La lingua perduta delle gru

David Leavitt

Traduttore: D. Vezzoli
Editore: Mondadori
Edizione: 7
Anno edizione: 1998
Formato: Tascabile
Pagine: 344 p.
  • EAN: 9788804458746
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Recensioni dei clienti

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    Erik

    01/02/2013 23:49:17

    Mi è piaciuto davvero tanto, sopratutto perché mi rivedo moltissimo nel personaggio di Philip. Uno dei romanzi a tematica gay più belli che abbia mai letto sino adesso. Unica pecca? L'autore si divincola troppo tra descrizioni fin troppo peculiari e voli pindarici tra passato e presente che, spesso, destabilizzano il lettore portandolo a chiedersi "ma adesso di che sta parlando?". Se non avesse impiegato troppe parole nel descrivere particolari che, a parer mio, sono superflui, sarebbe stato ancor più bello, considerato che in queste fasi , a volte, risulta un po' noioso. Ad ogni modo lo consiglio. Davvero un bellissimo romanzo!.

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    Piernicola Silvis

    16/01/2011 16:01:21

    Il libro - opera miliare del mondo gay - è in realtà un capolavoro. Come scrittura, che non eccede mai nell'autocompiacimento gratuito, ma che resta secca ed essenziale e tuttavia poetica quando serve; nella trama, anche questa scarna e severa. Un libro riuscito bene di un grandissimo scrittore. L'unico dubbio: ma a New York gli eterosessuali sono finiti?

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    Antonella

    24/11/2010 09:52:26

    Il concetto piu bello del libro è...AMIAMO CIO CHE SIAMO.... lo ho amato dalla prima all'ultima pagina, buona lettura

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    Laura

    02/10/2009 11:13:38

    Per chi come me conosceva poco o nulla del mondo omosessuale, questo libro ti porta per mano a scoprirlo. Tra le bellissime descrizioni della vita newyorkese, troviamo delle altrettanto appassionate descrizioni dei sentimenti che animano i protagonisti. Così ti ritrovi spesso ad immedesimarti nelle loro vite e a chiederti: se succedesse tutto questo a me, come mi comporterei?

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    Elena

    15/02/2006 09:05:35

    Questo libro è semplicemente stupendo! Mi ha catturata! Da rileggere!

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    Antonio

    11/01/2006 11:27:05

    Assolutamente fantastico, contiene della pagine e delle frasi indimenticabili. Bellissimo il capitolo del bambino-gru, che Leavitt usa per esprimere il concetto secondo cui "non è importante ciò che amiamo, ma chi siamo" e che ognuno di noi sceglie cosa o chi amare e lo ama. Lo consiglio a tutti, è veramente meraviglioso.

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    Greta

    10/07/2005 16:19:48

    Philip è un omosessuale che decide di dirlo alla famiglia. La reazione del padre Owen sembra abbastanza positiva, la reazione della madre Rose, al contrario è negativa. Il carattere di Philip è ben delineato dall’autore, per farlo capire meglio descrive con dolcezza la sua infanzia e con amarezza la sua adolescenza, quando la rivelazione della sua sessualità si scontra con gli impulsi e l’insicurezza che tutto questo comporta. Philip è dolce, incerto, ansioso, bisognoso i conferme, le sue storie d’amore sono quasi sempre a senso unico, il panico di non essere amato lo porta a comportarsi in modo “appiccicoso”, è la parte debole del rapporto di coppia. Ma la vera rivelazione del libro è il padre di Philip: omosessuale anche lui, ma che al contrario del figlio decide di vivere una vita nel compromesso e nella finzione, incapace di prendere coscienza della propria situazione e condannandosi così all’ infelicità. Condannando anche sua moglie a questa infelicità. Rose è la vera forza del libro, una donna forte e piena di dignità, capace alla fine di affrontare (o almeno di cercare di farlo) una situazione disastrosa. Bellissimo il passaggio in cui si rende conto di non aver mai voluto vedere la realtà, quando con sconforto si chiede se per il marito lei sia stata qualcosa di più di una convenzione sociale o qualcosa di più di una facciata di comodo. Non dimentichiamoci che il padre di Philip è un uomo di mezza età, lui stesso ammette che ai suoi tempi non sarebbe mai stato possibile affermare una cosa del genere, lui stesso combatte all’inizio questa “malattia” con ogni mezzo, uno di questi è sposarsi e cercare di avere una vita normale. Non riesce naturalmente. Nessuno può soffocare la propria natura. Il libro è bello. I personaggi del libro sono (come ho detto prima) descritti con stile. Sono descritte bene certe viltà caratteriali e certi comportamenti a volte squallidi.

