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Ernst R. Curtius

Traduttore: L. Ritter Santini
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 1984
Pagine: 512 p.
  • EAN: 9788815005441

recensione di Segre, C., L'Indice 1985, n. 2

Col titolo "Letteratura della letteratura" vengono proposti da Lea Ritter Santini capitoli dei "Kritische Essays zur europaischen Literatur". Rispetto alla precedente traduzione (ma questa è minutamente riveduta) della stessa Santini e presso il medesimo editore ("Letteratura europea", 1963), questa contiene una decina di capitoli in meno (tra cui tutti quelli di letteratura spagnola) e uno in più, su "Le basi medievali del pensiero occidentale", tratto da altra raccolta. Sono nuove le bibliografie di Curtius e di studi su di lui, nonché l' "Introduzione", della Ritter Santini, ricchissima di notizie e di riferimenti: esemplare. Il lettore ricorderà anche utilmente il "ritratto" di Curtius tracciato da Della Terza per "Belfagor" (1967), di rara intelligenza storica.
Famoso ormai per il monumentale (e mai tradotto in italiano) "Letteratura europea e Medioevo latino", Curtius (1886-1956) si presenta qui nelle vesti del letterato militante. È infatti uno dei tratti che lo caratterizzano la divaricazione tra un saggismo brillante, su autori moderni e contemporanei, e poderose ricerche sulla continuità di temi classici nella letteratura europea. In un'analisi approfondita, si dovrebbe studiare l'alternarsi e l'affiancarsi dei due ordini di ricerca, e il loro rapporto con una precisa concezione dell'attività letteraria.
Qui possiamo limitarci a osservare che ricerche di entrambi i tipi sono presenti in questo volume: da una parte saggi su Balzac, Joyce, Eliot, Du Bos; dall'altra monografie come quella su "La Nave degli Argonauti". Colpisce subito la differenza nello stile espositivo. Nel primo caso è avvertibile l'entusiasmo del critico che collega progressivamente le sue sparse osservazioni sino a ricostruire un sistema e fornire una interpretazione. Nel secondo caso è invece un dominio sovrano su secoli di letteratura che allinea con sicure mosse i materiali di una ricostruzione storica.
È abbastanza curioso il fatto che il critico brillante abbia preceduto, e non seguito, l'erudito e il filologo. Curtius è passato cioè a lavori e ricerche più poderosi quasi per esplorare il nucleo generativo di tendenze che trovava ancora in azione negli scrittori contemporanei. In effetti, già le scelte e il modo di illustrarle sono sintomatici: in Balzac egli avverte lo sforzo di fornire "un'immagine completa dell'umanità", e avverte una "grandezza" ben rara nei nostri tempi; l' "Ulysses" di Joyce rivela una costruzione che sovrappone cicli simbolici classici e cristiani collegati poi al livello della verbalizzazione; l'alessandrinismo fomenta la preziosa intertestualità di Eliot, che in particolare fa rivivere il mito celtico in "Waste Land". Insomma, ciò che colpisce Curtius è la complessità dell'edificio, la vetustà e la ricchezza dei materiali elaborati. Va notata la tempestività degli interventi di Curtius: egli si pronuncia spesso a caso vergine, e formula subito giudizi che resteranno sostanzialmente validi.
Quanto possa invece risultare avvincente un'indagine tematica nella maniera del Curtius più noto, lo esemplifica bene il capitolo su "La Nave degli Argonauti": la prima, secondo la leggenda, che abbia solcato i mari. Il cliché ci presenta pastori e contadini che, alla vista della nave, pensano che essa sia una nube o una montagna, un pesce o un mostro. La traccia di questo magistrale "excursus" è così delineata dall'autore: "Tre versi di Accio, una riga di un retore da tempo dimenticato dell'epica polverosa della Roma dei Flavi, dell'Inghilterra angioina, ecco alcuni saggi dei miseri resti che abbiamo esaminato. Ma è come se fossero stati usati con estrema cura e con calcolo massimo dell'effetto e del rendimento. L'arido schema di un Prisciano può aprirsi, in Calder¢n, nel fasto di una fioritura tropicale; reminiscenze della poesia latina e francese, Dante le ferma nella magia di un verso eterno. Dall'esatta descrizione storica dei mitologi Goethe prende Linceo e gli confida il suo testamento. In ogni età c'è un Argo" (p. 325).
