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Traduttore: G. Felici
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1998
Pagine: 119 p.
  • EAN: 9788806149369
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recensioni di Luche, L. L'Indice del 1999, n. 01

Con Lettere a un aspirante romanziere il peruviano Mario Vargas Llosa, dopo I quaderni di Don Rigoberto, suo ultimo romanzo (Einaudi, 1997; cfr. "L'Indice", 1997, n. 11), torna all'esercizio di critico e teorico della letteratura che da sempre accompagna la sua attività creativa. Con dodici brevi missive, in cui finge di soddisfare le curiosità di uno scrittore alle prime armi, Vargas Llosa porta avanti una riflessione antiaccademica e rigorosamente appassionata sull'arte del narrare, soffermandosi innanzitutto sull'origine della vocazione letteraria e sulle fonti delle storie che i romanzi raccontano.

Fugato il mito romantico della vocazione come dono degli dei, Vargas Llosa spiega che scrittori non solo si nasce ma si diventa. All'origine remota della vocazione ci sarebbe un conflitto con la realtà, un rifiuto del mondo qual è, che si traduce in un'inclinazione a immaginare vite e mondi diversi. Ma solo chi, oltre a immaginarli, cercherà di materializzarli attraverso la parola scritta, solo chi sceglierà la letteratura come destino, diverrà uno scrittore, ossia un fedele servitore della propria vocazione. Infatti, avverte Vargas Llosa, la vocazione letteraria esige disciplina e perseveranza e richiede una dedizione totale. Proprio questo dominio assoluto gli suggerisce l'immagine della vocazione come una tenia (Parabola della tenia è il titolo della prima lettera) che colonizza l'essere dello scrittore e si nutre della sua esistenza.

Il vissuto di un autore è anche la fonte primigenia dei suoi temi: "il romanziere non sceglie i propri argomenti - sostiene Vargas Llosa -; è scelto da essi". Sono i "demoni", le esperienze, i fatti e le persone che hanno determinato il dissidio di uno scrittore con la realtà, che hanno suscitato in lui il desiderio di sostituirla con quella che con un ossimoro chiama "realtà fittizia", a imporsi con la forza dei sogni e delle ossessioni come temi della sua opera.

Allo scrittore non rimane altro che cannibalizzare se stesso, come il catoblepa, il mitico animale che si autodivora e che dà titolo alla seconda lettera-capitolo.

Se la libertà di uno scrittore nella scelta degli argomenti è pressoché nulla, la sua libertà nella scelta del modo in cui trasforma i materiali soggettivi in contenuti oggettivi è totale. Dalla forma, sottolinea ripetutamente l'autore, dipende il valore di un'opera. È una delle rare leggi universali che l'autore si sente di stabilire riguardo l'anarchico universo del romanzo: "È la forma in cui prende corpo a far sì che una storia sia originale o banale, complessa o semplice, (...) in un romanzo gli argomenti in sé non significano nulla, in quanto saranno buoni o cattivi, attraenti o noiosi, esclusivamente in funzione di ciò che ne farà il romanziere nel trasformarli in una realtà di parole organizzate secondo un certo ordine".

Alla forma, pertanto, è dedicata gran parte del libro. Nel corso di nove lettere Vargas Llosa ci introduce nel laboratorio creativo del romanziere e lì smonta quel tutto inscindibile che è l'edificio romanzesco per descrivere i procedimenti, le tecniche e gli espedienti di cui gli scrittori si servono per emancipare la realtà del romanzo da quella reale e, quindi, per dotare le loro opere del massimo "potere di persuasione", di quella capacità di sedurre il lettore, da cui "dipende la vita (o la morte) dei romanzi".

