La libertà selvaggia. Diario dall'Iraq

Mario Vargas Llosa

Traduttore: G. Felici
Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 2004
Pagine: XII-102 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788806169886
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Un anno fa usciva la traduzione italiana dell'ultimo romanzo di Mario Vargas Llosa: Il paradiso è altrove (Einaudi, 2003). Due storie raccontate a capitoli alternati: in quelli pari, le vicissitudini di Flora Tristan nella Francia della prima metà dell'Ottocento e, in quelli dispari, la fuga di Paul Gauguin nei mari del Sud alla fine del secolo. Due storie e due personaggi a prima vista difficili da far coesistere nello stesso spazio narrativo. Lei, la femminista in lotta con le convenzioni del tempo, autrice di un libro di memorie all'epoca assai letto - Le peregrinazioni di una paria (Ibis, 2003) -, poi fondatrice dell'Unione Operaia, che si batteva contro lo sfruttamento del proletariato e della donna. Quest'ultima, difesa in quanto "proletario del proletariato", con un bell'anticipo rispetto a successive impostazioni del genere. Lui, il pittore noto a tutti, fuggito dalla famiglia e dalla Francia, rifugiatosi a dipingere i suoi quadri prima a Tahiti e poi alle Marchesi.

Vargas Llosa l'aveva annunciato da tempo di voler scrivere un romanzo su Flora Tristan. Né il progetto aveva motivo di stupire, se si considera che Le peregrinazioni di una paria riferiscono il viaggio che, partita da Bordeaux, Flora Tristan fece in Perù, a Arequipa - dove lo stesso Vargas Llosa è nato -, dal 1833 al 1835. Flora Tristan era figlia illegittima di un facoltoso peruviano e, con quel viaggio, mirava a farsi riconoscere dalla famiglia paterna per sottrarsi allo statuto di paria che le gravava addosso. A un certo punto, però, indagando su questo personaggio, Vargas Llosa deve aver fatto una scoperta. Morta precocemente a soli quarantuno anni, Flora Tristan lasciava una figlia, avuta in seguito a un disgraziato matrimonio. E questa figlia sarebbe divenuta a sua volta madre, dando alla luce un bambino destinato a divenire famosissimo: Paul Gauguin. Il quale, insieme alla madre, da piccolo, fra il 1849 e il 1855 - questo è già meno noto -, avrebbe vissuto in Perù, erede anche lui di una difficile situazione familiare.

A Vargas Llosa, scrittore esperto nell'ideare e concertare trame complesse, non dev'essere sembrato vero di trovarsi fra le mani una tale serie di coincidenze. Inoltre, osservando i percorsi della nonna e del nipote, si sarà accorto in fretta che i due personaggi - pur non essendosi mai incontrati - erano più affini di quanto si sarebbe potuto credere. Entrambi, Flora Tristan con la creazione dell'Unione Operaia e la lotta per i diritti della donna, Paul Gauguin col rifiuto del mondo occidentale e la ricerca di una vita a contatto con la natura, esprimono un'ansia che percorre tutto l'Ottocento. Che si tratti della libertà della donna o di una società in cui la bellezza sia patrimonio di tutti, da tale punto di vista è lo stesso. Così, nel romanzo Flora Tristan e Paul Gauguin vengono ritratti in bilico fra immaginazione e idealismo. Accomunati dallo stesso desiderio di utopia. Sempre convinti di poter davvero trasferire il paradiso in terra, sempre pronti a battersi, senza mai dichiararsi vinti, neppure in punto di morte.

A meno di un anno da Il paradiso è altrove, ecco un nuovo libro di Vargas Llosa: La libertà selvaggia, sottotitolato Diario dall'Iraq. Tutto un altro genere. Dopo il romanzo storico, l'attualità di un reportage. Adesso è la volta del diario di bordo tenuto dal 25 giugno al 6 luglio 2003, nel corso di un viaggio in Iraq. In origine i materiali che hanno dato forma a La libertà selvaggia sono otto articoli - ognuno dei quali è divenuto un capitolo - apparsi a caldo sul quotidiano madrileno "El País". A tali testi Vargas Llosa ha aggiunto un'appendice - altri quattro articoli, pubblicati tre prima e uno dopo il viaggio - e una premessa al tutto redatta in vista della comparsa del libro. I primi tre pezzi dell'appendice stanno a testimoniare la primitiva opposizione all'intervento militare di Stati Uniti e Gran Bretagna in Iraq. Quanto al vero e proprio corpo del libro, invece, gli otto capitoli rendono conto di un successivo atteggiamento decisamente sfumato, per non dire rettificato.