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    dubh

    19/07/2004 18:00:22

    Probabilmente il migliore di Leavitt, da consigliare.

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    Giacomo

    21/04/2004 10:59:58

    Non mi è piaciuto per nulla. Punto e basta.

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    Stefano

    10/10/2003 20:27:00

    La recensione dell'Indice dice: la Dorabella mozartiana canta "come scoglio...", ma e' sua sorella, Fiordiligi, che canta cosi'.

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    Doktor Fabyus

    02/07/2003 09:16:16

    E' un libro molto duro, che non guarda certamente in faccia a nessuno e tanto meno all'americanissimo concetto di "politically correct"... ma proprio per tutti questi motivi è un'opera assolutamente notevole. Io non me la perderei!

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(recensione pubblicata per l'edizione del 1987)
recensione di Corona, M., L'Indice 1987, n. 4

È con un lieve fastidio che ci si accinge a recensire un buon libro nel momento in cui il suo autore è oggetto, qui in Italia, di un'attenzione giornalistico-modaiola spropositata, che rischia di avvilire la reale statura dello scrittore, di stravolgerne la fisionomia, e di esporlo, tra sei mesi, quando l'incostante brezza mondana si volga a gonfiare altre vele, a ripudi altrettanto eccessivi, secondo le parabole ben note del divismo contemporaneo "usa-e-getta". Auguriamo dunque a Leavitt di poter dimostrare, meglio della Dorabella mozartiana, che il suo animo "come scoglio immoto resta, contro i venti e la tempesta", anche se questi son venti che portano successo e prosperità, del resto meritatissimi. Purtroppo l'elenco degli scrittori americani dagli esordi folgoranti e dal precoce declino è ben noto, e fin troppo nutrito: Capote, Tennessee Williams, Mailer, Baldwin, Albee, per non parlare degli enigmatici blocchi creativi di un Salinger, di un Ellison, di un Henry Roth. Poiché, si sa, crescere, e magari invecchiare bene, in America, per qualche misteriosa ragione, è più difficile che altrove.
Ma perché evocare spettri jettatori volendo parlare di un narratore venticinquenne in pieno sviluppo? Diciamo invece che, dopo il sorprendente e ormai celebre volume di racconti ("Family Dancing", 1984), Leavitt, a venticinque anni, supera di slancio la doppia prova del secondo libro e del passaggio dalla forma del racconto a quella, di più ampio respiro ed impegno, del romanzo. Le vicende narrate riguardano due modesti intellettuali di mezz'età, Rose e Owen Benjamin: lei rivede i dattiloscritti per un editore, lui sovrintende all'ammissione degli studenti in una scuola privata di un certo prestigio. I coniugi Benjamin saranno presto sfrattati dal loro appartamento sulla Seconda Avenue, in una zona anonima e un po' délabré della midtown di Manhattan. In quelle stanze hanno vissuto per ventun anni, apparentemente riparati dai convulsi rivolgimenti socio-economici in atto nella metropoli. Il processo speculativo di "gentrification" e ristrutturazione edilizia, così tipico di questi anni, e volto a fare di Manhattan un'isola di yuppies, li ha infine raggiunti e colpiti.
A questo sconvolgimento esterno si somma una crisi morale messa in moto dal figlio venticinquenne Philip, nel momento in cui rivela ai genitori di essere gay. Anche Owen, il padre, lo è, e per decenni ha vissuto furtivamente la propria omosessualità in un cinemino porno, ogni domenica pomeriggio. L'onesta rivelazione del figlio rende insostenibile il silenzio del padre, e ne stimola anzi una tardiva educazione sentimentale, di cui, paradossalmente, è il figlio a fornire il modello. In mezzo sta Rose, la moglie, la madre, oggetto di un duplice "tradimento" che ne scardina l'esistenza metodica, rassegnata, un po' spenta, eppure non innocente (Rose ha avuto un lungo affaire clandestino con un collega d'ufficio, sposato, e una malaugurata avventura con il marito di un'amica). A questo punto, dal nido protetto del suo appartamento e della sua famiglia, Rose è, letteralmente e metaforicamente, buttata sulla strada. Ma lo è anche Owen.
