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Stefania Pellegrini

Editore: Giuffrè
Anno edizione: 1997
Pagine: XIV-284 p.
  • EAN: 9788814066702
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recensioni di Chiarloni, S. L'Indice del 1999, n. 01

1. La giustizia dilazionata è giustizia negata, secondo l'icastico ammonimento di Jeremy Bentham. Nel nostro paese l'amministrazione della giustizia civile è sprofondata in abissi di inefficienza che, dalle tabelle finali di questo libro, gridano il fallimento di uno tra i servizi fondamentali che uno Stato ben ordinato deve rendere ai suoi cittadini.Oltre dieci anni sono oggi in media necessari per ottenere una sentenza di secondo grado in materia di successioni e quasi sei e mezzo per ottenerla in materia di crediti! Di fronte a un disastro di queste proporzioni bisognerebbe domandare agli studiosi delle burocrazie e dei ceti professionali se gli enormi cambiamenti intervenuti nell'organizzazione giudiziaria con il passaggio dallo stato assoluto allo stato di diritto abbiano determinato non già la scomparsa dei connotati di parassitarietà tipici di un sistema di venalità ed ereditarietà delle cariche, ma semplicemente ne abbiano dislocato i germi altrove per una lunga incubazione, che ha richiesto più di un secolo per produrre i suoi micidiali effetti.

Il libro di Stefania Pellegrini non ambisce a rispondere a domande di questa portata.È tuttavia importante per almeno tre ragioni: perché colma una lacuna nella elaborazione delle statistiche giudiziarie, visto che l'ultimo, pregevole studio complessivo in materia risale agli anni settanta; perché indirettamente segnala alcune necessità di approfondimento e di collaborazione interdisciplinare, magari con indagini di settore effettuate sul campo; perché può contribuire a svegliare dal sonno dogmatico i processualisti civili, da sempre ripiegati a studiare la retorica del processo come deve essere secondo le illusorie rappresentazioni del codice e invece, per lo più, poco inclini alla riflessione scientifica sulla realtà del processo come è.

2. Più che alle durate processuali, cui viene dedicato un breve paragrafo dell'ultimo capitolo, senza particolari disaggregazioni dei dati, Pellegrini si indirizza alla domanda di giustizia e alla produttività del lavoro giudiziario, nonché alla ricerca di correlazioni tra i relativi andamenti e variabili di quattro tipi, due esogene e due endogene.

Le variabili esterne al sistema giustizia sono costituite dall'andamento demografico e da alcuni indicatori economici - Pil, debito pubblico e tasso di disoccupazione. I risultati sono interessanti, in quanto denunciano, per così dire, una notevole autoreferenzialità del sistema, che non sembra risentire in modo spiccato dei mutamenti demografici o socioeconomici.

Ma è con riferimento ai nessi con le variabili interne attinenti all'organizzazione giudiziaria che emergono risultati davvero sconvolgimenti. Si consideri che l'organico della Magistratura rapportato alla popolazione, pur non avendo seguito l'andamento demografico, si è comunque alla fine più che adeguato, con i maggiori incrementi effettuati proprio nell'arco degli anni in cui le durate processuali andavano spaventosamente aumentando! L'impressione di totale insensatezza dell'attuale stato delle cose si accresce nel momento in cui si vanno a esaminare i dati disaggregati secondo le Corti d'appello.Vediamo che il maggior numero di magistrati per abitante si ha al Sud, il minore al Nord.Ma nello stesso tempo vediamo che il tasso di produttività dei magistrati è al Nord triplo rispetto al Sud.

Quando alcuni anni fa avevo visto risultati simili mi ero fatto l'idea, probabilmente viziata da un pregiudizio storicistico, che gli scarti si potessero spiegare con le diverse attitudini delle burocrazie locali prima del raggiungimento dell'Unità del paese. Ora mi rendo conto che, forse, il peso del dominio straniero può avere ancor oggi un qualche effetto residuo in situazioni particolari, pensando da un lato alle tradizioni di eccellenza dei ceti impiegatizi nell'impero austroungarico e dall'altro alle tradizioni di neghittosità e irrazionalità dell'agire dei medesimi ceti nella Spagna secentesca.

