I libri, la città, il mondo. Lettere (1933-1943)

Elio Vittorini

Curatore: C. Minoia
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1985
In commercio dal: 01/01/1997
Pagine: 289 p.
  • EAN: 9788806584382
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recensione di Fofi, G., L'Indice 1985, n. 8

È opinione ormai acquisita che il periodo in cui la moderna industria della cultura trova lo slancio e l'affermazione di cui a tutt'oggi, nonostante gli sconvolgimenti che si annunciano e che già sono stati avviati grazie ai nuovi mezzi tecnici, continua ad avvalersi è quello degli anni Trenta. Nella Germania di Hitler (e di Goebbels), nella Russia di Stalin, come negli Stati Uniti di Roosevelt e nelle democrazie occidentali. Come anche in Italia, nell'Italia di Mussolini. Questa storia ci è stata poco narrata, in alcuni campi pochissimo. Cosa sappiamo con esattezza, per esempio, dell'intreccio tra regime e editoria, dei rapporti e delle logiche che l'hanno caratterizzato? Molti i libri sulla stampa quotidiana - certo importante, importantissima - ma molto rari quelli sulla stampa settimanale e d'intrattenimento, sulla radio (due, che io ricordi), sull'editoria libraria. Per quest'ultima dobbiamo ancora affidarci a memorie o saggi costruiti all'interno delle singole imprese (per es. le memorie di Valentino Bompiani o quelle recentissime di Mimma Mondadori) o da esse commissionati, in funzione prevalentemente agiografica o di saga famigliare, e che lasciano il sospetto di molte censure.
A scavare nei fondi dell'Archivio di stato si scoprirebbe certamente molto di interessante, e francamente di non scandaloso: che è impensabile che il regime, e Mussolini in prima persona, fossero interessati solo in chiave di censura all'editoria (e su quelle sappiamo moltissimo, sono storie molto raccontate, anche e pour cause nelle agiografie), e non la vedessero (quindi elaborando una politica nei suoi confronti, anche promuovendola e assistendola) come uno degli strumenti utili alla formazione e conservazione del consenso. Che è d'altronde la ragione politica del grande sviluppo dell'editoria negli anni Trenta, a Est come a Ovest e nelle dittature come nelle democrazie, parallela a quella socio-economica e sua importante causa.
All'interno di questa storia andrebbe collocato il lavoro di intellettuali che si sono ostinatamente voluti anche organizzatori di cultura e funzionari editoriali, come appunto Vittorini. II suo impegno è più "motivato" in senso culturale, alto-culturale, di quello, mettiamo, di uno Zavattini, che negli stessi anni "inventa" settimanali femminili o per ragazzi alla Rizzoli, e di molti altri nelle tre case editrici portanti dell'epoca, la Mondadori e la Rizzoli che hanno anche i periodici e i fumetti, e la Bompiani, mentre le ragioni di altre case, come la tanto raccontata Einaudi, (nel cui catalogo generale non si trova però traccia, è stato notato, di alcuni rari volumi voluti dal regime e stampati per tenerlo buono), erano evidentemente diversi: politicamente Einaudi non era certo un agnostico o un fascista. Non si capisce n‚ è sempre facile giudicare quanto questi intellettuali, a cominciare da Vittorini, avessero coscienza dell'ambiguità insita nel loro ruolo, che va considerato meritorio nel senso di una diffusione di culture "alternative" a quelle del regime e alle stesse della non ricca tradizione italiana, e nel senso di una democratizzazione della cultura toccante infine strati non solo intellettuali e borghesi. L'intreccio tra la necessità della modernizzazione, la necessità e manipolazione del consenso, l'affermazione economica di un'industria specifica e, su basi così massicce, nuova, ed infine la democratizzazione della cultura che, volente o meno il regime ne consegue (diverso è il caso della Germania e della Russia, dove vigeva la logica dell'"unica proposta di vendita" sul piano dei contenuti dei messaggi veicolati; e anche dell'America, dove la diffusione della cultura di massa è soprattutto portato capitalistico, bensì veicolante ideologie di pesante sostegno dei valori del sistema) non può essere districato, mi pare, su basi moralistiche, n‚ si può rimproverare a intellettuali di fronda di averci voluto entrare nella speranza di indirizzare le scelte culturali, o almeno avanzarne di diverse e dar loro spazio.