Chi racconta questa storia? Un narratore in terza persona, secondo i canoni più tradizionali: la scelta tecnica è ideologicamente significativa. Facile sarebbe stato, per il giovane Leavitt, prendere le parti del coetaneo Philip: avremmo avuto un romanzo gay militante sulla superiore pulizia morale delle nuove generazioni post-Stonewall rispetto alle ipocrisie della generazione dei padri. Il nostro narratore, invece, mentre ci lascia intendere che il comportamento di Philip è onesto e naturale per un ragazzo gay dell'America di questi anni, mostra peraltro come quel suo gesto di chiarezza abbia involontariamente distrutto un delicato equilibrio famigliare.
Leavitt, primo rappresentante letterario di una nuova lega gay consapevole e matura, rifiuta di chiudersi in una logica partigiana, e scarta la via di un Richard Wright (quella del "romanzo di protesta") per seguire il modello più ambizioso di Ralph Ellison. La tranquilla asserzione dell'identità minoritaria di Philip, sulla quale Leavitt non cede di un millimetro, consente tuttavia un rapporto equo con il resto del mondo. Ogni personaggio di Leavitt risulta perfettamente credibile, alla luce della sua particolare storia e della storia dei suoi tempi, in virtù di una intuizione fondamentale sulla ineluttabile sfasatura dei codici di comportamento - e dunque di comunicazione e di linguaggio - che improvvisamente colpisce un'amica di Philip, intenta da sette anni a scrivere una impossibile dissertazione sui problemi del linguaggio.
In un capitoletto di sole tre pagine (The Crane-Child), collocato al centro dell'opera, Leavitt, attraverso la riflessione di Jerene (donna, nera, lesbica, e quindi, secondo l'ironica definizione che ella stessa si dà, tre volte "sbagliata"), deposita la chiave di lettura di questo romanzo ma anche dei racconti precedenti: il linguaggio di Michel, il bambino abbandonato a se stesso da una madre che non è in grado di allevarlo, è un linguaggio privato, speciale, fatto non di parole ma di gesti che imitano i movimenti delle immense gru nel cantiere edile: su cui si affaccia la sua finestra. "Quel linguaggio apparteneva a Michel soltanto; a lei era precluso, perduto per sempre. [...] Poiché, si era persuasa, ciascuno alla propria maniera scopre cosa sia ciò che deve amare, e lo ama; [...] qualunque cosa sia ciò che amiamo, quello è ciò che noi siamo, chi noi siamo".
Su questo fondamento costruiscono la loro vita Philip e Jerene; a tale approdo giunge finalmente Owen; ad esso sfuggono invece Rose ed Eliot, l'amante di Philip. Quest'ultimo per incapacità di amare; Rose per una straziata difesa dell'imperfezione, dei "segreti", ma anche dell'ordine costituito e della propria sostanziale paura di vivere (la meticolosa professionalità del lavoro redazionale, la passione per le parole incrociate, per gli acrostici, dove tutto quadra).
