficile parlare di un atteggiamento, serenamente connaturato, tale da porre in termini di critica costruttiva il democratismo massificato in cui tutti siamo immersi. Si può ammettere, piuttosto, che la difficoltà di Leonetti e di Volponi è anche quella della più parte dell'intellettualità umanistica occidentale: schiacciata sotto il peso di una civiltà mediatica che dopo la svolta degli anni cinquanta non si vuole più riconoscere come propria (con modi diversi, è il caso di Sciascia, di Calvino). Ma anche così, resta pur sempre il paradosso curioso di un idoleggiamento del moderno, nel momento stesso in cui se ne stigmatizzano gli esiti più prevedibili e coerenti. Le vere attenuanti, che potrebbero giustificare taluni accenti allarmati, sono a ben guardare quelle dettate dalla specifica contingenza nostrana. Lo mostra efficacemente la seconda sezione del volume, stesa a ridosso della vittoria elettorale berlusconiana e poche settimane prima della scomparsa di Volponi. "La democrazia è saltata", lamenta Leonetti: "oggi il linguaggio è quello del potere su Canale 5. Tutto è finito forse?" E da Urbino, l'interlocutore: "Non so più".