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Curatore: L. Sozzi
Traduttore: M. Mundula
Collana: La memoria
Anno edizione: 2006
Pagine: 267 p., Brossura
  • EAN: 9788838920820
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In una fredda mattina di novembre del 1847 Jules Michelet indugia nel letto mentre gli ripassano davanti agli occhi i nomi e i volti di “tutti quelli che ho amato”: sono i suoi morti – il padre la madre la prima moglie Pauline – con cui non gli dispiacerebbe ricongiungersi. La partita sembra già chiusa per questo savant di quarantanove anni: ultimata la prima parte della sua Storia di Francia sta lavorando alla Storia della Rivoluzione francese che gli darà meritatissima fama benché in quella malinconica mattina scrivere le sue “narrazioni storiche” gli sembri solo un pretesto per estraniarsi dalla vita una “barca” con cui trasportare senza toccare terra il proprio io azzoppato. Solo venti giorni prima però una lettera da Vienna firmata Athénaïs Mialaret lo aveva sorpreso e commosso: un'orfana ventenne originaria del sud della Francia di professione istitutrice gli scriveva delle sue difficoltà in una Vienna ostile ma soprattutto eleggeva lui – l'autore di un volumetto intitolato Il prete e che tanto l'aveva colpita – suo direttore spirituale.

Comincia così una corrispondenza dalle straordinarie tonalità emotive che per questa nuova edizione il curatore Lionello Sozzi ha voluto presentare in una traduzione del 1935 gradevolmente demodée con l'aggiunta di alcune lettere ritrovate di recente e tradotte dallo stesso Sozzi. Fin dalla prima Michelet s'impietosisce per la sorte della fanciulla che si dice minata nella salute e chiede al maestro di parlarle come a una figlia; a unirli subito è una tensione etica fuori dal comune e che continuerà anche dopo il matrimonio celebrato nel '49: “Dall'età di quindici anni ho desiderato trovare (…) una guida fervida e ardente che assecondasse il mio zelo nella pratica della virtù” esordisce Athénaïs e l'altro le risponde: “Non siate fanciulla abbiate un'anima grande e forte siate madre col cuore per i vostri allievi per gli infelici”.

Quando nei primi mesi del 1848 la rivoluzione esplode a Parigi dilagando fino a Vienna i due condividono a distanza le medesime speranze repubblicane presto deluse dalla brutale repressione di giugno e dall'avanzata del futuro Napoleone III; ma ormai una complicità appassionata dirige questa relazione paterno-filiale culminante nella volontà di Athénaïs di lasciare Vienna per Parigi. Michelet la cui figlia Adèle è di poco maggiore della sua corrispondente teme l'ignoto esita; ma la tenace Athénaïs ai primi di novembre è nella capitale e il pomeriggio dell'otto suona alla sua porta. Vestita di seta nera “colei che doveva segnare il destino della mia vita” è una pallida fanciulla dall'aria stanca scossa da una tosse sospetta: “Oh che bella morticina!” annota lui nel diario sedotto da quella giovinezza così visibilmente insidiata.

Fatto curioso benché riuniti a Parigi i due non sospendono la loro spirituale corrispondenza che semmai si intensifica: “Prendiamo vi prego un poco d'aria di sole di vita finché lo possiamo” lui le scrive poco dopo invitandola a passeggiare con lui per “respirare”; insieme esplorano la città e i suoi dintorni da Saint-Germain a Saint-Mandé e a ogni passo Parigi “città dell'anima” si mostra a Michelet come per la prima volta in una sublime consonanza di bellezze paesaggistiche e di segreti richiami provenienti dal corpo di lei – dal “contatto del vostro braccio del vostro scialle della vostra mano”. Quelle passeggiate grazie alle quali lui sente “resuscitare” il suo cuore forse non giovano altrettanto alla severa fanciulla che però già ricambia con fermezza un amore religiosamente inteso un amore che – come scrive Sozzi nella sua intensa postfazione – è per Michelet “presenza del divino e rinnovamento rinascita iniziazione trasfigurazione”.

“Io le offro due cose: l'amore e l'amore paterno” lui le scrive sublimando la propria vocazione maieutica e inevitabilmente incestuosa in un assoluto aureolato di purezza. La morte che si direbbe lontana invece aleggia. “Perché mai essendo io sano voi dovete essere malata?” le chiede senza ignorare quanto debba il suo amore per Athénaïs alla disparità dei rispettivi stati fisici: perché questo grande “esumatore del passato” che concepisce la storia come una resurrezione di ombre da restituire vive alla lettura e più che mai parlanti si direbbe incapace di incidere su ciò che ama se non attraverso una perpetua sfida con la morte e i suoi fantasmi: come la storia obbedendo alla parabola deve “farsi Lazzaro” (Lazare si chiamerà l'unico suo figlio avuto da Athénaïs e vissuto pochi giorni) così l'amore per la fragile fanciulla che tuttavia gli sopravviverà a lungo trova il suo senso più alto nella donazione a lei della propria “vitalità potentissima”.

Le scrive: “Noi abbiamo fatto uno scambio: ho voluto talmente ridarti la forza e la vita che ora ne sono privo”; queste righe precedono di poco il matrimonio con cui la loro corrispondenza si conclude insieme alle esaltanti speranze di una comunione assoluta. Accanto ad Athénaïs sposa devota quanto fredda Michelet annoterà un giorno con amarezza: “Fisicamente è impossibile essere meno sposato di me”. Ma questa come si suol dire è un'altra storia.


Franca Zanelli Quarantini