Il capitoletto dedicato al "ragazzo-gru" segna uno spartiacque ideologico fra i racconti e la prima parte del romanzo, da un lato, e, dall'altro, la seconda parte del romanzo, fino alla conclusione, raggiunta dopo centocinquanta pagine di tensione narrativa ininterrotta e mozzafiato. E non sto descrivendo un romanzo giallo, ma un romanzo di sentimenti. Fino a "The Crane-Child" Leavitt aveva percorso i desolati paesaggi della disgregazione famigliare, aggirandosi fra le macerie dei rapporti interpersonali falliti; sarà per questo dato puramente tematico (ma lo stile di Leavitt è sempre stato un'altra cosa, fin dal principio), o per ancor più semplicistiche ragioni anagrafiche, che lettori (e lettrici) frettolosi lo hanno intruppato fra i cosiddetti "minimalisti" (o "postminimalisti", non ho ancora capito bene) come Jay McInerney, Bret Easton Ellis ed altri. Con i quali mi pare che Leavitt abbia davvero poco da spartire. Leavitt detesta Hemingway, ispiratore ultimo di costoro, e non c'era bisogno che me lo confermasse di persona per avvedersene. Certo che anche Leavitt è un narratore svelto, essenziale, lucido, controllato; ma non "posa" mai, non si maschera da macho, non ha paura della tenerezza (simile in questo a Salinger), non condivide lo stoico nichilismo hemingwayano e, soprattutto, dal vecchio leone si allontana sul piano stilistico.
Ma per tornare ai temi, dicevo che nella seconda parte del romanzo cogliamo una modificazione di prospettiva forse inattesa, un'apertura verso un parziale lieto fine, una possibile via di uscita. Incredibile dictu. Accertava quella che ho prima definita la ineluttabile sfasatura dei codici comportamentali e comunicativi alcuni personaggi (Jerene, Philip) intraprendono una dura, disillusa, tenace ricerca di ipotetiche lunghezze d'onda compatibili con la propria. Ma ciò può iniziare, e avere qualche possibilità di successo, solo dopo una preliminare esplorazione - e accettazione - di se stessi; questo Jerene e Philip sono stati costretti, ma anche disponibili, a farlo, pagando lo scotto della sofferenza e della solitudine.
Dunque se la famiglia monagamica e chiusa non regge il peso delle proprie contraddizioni, se i rapporti gay di tipo narcisistico, possessivo e manipolatorio crollano, forse si potrà riorganizzare la propria vita affettiva, sentimentale e sessuale in modi più flessibili, articolati e realistici, dove, fatte salve le precauzioni anti-Aids (perché anche del flagello del secolo il nostro autore si preoccupa), amore, sessualità, simpatia, solitudine e solidarietà circolino e si mescolino più liberamente, purché sia saldo l'unico e fondamentale requisito dell'autenticità, della sincerità. L'inedito modello antropologico qui proposto, sia pure in modo molto indiretto e certo non vincolante, è quello della extended family gay: Derek, Geoffrey, Eliot (come loro figlio adottivo), John Malcolmson, Sally, Jerene, Laura, Philip, Brad, Owen, Frank si muovono, magari a tentoni, in questa direzione.
L'interesse dominante per i sentimenti, per quelli che Hawthorne chiamava "i grovigli del cuore umano", inclina Leavitt verso Fitzgerald, verso lo stesso Hawthorne, ma soprattutto verso i grandi modelli della narrativa femminile britannica ottocentesca, da Jane Austen alla prediletta George Eliot. Della Austen e della Eliot Leavitt condivide sia la felicità del narrare-quell'autentica Lust zu fabulieren che Goethe ammirava nella madre-sia la tempra di moralista, di sagace indagatore delle ambiguità del cuore. E, diciamolo, ne condivide, pur nella sua sensibilità e nel suo linguaggio assolutamente contemporanei (impensabili fuori di questi nostri anni Ottanta) la misura classica, che imbriglia e domina una corrente emotiva e sentimentale di inconsueto vigore. Ci sarà modo, in uno spazio meno ristretto di quello concesso dalla recensione, di dire qualcosa di più sullo stile cameristico di Leavitt, e sul gioco dialettico di sottili equilibri su cui poggia la strategia narrativa di questo singolare talento, giovane e così consapevole, naturale e inquietante, tradizionale e anti-conformista, depoliticizzato - ai nostri occhi italiani forse un po' miopi - eppure, a suo modo, militante anche se in "pull" Armani.