La logica della scrittura e l'organizzazione della società

Jack Goody

Traduttore: P. Arlorio
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1988
Pagine: XIV-233 p.
  • EAN: 9788806599904
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recensione di Cardona, G.R., L'Indice 1988, n. 8

"The Logic of Writing and the Organization of Society" è l'ultimo libro dell'antropologo inglese Jack Goody frutto di un ciclo di conferenze al Collège de France, il libro è uscito in inglese nel 1986 (presso la Cambridge University Press) e in francese nel 1987: ne viene pubblicata ora, con ammirevole rapidità, un'accurata versione italiana (a cui si può rimproverare soltanto di aver tralasciato l'indice analitico dell'originale, assai utile in un'opera così densa). Partendo dalla sua iniziale specializzazione di ricerca, l'africanistica, col tempo Goody ha esteso le sue indagini a campi sempre più ampi, e basti citare solo altre due opere recenti: "Cooking, Cuisine and Class" (Cambridge 1982, trad. fr. Parigi 1984) e "The Development of Family and Marriage in Europe" (Cambridge 1983, trad. it. Milano 1984); e in ognuno dei campi indagati, appoggiandosi ad una documentazione approfondita ed estesa per numero di culture e arco cronologico, Goody riesce a dire cose notevoli e a volte geniali. Tra i suoi interessi c'è la scrittura, o dovremmo dir meglio l'alfabetizzazione, la 'literacy', insomma quell'insieme di fatti e pertinenze antropologiche che si addensa in una società non appena questa comincia a servirsi di un sistema di scrittura. In questo campo dopo aver promosso una splendida raccolta di scritti ("Literacy in Traditional Societies", Cambridge University Press, Cambridge 1968), Goody ci ha dato un'opera breve ma piena di spunti preziosi, "The Domestication of Savage Mind" (Cambridge University Press, Cambridge 1977, trad. it. Angeli, Milano 1981). Ed è proprio la tesi avanzata in quest'ultima opera il punto di riferimento obbligato per capire il libro di cui dobbiamo occuparci.
La vera differenza, il grande spartiacque tra società selvagge e società industriali non consisterebbe tanto in una qualche specificità del loro pensiero (e qui Goody polemizza con Lévi-Strauss e la sua teoria del pensiero selvaggio primitivo), bensì nel possesso o non possesso della scrittura. Solo con la scrittura, con i processi di analisi e decontestualizzazione che essa permette, sono possibili certe conquiste del ragionamento astratto, certi strumenti notazionali e conoscitivi -per fare un esempio minimo, le liste, le tabelle - propri delle nostre culture e anzi ormai irrinunciabili. Nel flusso dell'oralità ogni elemento è strettamente legato agli altri e contestualizzato alla situazione del momento; il flusso scorre e non è più possibile tornare su quanto è stato detto: e dunque non è possibile l'analisi puntuale, l'esegesi, la critica testuale, il confronto tra parti diverse di uno stesso testo, e nemmeno la riflessione sul mezzo espressivo, dunque la grammatica. Ancor meno possibili, anzi inconcepibili sono operazioni conoscitive come quelle che raccogliamo sotto il nome di scienze esatte e che hanno bisogno di una notazione che fissi gli elementi su cui operare.
"The Domestication* ha avuto una notevole eco, per vero più tra gli antropologi che tra i linguisti e, accettata o criticata, è comunque diventata un'opera di riferimento. Data la rapidità della trattazione, le intuizioni erano appoggiate a un corredo ancora necessariamente modesto di dati; ma già in essa Goody mostrava di saper consultare con agilità fonti specialistiche come quelle del vicino Oriente antico, terreno per solito riservato agli specialisti ma assai poco frequentato altrimenti. Ma proprio nel vicino Oriente antico vediamo prendere forma fenomeni che possono farci meglio intendere le culture a noi più vicine; tipico di "The Domestication* era il continuo confronto tra le situazioni mesopotamiche del III e II millennio a.C., quelle africane ancora dei giorni nostri, e le nostre occidentali, in un agile ed energetico esercizio di elasticità intellettuale. A vari anni di distanza, e dopo essersi occupato nel frattempo di molti altri argomenti, Goody è tornato sul suo tema con questo nuovo libro, assai più nutrito e documentato.
