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P. Paolo Pasolini

Curatore: N. Naldini
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1988
Pagine: CLXXVIII-805 p.
  • EAN: 9788806599539
PASOLINI, PIER PAOLO, Lettere (1955-1975), Einaudi, 1988

PASOLINI, PIER PAOLO, Lettere (1940-1954), Einaudi, 1986
recensione di Bonfiglioli, P., L'Indice 1988, n. 8

La pubblicazione dell'epistolario di Pasolini, oltre 1500 pagine in due volumi curati da Nico Naldini con abnegazione partecipe, è senza dubbio, a tredici anni dalla morte, da quella morte, l'evento di maggior rilievo fra le raccolte di interventi sparsi e lavori inediti estratte una dopo l'altra da un fondo che pare inesauribile (e ancora aspettiamo di leggere quel romanzo sterminato e incompiuto che sembra essere "Petrolio", dove, al di là del limite di complicità e disgusto toccato da "Salò", la crisi petrolifera dei primi anni '70 fa da sfondo - si dice - all'inferno di una omologazione assoluta, concepita come fine della diversità o fine del mondo). Al lavoro di Naldini e in particolare alla sua ampia "Cronistoria", una biografia nitida e aderente sotto l'aspetto neutro della sequenza annalistica, spetta il merito di ricondurre la vita di Pasolini al suo fervore quotidiano di operosità, sincerità indifesa, amorosa pazienza pedagogica, ristabilendo l'equilibrio rispetto alla necrofilia oratoria che da tredici anni celebra nella figura del poeta assassinato il simbolo del Perseguitato e del Testimone. Con tocchi lievi il cronista-biografo riporta quell'atrocissimo 'fait divers' (la definizione di Contini è ancora la più pertinente) all'accidentalità di un troncamento brutale, di un massacro del resto esattamente previsto dalla vittima: facile profezia per un "gattaccio" in giro di notte "in cerca d'amore" ("Poesie mondane" in "Poesia in forma di rosa").
L'epistolario documenta la continuità di una vita portata ogni giorno (ogni notte) al rischio dello strappo e del vuoto, ma capace di ritessere ogni giorno il suo impegno di lavoro e di affetti. Lo strappo e il vuoto eccessi intollerabili del vissuto, trovano spazio solo nell'opera letteraria e nei film, dalle "Ceneri di Gramsci" a "Salò", come figure della diversità. Le lettere, al contrario, tendono prevalentemente a contenere la tensione entro una zona funzionale di servizio, sia pure attraversata dalla furia di una prodigiosa attività produttiva: documenti di una vita ferita alle radici dal pubblico abominio della diversità, dal conformismo borghese ferocemente ottuso dell'età della guerra fredda e dall'esperienza amara della miseria, ma visitata in compenso dalla felicità del suo stesso essere diversa e, non tardivamente, dal successo. Se si eccettuano le lettere giovanili dal Friuli, ancora coinvolte nell'identità di vita e opera, il luogo dell'epistolario è propriamente quello della mediazione, una pratica sempre più rarefatta dopo il diradarsi della corrispondenza con gli amici di "Officina" verso la metà degli anni '60. Di anno in anno questa pratica appare sempre più delegata ai rapporti diretti (il telefono, la frequentazione degli amici romani) e alla organizzazione tecnica del lavoro (le segreterie delle case cinematografiche oltre alla segreteria privata tenuta dal padre e poi dalla cugina Gabriella Chiarcossi). Nell'ambito della sua funzionalità l'epistolario romano può raccogliere le cautele prudenziali dei rapporti con Livio Garzanti e, nel maggio-giugno 1968, anche la preghiera - legittima, perché no? e assolutamente dignitosa - rivolta a sodali del lavoro letterario, di non dimenticare "Teorema" al momento del suffragio per il premio Strega. Mancano, è vero, ancora non disponibili, le lettere a Maria Callas, che forse potrebbero spostare in una direzione più intima il tono prevalente della corrispondenza nell'ultimo decennio.
La scansione delle abiure che inserisce un vuoto d'essere nel processo storico tra "Le ceneri di Gramsci", il "Poema per un verso di Shakespeare" e l'"Abiura dalla Trilogia della vita", segna l'emergenza di una "anarchia apocalittica" (intervista a "La Stampa", 27 luglio 1971) che è propria dell'opera e ha solo pochi riflessi nelle lettere. All'epistolario non appartiene l'idea della rottura e della fine. L'epistolario attesta che al mondo finito Pasolini avrebbe continuato ad affidare i lavori letterari e cinematografici in cantiere al momento della morte. L'ultima lettera, diretta a Gianni Scalia, vuol essere, pur nella confessione di una crisi di astrazione e assenza ("Sono nel vuoto, in un vuoto quasi accademico o da ospedale psichiatrico"), il progetto di un lavoro comune, la traduzione dell'ideologia "corsara" e "luterana" nel linguaggio dell'economia politica, da pubblicare su "Nuovi Argomenti" e sul "Corriere della Sera". Soltanto due giorni prima della morte, a Stoccolma, in una dedica quasi in versi al suo traduttore svedese, troviamo un cenno di resa, riferibile al clima di ripudio dei corpi amati proprio dell'"Abiura dalla Trilogia della vita": "Con in cuore il filo di una vita (mia) che non mi interessa più".
