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Paola Fabbri, Giovanna Gronda

Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1997
Pagine:
  • EAN: 9788804422587

recensione di L'Indice 1998, n. 2

La generazione che fu adolescente al principio degli anni cinquanta ricorda le censure che in quel periodo di maccartismo puristico agivano sul terreno della musica e del teatro musicale. A uno studente di Conservatorio era vietato mostrare interesse per Cÿajkovskij o per Rachmaninov, e in ossequio a puristici dogmi era d'obbligo dare di Verdi o di Donizetti o di Puccini un giudizio fortemente riduttivo, anche senza conoscere davvero il lascito operistico di quei compositori. Immancabile la condanna dei libretti d'opera italiani: testi goffi e talora triviali, si diceva, e sovente ridicoli in celebri passi oggetto di proverbiale derisione. A metà degli anni sessanta sbocciò la "renaissance" verdiana, a partire dai settanta quella rossiniana: l'opera italiana degli ultimi due secoli riprese visibilità nella sfera della musicologia. Si avviò la rivisitazione critica e filologica dei libretti d'opera. Sopravviveva però un equivoco dagli effetti riduttivi. Non nel lavoro di un Lippmann o di una Cella o di un Rescigno, ma in quello dei "letterati" di formazione, persisteva l'uso di considerare i libretti come "letteratura", e, inevitabilmente, mediocre letteratura e mediocrissima poesia, laddove essi vanno giudicati come elemento di drammaturgia, e di quel genere particolarissimo che è la drammaturgia musicale.
Date le premesse, il lavoro di un'italianista ""agguerrita e notoriamente severa con se stessa com'è Giovanna Gronda, e di un musicologo estroso e curioso com'è Paolo Fabbri, segna il raggiungimento di una meta. Alla Gronda si deve la giusta collocazione dell'oggetto, sancita nel primo dei due saggi introduttivi, "Il libretto d'opera fra letteratura e teatro"; a Fabbri si deve l'indicazione di quel tema centrale che segna il solco in "Prima la musica, poi le parole" di Casti e Salieri e si fa linea luminosa in "Capriccio" di Strauss. Il tema è sottolineato nel titolo del secondo saggio, mutuato da una frase del letterato secentesco Giulio Strozzi: "La musica è sorella di quella poesia che vuole assorellarsi seco". Non rivestimento, per quanto abile, non arte applicata, ma trasfusione di sangue e nascita di una misteriosa terza arte. Sullo sviluppo di questa idea forte si misura e si apprezza la scelta dei 34 testi, che si succedono in ordine storico, partendo dall'incunabolo del melodramma, la "Dafne" di Ottavio Rinuccini (1598) per la musica di Jacopo Peri e Jacopo Corsi, attraversando il Seicento di Busenello e Cicognini, il Settecento di Zeno, Saddùmene, Metastasio, Calzabigi, Casti e Da Ponte, l'Ottocento di Sterbini, Romani, Piave e Boito, il Novecento di Giacosa, Illica, Forzano, Malipiero e Dallapiccola, giungendo sino a Nono e Sanguineti-Berio. L'accostamento di testi rarissimi, di cui si accoglie con gioia l'accuratissima edizione, ad altri vulgatissimi si giustifica così con il progetto dei curatori: non un campione, non un'antologia, ma il disegno esemplare di una drammaturgia operistica che procede scandita da pietre miliari.

Dalle origini del melodramma al contemporaneo Sanguineti, attraverso Metastasio, Goldoni, Da Ponte, Leoncavallo, Boito e Malipiero: alla librettistica si sono dedicati tutti i più grandi scrittori della nostra letteratura. Ma il Meridiano non raccoglie soltanto libretti celebri di autori noti: vi compaiono anche testi inediti, rarissimi e allo stesso tempo fondamentali per la storia del genere letterario. L'antologia - costituita da trentaquattro libretti - si propone infatti, oltre che come repertorio di capolavori, soprattutto come guida alla conoscenza del genere "libretto d'opera". I testi sono trascritti con grande cura filologica dalle edizioni originali; ciascun libretto presenta inoltre una specifica introduzione, la riproduzione del frontespizio originale e un apparato di note filologiche. Due i saggi introduttivi: uno di carattere letterario, l'altro musicologico.