Da questa presentazione saranno chiari la mia ammirazione e il mio interesse per l'impegno di ricerca di Goody, ammirazione e interesse che non possono che essere condivisi da chi anche minimamente si occupi di antropologia. E tuttavia devo confessare che il nuovo libro suscita in me impressioni tra loro contrastanti. Esso sembra innanzitutto nato con l'intento di sostanziare con molto maggior lavoro di biblioteca le linee fondamentali già tracciate o intuite in "The Domestication*; e il corredo documentario è eccellente, giacché Goody ha la rara capacità di orientarsi in una biblioteca ben fornita: per ogni area, anche la più lontana dalla sua esperienza, le fonti sono le migliori reperibili oggi, e citate sempre con cognizione di causa. E tuttavia, tra le pieghe dei molti dati a me sembra annidarsi quell'improprietà che i logici medievali chiamavano 'petitio principii', e che in inglese è il 'begging the question'.
Nei quattro capitoli del libro si indagano le conseguenze che il possesso della scrittura ha per la costituzione e diffusione di una religione, per le transazioni economiche, per l'amministrazione statale, per le istituzioni giuridiche. Goody non commette l'ingenuità di affermare correlazioni biunivoche tra scrittura e istituzioni sociali e si limita ad enunciare, spesso assai sottilmente, una serie di pertinenze ovvie o meno ovvie collegate al possesso di forme di registrazioni scritte, di testi immutabili. Egli non afferma insomma in modo esplicito che inevitabilmente dal possesso della scrittura scaturiscono certe conseguenze (se p, allora necessariamente q), o che certe conseguenze scaturiscono solo dal possesso della scrittura (q se, e solo se, p); e però tutti i fatti e tutti gli esempi citati dimostrano appunto queste due implicazioni. Se è questa la tesi, sia pur implicita, del libro, si tratta di una tesi forte, e quindi si dovrebbero vagliare anche le prove a sfavore; se non è questa la tesi che si vuol sostenere, allora sfugge la finalità stessa del libro.
Questa non vuol essere una critica sleale, 'unfair'. Non intendo giocare contro Goody, e se vi sono costanti da scoprire, esse mi interessano quanto interessano all'autore, con la differenza però che non ritengo si possa oggi dare dei fenomeni della scrittura razionalmente univoca. Questa differenza di atteggiamento è sostanziale; infatti, in una trattazione non finalizzata, accanto ai casi in cui p ha implicato q, si dovrebbero elencare anche quelli in cui p non ha implicato q. Penso innanzitutto a casi in cui dal possesso di un sistema anche sufficientemente complesso (come le scritture micenee in lineare A e B, o quelle mesoamericane, che inspiegabilmente non vengono mai utilizzate, n‚ le une n‚ le altre, nelle discussioni sugli sviluppi della scrittura) non sono scaturite conseguenze del tipo di quelle descritte per le scritture del vicino Oriente antico; o a casi in cui uno stesso sistema (per esempio quello "cananaico" o quelli etrusco-italici) ha avuto sviluppi d'uso diversissimi in società contigue e, dobbiamo pensare, a meno in certi casi paragonabili: la Bibbia o i testi della latinità da una parte, qualche iscrizione dall'altra.
