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Editore: Mondadori
Collana: Libellule
Anno edizione: 2013
Pagine: 167 p., Brossura
  • EAN: 9788804625087
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Con questo breve La lucina (per la nuova collana "Libellule "di Mondadori), Antonio Moresco preannuncia il grande romanzo Gli increati, che costituirà l'ultimo segmento della trilogia romanzesca iniziata con Gli esordi (1998)e proseguita con l'opera-mondo Canti del caos (versione unitaria e definitiva del 2009). Tuttavia sarebbe riduttivo ridurre questo breve romanzo, questa "piccola scatola nera" (come la definisce l'autore nella Lettera all'editore introduttiva), a un introibodel "grande romanzo", considerandolo solo come un laboratorio di temi da declinare con maggiori ambizioni e vastità di sguardo altrove. Come era già chiaro leggendo Gli incendiati (Mondadori, 2010), crudo fanta-horror nato dall'ambiente di Canti del caos e storia d'amore e di battaglia (fra i Vivi e i Morti, con una netta simpatia per i secondi, ai quali appartiene il narratore protagonista), le opere "minori" di Moresco lo sono per dimensioni, ma il loro corredo genetico è lo stesso dei grandi romanzi: gusto per una narrazione insieme analitica, materica ed essenziale, visione cosmica dell'esistente, aspirazione a una totalità immanente che possa sconfiggere la morte. Questi tratti sottolineano la consanguineità di La lucina con le precedenti opere di Moresco, ma serve ancora una precisazione per tratteggiare l'albero genealogico: è riscontrabile un'affinità stretta, segnata però da una nuova componente lunare (L una "piccola luna" della Lettera, dalla natura "intima e segreta"), notturna e sonnambulica. Le scene del libro, costruito per sequenze "montate" e inquadrature silenziose ed esatte, sono permeate di notti insonni, scricchiolii, rumori e minacce oscure, tanto da far pensare, restando nella terminologia cinematografica, proprio a un film "di tensione", laddove invece Gli incendiati squadernava una serie di macrotemi desunti originalmente dal war movie e dall'horrorefferato. E i parallelismi potrebbero proseguire senza intoppi: I frenetico fino all'autodistruzione, L lento nel suo progressivo spegnersi, I dominato dalla luce e dal fuoco, affollato di presenze umane, metropolitane e volgari, L che si sdipana nell'ombra luccicante di stelle in un borgo di montagna, popolato solo da animali e qualche sporadico villeggiante (ma sono le bestie, leopardianamente, gli interlocutori spesso più credibili, più vicini al protagonista), I lineare nel suo "bruciare" irreversibile, L in qualche modo ciclico, di una ciclicità problematica e concettuale che, dolorosamente, non riesce a negare la fragilità umana, la tensione negativa dell'essere. Spiegare cosa sottenda lo spirito "ciclico" di L equivarrebbe a banalizzare la vicenda e la sua sorprendente conclusione, che rappresenta il maggiore accrescimento conoscitivo per il lettore; e molto di questo romanzo, sia pur lento fin quasi all'immobilità, sta proprio nel "botto" della sorpresa finale, contraltare all'apertura cosmica che si impone via via agli occhi del protagonista. Ma facciamo qualche passo indietro: il protagonista che racconta – e che, ricordiamo, non ha un nome ‒ scorge, nella solitudine del suo ritiro di montagna, una lucina sul crinale della montagna di fronte. La natura della traccia luminosa è, come spesso nelle descrizioni moreschiane, volutamente ambigua. Cangiante, inspiegabile, sembra un simbolo ma si rivela un vicolo cieco, inspiegato: segnale di morte, come i lumini dei cimiteri che costellano le passeggiate dell'uomo, o di perpetuazione insensata e precaria, come nel bellissimo incontro-dialogo con le lucciole? Non serve sapere. La lucina attrae il protagonista e lo spinge a rompere il suo isolamento, poiché sulla costa buia della montagna, dentro la lucina – di una casa ‒ sta un bambino senza identità, triste e naufrago. Di lui, nei ripetuti incontri con il protagonista, nulla ci viene detto se non per accenni, indizi, tracce, nelle quali risiede non poco del talento di Moresco in quanto narratore; la pagina si compone per costruzioni, incontri, distanze e atti fisici, mai simbolizzati dal narratore, ma dotati di una costante "tensione" elettrica come se ogni singola scena fosse sul punto di esplodere. Il grande fascino del raccontare sta in gran parte proprio nel mantenere la tensione costante, in contrasto con la natura "esplosiva" e oscena che innervava le storie di Gli incendiati o degli stessi Canti del caos, da cui L si distanzia pure per l'abbandono dell'attitudine monologante, della proliferazione verbale fine a se stessa: qui ci sono pochi dialoghi, e tutti decisivi per lo sviluppo e lo scioglimento della vicenda, mentre chi racconta in prima persona sembra quasi un paradossale narratore "esterno" alla vicenda, secondo le procedure stranianti tipiche del primo Moresco, quello dei primi anni novanta, finalmente esordiente. In effetti, i personaggi di Clandestinità (Bollati Boringhieri, 1993) condividono il nome (si fa per dire) con l'uomo di L, nonché l'atteggiamento verso il mondo. Inoltre, si verifica anche in L una situazione consueta del primo Moresco. Un individuo isolato, separato tramite un sottilissimo strato dal mondo e, parrebbe, anche da una coscienza prettamente "umana", incontra un ente o una persona che funge da calamita, da totem inspiegabile (in Clandestinità rispettivamente la Signorina, una fossa biologica, un vicino di casa); l'individuo vi si avvicina, fascinato, lo cerca per amarlo, combatterlo, ucciderlo di volta in volta, e in questa azione decisiva trova la sua fine, il suo passaggio di stato a una nuova condizione. Ma lo scarto di L sta nella natura inedita del passaggio, diventato un avvicinamento che sfocia nella compenetrazione, una nuova esistenza cambiata di segno, una rinascita (del tutto laica e immanente, evitando però un minimalismo di stile e contenuti) che arriva a cambiare, nell'ultimo capitolo, la natura stessa della parola del narratore, oltre a renderla ancora più elementare; e in questo atto finale e misterioso, il narratore "esterno" sembra finalmente uscire dal bozzolo della propria solitudine, abbandonando le montagne per un buio vasto come un'ipotesi di infinito.   Lorenzo Marchese