Sopravvive anche nelle lettere, immobile nel tempo tra il 1942 e il '49, tra la pubblicazione delle "Poesie a Casarsa" e lo "scandalo di Ramuscello" che costringerà Pasolini ad abbandonare il Friuli, uno stato di favolosa anteriorità, quasi una preistoria, in cui l'epistolario e l'opera, la vita e la poesia, confondono ancora le proprie linfe; uno stato in cui, secondo i termini affettuosi di una lettera tarda a Sandro Penna (febbraio 1970), la "poesia vissuta" e la "poesia scritta", "al di fuori di ogni valore", convergono insieme nella "santità del nulla". Paradiso di tale santità o perdizione è la piccola patria letteraria del simbolismo felibrista, che già nel '42 attira l'attenzione di Contini. Con questa patria di elezione si identifica alle origini la diversità sessuale del poeta, la cosa che l'intero suo sistema linguistico continuerà a circoscrivere come fonte inesauribile del senso e che la critica dovrà pur risolversi ad assumere come chiave interpretativa.
Dell'origine, della sua profondità riconducibile al dato naturale, il poeta, ancora immerso nel paesaggio friulano, è precocemente consapevole: "le origini della mia poesia... sono profondissime, ma... il conoscerle me le ha tolte di mezzo" (A Franco Farolfi, 22 agosto 1945: il Farolfi è in questi anni un corrispondente-detector). L'origine tolta, lo sprofondamento del principio e del limite, spiegano la tentazione di infinito a cui si espone nella stagione giovanile di Casarsa la poesia in volgare e in lingua: "lo scrivere in friulano è il mezzo che ho trovato per fissare una melodia infinita, o il momento poetico in cui si sente l'infinito nel soggetto" (A Franco De Gironcoli, 3 novembre 1945). È questa la stagione illimitata dei vent'anni, protratta per quasi un decennio, dove l'impressionismo lirico della 'mousa paidiké' fa naufragio nell'indistinto soggetto-oggetto del paesaggio: una struggente collana di paesaggi, magari fermata nella memoria dalle luci 'fauves' dei bombardamenti; una effusione senza fine che dagli abbozzi freschissimi dei "Quaderni rossi" (inediti da cui Naldini estrae primizie di una sensualità pervasiva e illimpidita), il giovane poeta travasa nelle lettere e fa poi affluire entro l'esile struttura romanzesca dell'autobiografia in "Atti impuri" e "Amado mio". Il movimento è circolare: dalla registrazione dell'esperienza esistenziale alla poesia e viceversa: "Soltanto a vent'anni - scriverà Pasolini a un poeta esordiente - la disperazione è così mescolata con la felicità, il pudore con l'incontinenza. Le auguro giorni così misti..." (A Elio Fiore, 3 aprile 1958).
Entro questi orizzonti paesani e infiniti (Rimbaud e Pascoli assistono da lontano) il destino della diversità diventa vocazione alla diversità assoluta della lingua poetica. Ma identificare vita e poesia, spezzando il sigillo formale dell'ermetismo senza introdurre concessioni sostanziali alla sublimazione estetizzante, richiede la forza di una sincerità drammatica. Deriva da questa scelta, già negli ultimi anni dell'epistolario friulano, la confessione aperta della omosessualità, con cui Pasolini dà avvio alla serie torbida e risoluta dei suoi strip-teases morali: "La mia omosessualità non è più un Altro dentro di me" (A Franco Farolfi, settembre 1948); ma "come la libidine, anche la purezza è inesauribile: si ricostituisce dentro per conto suo" (Allo stesso, aprile 1954). La più intensa e sofferta di queste confessioni è nelle lettere a Silvana Mauri, tra cui bellissima è quella del 10 febbraio 1950: "non m'è n‚ mi sarà sempre possibile parlare con pudore di me; e mi sarà invece necessario spesso mettermi alla gogna, perché non voglio più ingannare nessuno". Documenti che la critica più attenta, interessata a scoprire il senso della diversità, non potrà ignorare.