Venendo a Vittorini, se le lettere raccolte in "Gli anni del Politecnico " (Einaudi 1977) documentavano la prolificissima frenesia di anni brucianti ma sui quali molto già si sapeva, queste del 1935-43 non aiutano molto a capire. Sono lettere raramente "teoriche", e almeno dal '38 - inizio della collaborazione con Bompiani - soprattutto "editoriali", anche quando Vittorini non è ancora, dell'editoria, un funzionario, e coprono quasi due terzi del volume. Quelle prima del '38 documentano le difficoltà personali e professionali del giovane autore, e parallelamente, da "Solaria" in avanti, la crescita di una vocazione di scrittore e i traumi di una vieppiù ampia comprensione politica che ha il suo vero avvio con le vicende della guerra di Spagna. Vittorini ebbe a chiamare questi anni della sua vita "il decennio delle traduzioni", e di esse naturalmente molto si parla, in scambio sovente con il coetaneo Pavese, "americanista" entusiasta come lui e come lui con un forte, in fondo benefico dilettantismo.
I giudizi sugli scrittori stranieri non sono sempre molto pungenti, almeno non quanto quelli sugli italiani (Gadda, nel '32: "ha stoffa di prim'ordine"; Ugo Betti, nella stessa lettera: "quello sì è un bel fesso!"), e la vivacità degli interessi sembra trovare quasi naturalmente il suo alveo nell'attività editoriale. Per Bompiani Vittorini contribuì a impostare é realizzare non solo la nota Americana, ma anche altre antologie importantissime: sulla narrativa e il teatro tedeschi, sulla narrativa e il teatro spagnoli, sui Narratori russi, sul romanzo francese prima dell'Ottocento, eccetera eccetera; e seguì o impostò o diresse collane preziose ed esemplari come quelle dei "Grandi ritorni" o la "Corona universale", oltre naturalmente a occuparsi dei narratori contemporanei permettendo all'editore una concorrenza diretta con la onnivora Medusa mondadoriana. Né si direbbe che Bompiani sapesse essergliene grato quanto doveva, a giudicare da alcune terribili letture vittoriniane a lui indirizzate negli anni di guerra e nei periodi di semiclandestinità o clandestinità dell'autunno '43.
È appassionante vedere come Vittorini seppe collegare a questa sua attività intellettuali di estrazioni diversissime, sia rinomati e illustri che giovani quasi alle prime armi (allora poverissimi e quasi mendicanti traduzioni e curatele molto più che la pubblicazione di loro opere, e perfino l'invio di libri omaggio, per loro carissimi): da Bontempelli a Pintor, da Bilenchi a Pratolini, da Pavese a Falqui, da Traverso a Bo, da Guarnieri a Savinio, da Gadda a Landolfi, da Alvaro a Debenedetti, da Luzi a Cecchi... E d'altronde, anche lasciando da parte "Il politecnico", come dimenticare che "sotto" Vittorini pubblicarono molti anni dopo presso Einaudi le loro prime o primissime opere, nei "Gettoni" da lui diretti, Calvino e Fenoglio, Ottieri e Lucentini, Cassola e Arpino, Sciascia e Testori, Pirelli e la Romano, per non parlare di quelli che "piazzò" altrove? Restando agli anni Trenta, colpisce anche, e sempre di più col passare degli anni, la ricchezza di "nomi" di cui la nostra cultura allora godeva, e, ancora una volta, la riduttività e la superficialità con cui a quel periodo hanno guardato i nostri storici della letteratura, specialmente quelli più "ideologici" e di sinistra. E un altro discorso, ma è forse anche lo stesso, se vogliamo, qualora si consideri la profonda miseria della "società letteraria" succeduta agli anni del boom, diventata oggi fin plateale.