Recensioni dei clienti

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    And the Oscar goes to ….

    25/07/2017 18.53.59

    Bello

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    Lina

    26/03/2015 20.25.12

    libercolo che dice poco e lascia ancora meno.

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    Arrigo

    16/03/2015 21.06.43

    Parole (troppe) in libertà (troppa).

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    maria giulia

    21/07/2014 14.34.34

    All'inizio è un po' pesante, stavo per lasciarlo alle prime trenta pagine... poi sono arrivata a metà e non ho più voluto smettere. La bellezza, secondo me, sta soprattutto nel modo di scrivere: descrittivo, ma che trasmette le emozioni dello scrittore. Davvero molto bello.

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    leonardo de chanaz

    14/06/2014 00.03.22

    Raramente lascio un libro a metà, sono una persona piena di volontà...ma questa volta ha vinto Moresco.

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    Paolo

    10/06/2014 16.51.46

    "Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l'unico abitante". Così si apre il racconto breve di Moresco che ho appena finito di leggere. Altro non è dato sapere del perché la voce narrante ha deciso di sparire, quale profondo male il mondo gli ha afflitto per portarlo a sfuggirgli. Le stagioni si susseguono e lui ne racconta i silenzi e le grida. Poi c'è quella lucina che lo spinge a scoprire cosa c'è al di là di questo suo piccolo mondo: il risultato sta tra l'onirico, il preveggente (o il postveggente) e l'inconscio. Un senso di morte grava su tutto, ma anche di vita che dalla morte risorge, magari senza un senso apparente: "c'è solo, da ogni parte, questo disperato pullulare di vita e morte attraverso il tempo, lo spazio, questo disperato fantasticare?" Come detto da altri commentatori ho trovato molti echi del pessimismo Leopardiano ma senza la profondità di pensiero (qui risolto in vaghe congetture) né la liricità. Insomma: forse è meglio rileggersi il grande poeta recanatese.