Negli anni friulani il rischio della estetizzazione del diverso è evitato al limite grazie alla diversità ontologica della poesia, il cui statuto non è separabile dal suo (hegeliano) "carattere di passato". Si pensi a quello straordinario libro di poesia morta, vale a dire di poesia in lingua poetica, che è "L'usignolo della chiesa cattolica", dove il "carattere di passato" si configura come un passo indietro, come fedeltà all'ultima grande stagione della poesia occidentale che è il simbolismo. Fedeltà destinata a resistere anche quando Pasolini immetterà nella lingua poetica l'alluvione dei linguaggi ideologici e giornalistici, istituendo una congerie non estranea al neoespressionismo e neodadaismo dei contemporanei 'beats' americani e alla loro pratica del poemetto orale (significativa a questo proposito la lettera al "Caro, angelico Ginsberg" del 18 ottobre 1967). Distinguendosi di fatto con la propria poesia incivile ("Poesie incivili" è il titolo della sezione più tesa nella raccolta "La religione del mio tempo") dall'antisimbolismo neovociano e civile di "Officina", Pasolini non rinuncia a concepire in termini antinomici il rapporto fra poesia e ideologia e ad opporre la diversità alla dialettica, non cessa di evocare fra gli estremi un intervallo di morte, il vuoto della storia. Nello stesso tempo, con una polemica che l'epistolario registra in prima urgenza, egli si mantiene saldamente al di qua della svolta linguistica del fare arte: intendo la svolta che, provocata dall'agitazionismo autoreferenziale dei linguaggi neoavanguardistici, esita tra il nuovo surrealismo ideologico della morte del soggetto (Sanguineti) e le intimidazioni scientifiche dello strutturalismo semiotico (a cui lo stesso Pasolini, teorico a Pesaro della lingua cinematografica, si dimostrerà sensibile, ma affondando ostinate radici nell'idea radicalmente antisemiotica di una "lingua della realtà").
Nell'ottobre del '49 lo "scandalo di Ramuscello", di cui Naldini chiarisce i limiti con discrezione non reticente, confermando la versione della lettera amara inviata da Pasolini il 31 ottobre a Ferdinando Mautino, è il trauma che spezza l'epistolario in due parti, quella del mito friulano e quella più ampia ma più indiretta dell'esilio romano e dell'amministrazione professionale. Da questo momento l'epistolario comincia a perdere il suo carattere di confessione e di effusione lirica. La scelta del poeta è quella coraggiosa della vita in pubblico, tutta quanta esposta nelle opere. Il soggettivismo infinito del paesaggio friulano si rovescia in una ricerca di oggettività violenta e totale, nella presenza del diverso come realtà della differenza, irriducibile ai processi omologanti del nuovo capitalismo.
L'epistolario registra ancora qualche momento più intimo: la morte del padre e la pietà per il suo sciopero della vita (A Franco Fortini, giugno 1958); l'autoritratto come di staffato che solo la Grazia potrebbe salvare (A Don Giovanni Rossi, 27 dicembre 1964); il grido di dolore per Ninetto che si sposa (A Paolo Volponi, agosto 1971); una dichiarazione di dura e accanita accettazione del destino: "io andrò avanti come un matto fino alla fine... alla. fine avremo salvata una vita di perduti" (A Andrea Zanzotto, 29 ottobre 1964). Ma l'interesse più acuto è offerto, tra il '55 e il '64, dal colloquio con gli amici bolognesi di "Officina" e con Franco Fortini: e ciò non tanto per quel poco di nuovo che riguardo ai conflitti redazionali le lettere rivelano rispetto al saggio esauriente pubblicato da Gian Carlo Ferretti nel '77, ma in particolare per l'atteggiamento di immediata anche se addolcita repulsione che Pasolini non nasconde di fronte al rigido moralismo ideologico di Leonetti, Roversi e Fortini.
L'intelligenza critica di Fortini lo affascina fino alla introiezione: "io tengo sempre presente nel mio fare la tua intelligenza" (ivi); ma non può accettare l'intimidazione moralistica che la accompagna e la conseguente accusa di irrealtà. Nel gennaio del '66 la corrispondenza fra i due si esaurisce. Fortini si prenderà una rivincita postuma nel '77, collaborando con implicito e scontroso dissenso al clima intollerabilmente eroicizzante del volume garzantiano "Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte".
La lettura dell'epistolario conferma che non è lecito lasciare inascoltata la protesta del poeta contro i tentativi di bloccarlo entro la gabbia delle sue fissazioni inconsce, della sua impotenza a risolvere le antinomie nella mediazione dialettica.
L'intera sua opera può essere interpretata come contestazione della dialettica, condotta in nome di una diversità che si fa differenza e come tale si colloca non alle origini, in un male insondabile, bensì alla fine, nel punto terminale in cui la natura riemerge per mettere in crisi la storia. In breve, il problema non è di scoprire in che consista la malattia di Pasolini. Lui lo sapeva prima dei suoi critici. "La mia malattia - scrive a Silvana Mauri nel marzo 1949 - consiste nel 'non mutare''' (il corsivo è suo). Il problema è di capire che cosa ha fatto della sua malattia, o meglio - detto nei termini della lettera a un giovane laureando citata più sopra - quale realtà ha aggiunto alla realtà.