Ma la vera spiegazione delle differenze territoriali va cercata altrove, anche se sarà molto difficile da trovare. Da questo testo non emerge alcuna esplicazione.Tuttavia la semplice elaborazione e registrazione dei dati è di per sé importantissima, in quanto costituisce un forte stimolo a cercare di capire, operando approfondimenti ulteriori, come mai i cittadini di certe zone del paese, già peggio servite di altre per le infrastrutture "fisiche", lo siano anche per quanto riguarda l'amministrazione della giustizia.

3. Qualche spunto critico, per finire. La Pellegrini riporta nel suo libro la serie storica delle statistiche relative ai procedimenti di cognizione sopravvenuti, a quelli esauriti, a quelli pendenti e alle durate processuali, ed effettua su questi dati, connettendoli ad altre variabili, una serie di interessanti elaborazioni.Ma omette di cogliere un nesso che a mio giudizio è fondamentale per comprendere meglio la principale causa dell'attuale disastro della giustizia civile.Alludo alla progressiva costituzione dell'arretrato sui ruoli e al suo rapporto con l'aumento delle durate processuali.Sotto il primo profilo vediamo che, salvo eccezioni, nella maggior parte degli anni di riferimento il numero dei procedimenti esauriti è inferiore, sia pure di poco, al numero dei procedimenti sopravvenuti.Sia pure di poco, ma l'effetto cumulativo, a valanga, della somma di questi piccoli scostamenti sui conti della giustizia è semplicemente drammatico. Sotto il secondo profilo non si tratta soltanto dell'ovvia banalità che la presenza di un forte carico di fascicoli sui ruoli dei singoli giudici determina di per sé un inesorabile aumento delle durate processuali. Vi è di più.Anche il giudice maggiormente motivato dallo spirito di servizio sarà schiacciato dal peso dell'arretrato accumulato che si trovi a ereditare senza sua colpa e inevitabilmente portato ad assumere un atteggiamento di resa burocratica di fronte alla massa di processi che è costretto a far rotolare da un'udienza all'altra, proclive, quasi per intrinseca necessità, a consentire alle richieste di rinvio dei difensori, con un rilevante decremento della produttività che sarebbe in grado di esprimere se l'arretrato fosse mantenuto entro limiti fisiologici.

Qui si pone la questione cruciale.Il processo può benissimo risuscitare a nuova vita, non tanto grazie alle nuove norme che ne rinnovano la tessitura, quanto grazie alla liberazione del peso ereditato dal passato che lo schiaccia.Ma esso ricomincia a morire di una morte lentissima se viene gestito in modo da consentire la progressiva ricostituzione dell'arretrato.

D'altra parte, un giudice che smaltisce nell'anno un numero di procedimenti pari al 90% di quelli che introita è perfettamente in grado, con un piccolo sforzo aggiuntivo, di arrivare al 100%, garantendo così ai suoi concittadini una giustizia degna del nome.Qui entra in gioco prima di tutto la responsabilità direttiva e organizzativa dei capi degli uffici, poi dell'organo di autogoverno, il Consiglio superiore della magistratura, infine del Ministero di giustizia per quanto gli compete. Purtroppo, quel che sembra a parole semplice è in Italia molto complicato nei fatti.

La giusta rivendicazione dell'indipendenza anche interna di un giudice soggetto soltanto alla legge ha comportato una distorsione assurda, per cui i normali controlli sull'impegno lavorativo dei magistrati non vengono operati con l'incisività e la severità che sarebbero indispensabili, né a livello territoriale né a livello di vertice.Il potere esecutivo appare troppo lento, e per certi aspetti inerte, per quanto riguarda i provvedimenti amministrativi e di iniziativa legislativa indirizzati a dare efficienza alla macchina, a cominciare dall'abolizione delle numerosissime circoscrizioni giudiziarie inutili o sottoutilizzate e a finire con l'adeguamento numerico e la qualificazione del personale ausiliario.

Fino a quando saremo costretti, ogni dieci o quindici anni, a dar conto dei risultati di ricerche che denunciano una vera e propria vergogna nazionale?