La ricerca erudita riscopre dunque le basi di una continuità culturale più volte enfatizzata anche nei contributi contemporaneistici. E talora con qualche "pathos": la missione di Hofmannsthal per esempio sarebbe stata di "ridiscendere alla radice permanente delle cose, di ritrovare fra i tesori distrutti della tradizione le forze della salvezza" (p. 199). Questa ricerca avviene, in Curtius, nel quadro di una sicura visione storica: cito ad esempio la sintesi di storia culturale spagnola abbozzata a proposito di Calder¢n (p. 191) o lo schizzo degli sviluppi del realismo, dalle pitture preistoriche ad oggi (p. 227).
Curtius procede sempre per accumulo di osservazioni o di notizie, senza preoccupazioni metodologiche (molti riferimenti alla psicologia analitica di Jung non sono caratterizzanti). Egli opera in base a ideali letterari (per es.: "Quello che vorremmo noi è che intuizione e intelligenza si incontrassero. Combattiamo quindi la superstizione secondo cui i poeti debbono essere per forza stupidi, i letterati ignoranti e gli studiosi ottusi", p. 123). Ed è soprattutto guidato da un'utopia politica: quella di trasferire nella cultura tedesca parte dello spirito e delle idee di cui la Francia fu, prima e dopo la guerra mondiale del '15-'18, la fucina.
Non stupisce che un uomo come Curtius abbia puntato, tra i più venerabili precedenti di un'unità franco-tedesca, al Sacro Romano Impero (e, dietro ad esso, all'impero romano). In questo modo erudizione e impegno politico, filologia e critica militante venivano forniti di una stessa legittimazione. Certo è che Curtius riuscì ad essere l'interlocutore privilegiato di scrittori come Proust e Gide e Du Bos, e a mantenere un rapporto difficile, per un tedesco, dopo la sconfitta del 1918. La sua nascita alsaziana, la frequentazione giovanile di ambienti francofili, pesarono certo su questa scelta.
Difficile dovette presentarsi la vita culturale a Curtius dopo l'avvento del nazismo: n‚ le sue simpatie francesi, n‚ le sue prospettive storiografiche potevano essere graditi. Anche per questo, dopo il 1932, Curtius si rifugiò nell'attività filologica; il suo periodo più creativo come critico era ormai tramontato. Ma si può anche capire perché Curtius non sia appartenuto alla schiera ristrettissima degli oppositori. Egli si rifaceva a pericolosi ideali elitari, formulati nei termini di Scheler e di Toynbee. Egli propugnava l'ancor più pericolosa teoria della "guida spirituale", del "condottiero", se non del Fuhrer, sia pure quando la parola non era ancora giunta alla bestiale versione hitleriana; e ne cercava le premesse in Goethe, del cui culto fu operoso sacerdote. Era e si dichiarava un fautore di restaurazione, anche in senso religioso (si fece cattolico nel 1912), attratto dall'estetismo e dai decadenti (George, Hofmannsthal).
Questo assieme di elementi contrastanti aggiunge fascino a Curtius, perché si continua a discutere interiormente con lui mentre si continua a imparare. Militante sempre, anche nei panni di filologo, Curtius smentisce, col suo operare la separazione teorizzata fra vita pratica e letteratura: ci offre il proprio lato indifeso, ma è poi sempre risparmiato dalla nostra ammirazione. Anche senza ricorrere al grande libro su Balzac (1923) o al lavoro su Proust (1925), bastano gli articoli di questo volume per fare di lui uno dei grandi critici del nostro tempo. Se egli ignorò o trascurò Kafka, Musil, Brecht, ecc., i motivi stanno nella sua poetica; ma è più giusto riconoscere quanto ha fatto per la comprensione di grandi autori del nostro secolo; oltre che per approfondire la conoscenza delle basi su cui si è sorretto sinora almeno in parte l'edificio della nostra cultura.