Vargas Llosa mette subito in chiaro l'obiettivo del suo viaggio. "Verificare sul terreno - dalla prospettiva degli iracheni - se gli argomenti per condannare l'intervento militare continuavano a risultare altrettanto convincenti come quando avevo riflettuto in astratto sulla questione, lontano dalla scena dei fatti, in Europa". È così, mosso da questo spirito, che lo scrittore peruviano arriva a Baghdad e vi si aggira, osservando con attenzione quanto gli sta intorno. Si incontra con l'ayatollah Mohamed Bakr al Hakim e registra timori e speranze per il futuro del paese. Si sposta a Nagiaf e a Kerbala, fra le realtà più medievali dell'Iraq. Riferisce le vicende degli oppositori di Saddam Hussein scampati alle persecuzioni, segnalando le tante e tante fosse comuni zeppe di morti. Viaggia in direzione nord, fino al Kurdistan iracheno, dove la guerra sembra una realtà lontanissima. Torna a Baghdad e intervista Paul Bremer, chiamato dal presidente Bush a dirigere la democratizzazione e la ricostruzione dell'Iraq. Alla fine, Vargas Llosa sintetizza il pensiero maturato nel corso dell'esperienza. Da una parte, disapprova che l'intervento militare sia stato giustificato con pretesti quali l'esistenza di armi di distruzione di massa mai individuate e con l'improbabile legame fra Saddam Hussein e Al-Qaeda. Dall'altra, però, l'osservazione diretta ha favorito un atteggiamento molto meno negativo quanto alla liceità della guerra scatenata. "Perché la distruzione della dittatura di Saddam Hussein, una delle più crudeli, corrotte e furibonde della storia moderna, era una ragione di per sé sufficiente a giustificare l'intervento. Come sarebbe stata giustificata un'azione preventiva dei paesi democratici contro Hitler e il suo regime prima che il nazismo facesse precipitare il mondo nell'Apocalisse della seconda guerra mondiale".

Certo, due libri molto diversi, anche se la diversità non ha motivo di stupire troppo se si volge lo sguardo all'opera complessiva di Vargas Llosa. Il quale ha sempre alternato al suo lavoro di narratore quello di giornalista attento alla letteratura come alla politica e a fatti di costume. Tant'è che in lingua originale, col titolo Contra viento y marea, sono già apparsi tre volumi in cui vanno raccolti i contributi giornalistici, a partire dal 1962. Comunque, diversità e vicinanza di questi due ultimi libri sembrano essere indicative di una certa situazione che, negli ultimi anni, si è determinata nella figura e nell'opera di Vargas Llosa. Fino a I quaderni di don Rigoberto, del 1997, è stato il caso di un romanziere che, a parte la parentesi di La guerra della fine del mondo, si proponeva come cronista delle vicende del suo paese: il Perù. Ma ultimamente, prima con La festa del caprone - del 2000, ricostruzione della dittatura trentennale del generalissimo Trujillo, a Santo Domingo - e poi con Il paradiso è altrove, le cose sono mutate. È vero che origini peruviane accomunano Flora Tristan e Paul Gauguin allo stesso Vargas Llosa, essendo tutti e tre legati, sia pure in tempi diversi, al Perù e alla città di Arequipa. Resta il fatto che la tendenza si direbbe quella di spingersi oltre i confini non solo del Perù, ma anche del più vasto mondo di lingua spagnola.

Fin dai suoi inizi - che risalgono al 1959, con la raccolta di racconti I capi - Vargas Llosa è stato un narratore dirompente rispetto agli schemi fra cui, all'epoca, si consumava lo scrittore ispanoamericano. Le sue prove narrative si sono sempre rivelate contraddistinte da un'ambizione totalizzante. Nel modo di raccontare si colgono echi del romanzo cavalleresco e rinvii all'estetica flaubertiana, traccia di impostazioni joyceane e di ben miscelati avanguardismi, rimembranze di Dumas come di Sartre. Ma soprattutto con Il paradiso è altrove l'impressione è che adesso Vargas Llosa voglia identificarsi - anche nei contenuti elaborati fra le sue pagine - con una figura di scrittore più universale. Un tempo attento alle frontiere di un mondo chiamato Perù, adesso orientato verso la globalità di un mondo senza più frontiere. In questo senso anche il reportage sull'Iraq si presta a essere considerato come parte di uno stesso progetto in via di maturazione. Con questo nuovo Vargas Llosa sembrerebbero finiti i tempi - non così lontani e non così estranei allo stesso Vargas Llosa - in cui lo scrittore ispanoamericano era una figura tutto sommato eccentrica, la cui voce rimaneva chiusa fra i contorni del Terzo Mondo. Finiti gli anni di una certa marginalità, come se quella letteratura, spesso ritenuta inficiata da troppi colori locali, non facesse parte a pieno titolo della letteratura universale.

Adesso uno scrittore come Vargas Llosa diventa partecipe di una realtà globale. Al punto che mostra di sapersi muovere attraverso la storia della Francia e delle utopie europee. Ma non solo, perché questo scrittore che si chiama Vargas Llosa assume pure posizioni politiche su problemi che non riguardano più solo la geografia ispanoamericana. Adesso non esita a recarsi in Iraq per vedere come vanno davvero le cose in quel punto nevralgico della nostra attuale storia. E, di ritorno, consegna un reportage documentatissimo, scritto con lucidità e sperimentato ritmo narrativo. Di questo passo, sarà sempre meno adeguato parlare di Vargas Llosa come di uno scrittore ispanoamericano e, ancora meno, peruviano. Almeno nei termini in cui lo si faceva fino a non molto tempo fa, quando l'etichetta teneva come ai margini di realtà in primo piano.

In tutto questo percorso di affermazione, una sola perplessità. Forse, un giorno, nel momento di compilare la lista dei romanzi più significativi di Vargas Llosa, la storia di Flora Tristan e Paul Gauguin non troverà un posto di grande spicco. I romanzi peruviani - La città e i cani, La casa verde, Conversazione nella Catedral, La zia Julia e lo scribacchino, Storia di Mayta, Il narratore ambulante... - continueranno a farla da padroni.