Scritto in tono informale, con un linguaggio di estrema chiarezza e precisione, Lettere a un aspirante romanziere costituisce non solo un utile orientamento per l'educazione letteraria di chi ambisce a diventare scrittore, ma anche un'approssimazione teorica al credo artistico di Vargas Llosa. Narratore-catoblepa che sui traumi e ricordi personali ha eretto capolavori quali La città e i cani (Rizzoli, 1986) o Conversazione nella cattedrale (Einaudi, 1998), l'autore peruviano è pure un critico-catoblepa. Come i suoi altri scritti di carattere teorico, Lettere a un aspirante romanziere è un ritratto dell'artista, una riflessione sul processo di formazione della propria scrittura e sui fondamenti della propria poetica. Il lettore abituale di Vargas Llosa riconoscerà facilmente nei salti di qualità, nelle scatole cinesi, nei vasi comunicanti e nelle altre tecniche presentate gli espedienti di cui l'autore si è servito nella sua opera narrativa per affascinarlo, e su cui si è soffermato in altri scritti teorici quali, fra gli altri, quello su Flaubert e il suo Madame Bovary (La orgìa perpetua, 1975) o nel monumentale studio sull'opera di García Márquez (García Márquez: historia de un deicidio, 1971).

Libro breve e densissimo, Lettere a un aspirante romanziere rappresenta, infine, una guida alla complessa arte della lettura. Consapevole che la letteratura è soprattutto questione di individualità, Vargas Llosa si sposta di continuo dal piano delle generalizzazioni astratte ai casi concreti e commenta pagine di autori come Cervantes, Proust, Borges, Cortázar, Robbe Grillet e molti altri, consentendoci così di condividere l'esperienza di uno scrittore-lettore di fine percezione, di perspicacia e cultura. In fondo, alla base delle Lettere c'è la convinzione che non si possa insegnare a creare ma che tutt'al più si possa insegnare a leggere. Da qui l'unico consiglio pratico dell'autore all'aspirante romanziere (e a chi non lo è): "legga moltissimo, perché è impossibile avere un linguaggio ricco, disinvolto senza leggere abbondante e buona letteratura".

Recensioni dei clienti

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    Pino Chisari

    02/10/2015 08.40.06

    Saggio ben fatto, facile da leggere e sufficientemente esaustivo. Consigli saggi e ponderati, detti anche con una punta di tranquillo humor.

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    Annarita

    04/11/2014 23.26.05

    I primi capitoli sono belli, traspare l'amore e la passione per la narrazione al pari della generosità di Vargas Llosa, poi il discorso si fa più specialistico e quasi noioso e non si può più credere alla ovvia finzione letteraria dello scrittore affermato che risponde alle umili domande di un allievo ansioso di apprendere l'arte della scrittura. Resta in ogni caso un libro interessante ed istruttivo per qualsiasi buon lettore che voglia scoprire qualcosa di più del "dietro le quinte".

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    cristina

    22/06/2013 16.32.41

    Non mi ha entusiasmato. Pochi buoni consigli, ma piuttosto scontati; qualche analisi azzeccata su testi famosi, molte citazioni di testi poco noti o del tutto sconosciuti, per lo più di area sudamericana. La forma epistolare mi è risultata troppo posticcia, in fin dei conti poco credibile e noiosa.

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    gorgo

    11/01/2009 09.57.08

    I primi tre-quattro capitoli sono bellissimi, i più sentiti, i più autobiografici. Forse migliori anche per lo stile, per quei giri di frase da buon romanziere di una volta, uno stile preciso e compiuto - che più in là comincia a torcersi su se stesso e a spezzarsi con incisi –, e che qui invece ricorda quello cristallino di Calvino o di Sciascia. Inoltre ci sono sempre un tono sincero e colloquiale che ci rende simpatico questo già candidato al premio Nobel, e persino un’insospettabile malinconia (per quella vita da “tossicodipendente”, da “schiavo felice”, che è la vita dello scrittore; per quell’“intima insoddisfazione nei confronti della vita quale essa è” da cui nasce la passione per la “finzione”). Nei capitoli centrali invece il libro perde forse un po’ di tensione, il discorso diventa un po’ troppo tecnico e impersonale. Le indicazioni narratologiche sembrano tener conto di quelle classiche di Genette, Barthes o Todorov, ma sono spesso originali, così come le costanti esemplificazioni, orientate prevalentemente al versante centro-sudamericano e a quello dei classici otto e soprattutto novecenteschi. Da leggere, da citare.

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    Vincenzo Lo Cicero

    27/10/2006 14.54.56

    Indispensabile, secondo me, per chi si avvicina al mondo della scrittura. Bellissimo. Io lo tengo sempre a portata di mano e lo rileggo spesso.

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