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    spaggio

    14/02/2014 15.57.59

    Un racconto lungo di dolcezza e amarezza cosmiche, delle quali non si riesce a individuare ove sia il confine reciproco. Una storia semplice, non banale. Riflessi leopardiani, lucreziani, buzzatiani? Come fosse un insulto, non essendo un plagio, ma solo ed eventualmente lo scorrere nascosto in ognuno di noi, a volte riemergendo, di un immenso patrimonio culturale, unico al mondo, del quale essere fieri e orgogliosi, che sarebbe ora di riscoprire, difendere e tutelare. Come sarebbe ora di preservare la bellezza della nostra lingua, l'italiano, che è come un pianoforte cha abbia alcune ottave in più di ogni altro, in grado di donare melodie straordinarie se suonato con amore e passione: come questa lucina, che brilla intensamente.

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    mikarlo

    05/01/2014 20.17.35

    Moresco ha una sola colpa: essere italiano. Uno scrittore del genere in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti sarebbe osannato da pubblico e critica perché lo merita, mentre ahimé nel nostro paese è bistrattato all'inverosimile. Inutile dire che a mio avviso è il miglior scrittore italiano. Inutile dire che la Lucina è un bellissimo racconto.

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    luca cristiano

    27/09/2013 13.22.15

    Un libro che riesce a unire trama e stile, con la proprietà di mezzi dei grandi. Inoltre richiama, senza far pesare per niente l'intertestualità e restando quindi fruibile per i lettori che lo leggano isolatamente, i temi dell'autore: cosmo assurdo, vita sofferente e cieca. Quanto al 'leopardismo', è solo metà della questione, perché unita alla sofferenza della vittima Moresco declina la gioia cieca dell'invasore, dei predatori. Sintagmi come quello che per descrivere un giglio dicono: "macchina lanciata della fioritura" e per parlare dei rampicanti ne invocano il "tormento vegetale", mi pare innalzino nel bel mezzo della narrazione tratti discreti di poesia. Come disse bene Walter Siti in un incontro pisano di qualche mese fa: "bisogna essere morti molte volte per scrivere così".

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    Mr

    02/08/2013 12.10.16

    "La lucina è nata da uno spunto di poche righe?" e pensavo, scrive Moresco, "?avrebbe occupato al massimo mezza paginetta?". E la domanda centrale del racconto, tanto faticosa e tormentata quanto antica e popolare richiede davvero poche ma centrate parole per essere formulata (blasfemo confronto: " ? e poi dì, soprattutto, perché?"). Se qualcosa deve starci attorno, che serva a precipitarla dalla superficie alle più recondite profondità dell'animo. Ma Moresco non riesce a farlo, perché in questo racconto la sua prosa si accartoccia su se stessa, resta fredda e inerte, non emoziona; non riesce mai a farci partecipi della solitudine e della fatica di vivere del protagonista, condizione invece obbligatoria affinché i suoi interrogativi potessero decantare oltre lo stomaco. Molti hanno intravisto in questo racconto echi dell'opera di Leopardi; certo ne richiama (o qualcosa in più, come fa giustamente notare Daniele) la filosofia, ma senza mai sfiorarne la potenza suggestiva: "Vaghe stelle dell'orsa?"

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    stucco

    28/07/2013 12.46.10

    Bello, perché il segreto è nel finale. Interpretabile dal lettore a suo modo, è così che si comportano i veri geni.

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    Alex

    23/07/2013 21.25.09

    Anche io mi dissocio dall'entusiasmo per questo libro. Non mi ha emozionato per niente. A

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    emanuela

    15/06/2013 16.29.37

    Di questi tempi è difficile trovare un libro così. Forse non avrà totalmente il respiro del classico, certamente ci sono Leopardi, Lucrezio, Buzzati alle spalle, ma le riflessioni nel silenzio e nella solitudine svegliano nell'animo tremori soffocati e dimenticati. Surreale e straordinariamente reale nell'accostarsi al mistero dell'essere. Al mistero della vita e della morte. Mi resterà a lungo nel cuore e nella mente.