Questi meriti sono stati riconosciuti abbondantemente a Vittorini, da sempre (unitamente a quelli riguardanti i suoi, di libri, che invece mi paiono esagerati: Vittorini è stato più importante come organizzatore di cultura che non come scrittore, e come scrittore va notevolmente ridimensionato), ma non si è molto insistito, ripeto, sul carattere politicamente ambiguo di questo ruolo: da un lato, di propugnatore di idee e autori nuovi eclettico e fecondissimo; dall'altro, di funzionario di un'industria la cui logica di fondo non era in contrasto con bisogni di consenso che non sono stati solo quelli del fascismo, ma anche degli anni della ricostruzione e del predominio cattolico (nei quali era più facile distinguere) come, e a maggior ragione, di quelli post-boom e attuali.
Questo è un giudizio a posteriori, astratto e dunque facilone. La diffusione della cultura, élitaria come di massa, compresa quella universitaria, è una parte consistente e obbligata di una riproduzione di poteri di classe e del suo altrettanto obbligato ammodernamento. Se oggi possiamo riconoscere tutti i meriti di Vittorini, il vitale entusiasmo messo a servizio dello sviluppo di un'industria della cultura pronuba di democrazia, non possiamo certo reagire allo stesso modo nei confronti della situazione presente.
Cos'è cambiato, infine? Scomparsa la spinta concomitante, del potere e della sinistra, verso l'affermazione di un'industria della cultura strumento di consenso o di democrazia a seconda dei punti di vista, ci pare oggi che quest'industria si sia ridotta alla sola opzione del consenso da parte del potere, senza un politica contrastante della sinistra e senza progettualità davvero diversa, anche nelle sue frange marginali. Chiaro o implicito, Vittorini un progetto lo aveva, culturale e sociale. Noi - per dire gli attuali "funzionari" della cultura, istituzionali o no, centrali o periferici, di editoria o di università o di rai - tv o di enti locali - non l'abbiamo. Vittorini è tra coloro che hanno regalato sia a noi che al "sistema" un assetto più ampio e più libero dell'informazione e della cultura, ma di esso si direbbe che non abbiamo saputo e non sappiamo cosa fare. La spinta che ha mosso Vittorini non era in reale contrasto con quella dell'industria e del potere, ma questo è la storia a definirlo, oggi, a ritroso. Mentre noi accettiamo e infine quasi tutti condividiamo un assetto che è tutto e solo del consenso (e dello spreco, per quanto riguarda enti locali e molto spesso le iniziative marginali) e del rafforzamento dei poteri esistenti, del potere. Paradossalmente, siamo più uomini di regime noi che i funzionari degli anni Trenta. E parallelamente a un giudizio più chiaro sull'azione di quelli, di quel tipo di intellettuali avvertiamo la mancanza e ne sentiamo la nostalgia. Il panorama del funzionariato editoriale, per non parlare di quello giornalistico e di qualsiasi altro cui è istituzionalmente attribuita la diffusione della cultura, è costernante, e basta aggirarsi per i corridoi di quasi tutte le case editrici per rendersene conto. Chi, oggi, sostituisce Vittorini, e muove, stimola, propone, sostiene e ha un piano altro?


recensione di Serri, M., L'Indice 1985, n. 8

Lentamente il carteggio vittoriniano va facendo la sua apparizione, completando i periodi di tempo ancora rimasti scoperti. Inaugurato nel 1977 da "Gli anni del Politecnico". "Lettere 1945-1951", era previsto che le lettere dal 12,26 al 1945 fossero riunite in un'unica edizione. Ma, la grande quantità del materiale, ha imposto uno sdoppiamento e la raccolta appena uscita, "I libri, le città, il mondo", ottimamente curata da Carlo Minoia, comprende gli anni dal 1933 al 1943 e seguirà il volume a cui sta lavorando Aldo Mastropasqua, dal 1926 al 1933.