Questa scelta di presentare solo esempi finalizzati ad una tesi esplicita o implicita deriva primariamente da una concezione unilaterale della scrittura; Goody la vede sostanzialmente come una tecnica finalizzata ad un solo scopo, quello di fermare dei testi di importanza sociale; e da questa fissazione scaturisce ogni sorta di conseguenze. Ma la scrittura è molto altro: è per esempio un'operazione magica, che indubbiamente potrebbe essa stessa acquisire potere. sociale, ma che non nasce con questa finalità; è un'operazione di costruzione di identità nazionale; è anche un'operazione squisitamente estetica, espressiva e così via. Questo è il primo fattore di complessità, interno, per così dire, agli usi della scrittura; un secondo fattore sta nello spessore variabile del sistema. Tra la totale assenza di scrittura e il completo possesso di essa è necessario porre più fasi intermedie di quante se ne pongano correntemente; e sono proprio le prime zone di questo continuo quelle che richiedono una valutazione più attenta. Non tutte le tradizioni scrittorie incominciano con testi complessi e tali da giustificare le conseguenze che sappiamo; si pensi all'uso di sigilli, o di singoli elementi su oggetti (vasi, armi) o su elementi architettonici, come se ne hanno in tutto il vicino Oriente almeno dal IV millennio (e non penso naturalmente alla scrittura di Harappa - non scrittura harappa - che è sì una scrittura di sigilli come è detto qui a p. 57, ma solo nel senso che i suoi segni sono incisi solo su sigilli; si tratta in realtà di brevi testi, tanto da indurre molti a una decifrazione vera e propria): sono scritture solo sigillari il lineare A e l'ittita geroglifico. Le categorie correntemente usate non colgono dunque appieno questi usi così ridotti in apparenza, eppure, dobbiamo credere, completamente soddisfacenti dal punto di vista dei produttori; siamo ancora ben lontani dal capire appieno il significato di quelle innumerevoli iscrizioni composte anche di un unico segno, incise su manufatti, recipienti, elementi architettonici.
E infine un terzo fattore da non trascurare è il grado di interazione delle classi di scriventi. Goody si è impegnato puntigliosamente nell'individuazione delle conseguenze della scrittura sull'organizzazione sociale settore per settore; ma proprio in questa analisi puntigliosa sembra trovarsi il limite dell'opera; dominio per dominio, Goody accumula tutti i fatti in cui, nelle più varie società e nei più vari periodi, lo scrivere ha prodotto il tale o il tal altro effetto; ed è ovvio che per necessità di analisi si scomponga un fenomeno complesso in fenomeni singoli. Ma questo, che è un inevitabile espediente, è pur sempre un errore di prospettiva, è una variazione di pochi gradi che, pur se poco avvertibile al centro del cerchio, si traduce in un ampio arco sulla circonferenza del fenomeno; con metafora balistica, l'errore di puntamento di un'arma sarà tanto maggiore quanto maggiore è la portata dell'arma stessa.
I vari domini che Goody analizza separatamente sono nella società reale strettamente intercomunicanti, così come interagiscono tra loro i differenti strati sociali; vi saranno conflitti, crisi, ribaltamenti di posizioni tra le varie componenti di una società, e i diversi percorsi della scrittura nelle diverse società, le rapide evoluzioni di certi sistemi, gli straordinari conservatorismi di altri, la monofunzionalità o la polifunzionalità, in una parola la grande variabilità di fenomeni che accompagna (o sostituisce o integra) la scrittura nelle società umane sono il risultato tangibile di una multifattorialità, per usare un brutto termine economico, di un equilibrio di momenti (nel senso dinamico di momento di una forza) e spinte diverse che forse potranno essere calcolati caso concreto per caso concreto, ma che certo non possono essere previsti a priori. Di tutto questo, perlomeno allo stato presente delle nostre conoscenze, non siamo ancora in grado di avanzare una spiegazione totalizzante; ancora molto lavoro è necessario, perché aree appena note sotto il profilo archeologico, linguistico, letterario, comincino ad esserlo un po' meglio anche nella loro costituzione più profonda, antropologica. Ma queste conoscenze non si materializzeranno di per sé sole; ci si dovranno porre altre domande, si dovranno enunciare altre ipotesi per poi verificarle, e se questo potrà esser fatto lo si dovrà anche alle ricerche e alle provocatorie intuizioni di Goody.