"I libri, la città, il mondo", copre un decennio che si dimostra come un fondamentale arco di tempo durante il quale si precisano e si radicano le scelte culturali di Vittorini. Un periodo in cui, mentre si sviluppano e mutano le concezioni politiche e ideologiche dello scrittore, contemporaneamente si manifesta e prende forza l'immagine più propria di Vittorini, quella in cui narratore e operatore culturale sono inscindibili, per cui non esistono confini nŠ separazioni tra impegno critico, sociopolitico, creativo. Questo insieme, assolutamente vittoriniano, di tensione verso il mutamento e di estrema e radicale sintesi di vari ambiti di interessi, si definisce in questi anni.
È nel 1933, data presa come momento di partenza per la raccolta che, come testimonia la lettera di apertura a Malaparte, Vittorini, nonostante il grande ossequio e l'ammirazione per lo scrittore, abbandona le suggestioni del periodo precedente, gli ideali stilistici ispirati alla "Ronda", al "Selvaggio", a "Strapaese". L'attenzione di Vittorini è volta ad altre direzioni, all'ambiente fiorentino, alla collaborazione con "Solaria", alla frequentazione dei gruppi letterari. La vicenda della guerra di Spagna segna, poi, il definitivo rifiuto del giovanile fascismo "di sinistra"; un cambiamento che si configura non solo come scoperta politica ma come esperienza che immediatamente confluisce nella produzione della scrittura, nella dimensione del narratore. Proprio in questi anni un altro elemento estende e amplia l'attività di Vittorini: l'incontro con l'editoria. Inizia un rapporto di consulenza con Valentino Bompiani, destinato a trasformarsi in un incarico editoriale e si trasferisce a Milano, dove il lavoro si fa intenso, frenetico. Legge e traduce letteratura americana, mantiene i rapporti con i collaboratori, dirige due collane, "Corona" e "Pantheon*. Le lettere vanno progressivamente perdendo i riferimenti alla vita personale, ai risvolti privati, si sguarniscono di dichiarazioni di bisogni, di desideri di vita libera, di ragazze, di scoperte. I suoi interessi si concentrano sugli impegni di lavoro, sui problemi quotidiani, sulla maturazione del mestiere. Precisissima è la consapevolezza che l'editoria è un'industria e che in quanto tale rappresenta un'avventura in cui è la possibilità del fallimento, del terrore. I compiti, che si accavallano e si moltiplicano, vanno dalla scoperta e dal reperimento dei testi, dal superamento degli ostacoli della censura, alle più svariate necessità: di spronare i collaboratori pigri (come Gadda o Savinio), di accaparrarsi le firme (da Falqui, a Bo, a Montale), di provvedere alle cose spicciole e di ordinaria amministrazione (in sostituzione della segretaria, Vittorini consiglia a Bompiani un giovane "serio, colto e che sa anche scrivere": Vasco Pratolini).
La svolta del '43 impone una brusca sospensione a tutto questo: dopo l'arresto del luglio e il rifugio nella clandestinità Vittorini avverte come improrogabile esigenza una soluzione che lo stacchi decisamente dal passato. Le lettere a Valentino Bompiani animate da sentimenti contraddittori, sono aggressive e appassionate, chiedono e rifiutano amicizia e il rapporto con l'editore non è più limpido e diretto. Vittorini, identificato completamente con l'attività politica, sente il bisogno di rifare il pieno di vita, di ritrovare la saldatura tra vita e scrittura che lo aiuti ad adeguarsi alla nuova realtà sociopolitica.
La fine di questa raccolta di lettere prelude così all'inizio del "Politecnico", all'elaborazione di un nuovo progetto che gli permetterà. secondo il consueto stile, di fare tabula rasa, di ricominciare da capo con un totale travaso di forze e di energie. Di una nuova esperienza, cioè, di ricerca di unità tra lo scrittore e il produttore di cultura, tra l'inventore di idee e linguaggi e il creatore delle condizioni materiali per la loro affermazione e divulgazione.