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    Daniele Botti

    16/05/2013 10.21.43

    Mi dissocio dal coro entusiastico per questo libro. Dentro c'è molto Leopardi: la lotta continua e feroce tra gli animali, gli insetti e tutti gli elementi della natura (resa molto prima e molto meglio dal poeta di Recanati), alcune considerazioni, riprese quasi alla lettera (verso la fine del libro, quando Moresco dice che il dolore e il male sono le uniche distrazioni all'infelicità della vita: grandissima intuizione, e forse la frase più interessante di tutto il libro, peccato che l'abbia già detta Leopardi); poi oltre a Leopardi c'è molto dei racconti surreali di Buzzati, con la differenza che alla fine quello di Moresco non è catartico, è un dolore che resta lì a marcire con il lettore. Altre due notazioni, una sulla scrittura: a tratti suggestiva, spesso però ridondante: molti periodi di Moresco iniziano con una considerazione, che poi viene ripresa alla fine del periodo con le stesse identiche parole; l'ultima notazione sulla presunta grandezza di questo scrittore: io in questo libro non ho mai trovato il respiro dei classici, quello che si può ammirare per restare a i contemporanei in un Celine, in un Pasolini, anche in Buzzati. Detto questo passo alle note positive: il romanzo breve avvince il lettore, a tratti commuove, soprattutto fa assaporare la solitudine e il silenzio, merce rara di questi tempi. Ma non c'è la grandezza di cui si parla tanto negli altri commenti. PS Bellisisma la poesia di La Capria La Libellula all'inizio del volume, forse la cosa più bella delle 170 pagine.

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    Luca Marmo

    12/05/2013 16.25.02

    Sotto un impianto narrativo apparentemente banale si intuisce la mano di un grande maestro. Uno di quei libri che hai l'impressione di dover leggere e rileggere per penetrarne il senso. Un tuffo indietro nel passato. A ricongiungersi con la natura primigenia e con il bambino che sopravvive in noi. A cavallo fra Lucrezio, Leopardi, Kafka e Sait Exupery.

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    Luigi Tuveri

    04/05/2013 14.41.50

    Un capolavoro. Una scrittura che, descrivendo i gesti semplici della vita, evoca l'assoluto. Commuovente. Antonio Moresco è uno "Scrittore" che segna il tempo che stiamo vivendo e che ha la forza per spiegarlo a chi verrà dopo di noi, perchè la sua scrittura è destinata a restare per sempre, come quella dei più grandi. Le rondini contro il cielo, la pietra delle case, il respiro del bosco. E quella lucina che si accende. Da leggere senza indugi.

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    Egome

    30/04/2013 14.25.10

    Fascino e mistero espressi con parole semplici, attingendo dai gesti più semplici della vita di tutti i giorni (preparare il pranzo, sparecchiare la tavola, osservare le variazioni metereologiche, descrivere qualche miracolo della natura...) che coinvolgono i due protagonisti (o uno solo ?) di questa storia insolita, densa di metafore, di sentimenti introspettivi: la vita, la soliutidine, la morte e ciò che ci aspetta dopo ... L'io narrante e Stucco (il tenero bambino che con la sua 'fragile forza' ci commuove e ci affascina) ci coinvolgono continuamente, trascinandoci nel loro mondo irreale, popolato di solitudine e fantasmi. Bello, toccante, lascia un segno che tende a rimanere nel tempo.

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    roberto

    14/04/2013 10.13.47

    Il libro di Moresco, è senz'altro molto più che una semplice storia. Il luogo del racconto, senza tempo né spazi definiti, dona al lettore , subito dalle prime pagine, un senso di etereo distacco dalla realtà. Splendida la figura del bambino, enigmatica, misteriosa, ma addolcita dall'autore da un intimo affetto. Bellissime le descrizioni della natura, dei boschi, degli animali, quasi da paragonare a certe immagini manzoniane. Il finale , nonostante il " dove andiamo ? non lo so " , trovo che dopo buio, mistero, dolore, solitudine, tormento, lasci un sincero messaggio di speranza....e non ci fa più dimenticare quella lucina........

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    Subhaga Gaetano Failla

    12/04/2013 19.53.18

    Un libro intimo, contemplativo, dalla voce soffusa. Una scrittura straordinaria, un rifugio, un rituale di denudazione, oltre l'ordinario fragore quotidiano, la letterarietà frantumata e il chiacchiericcio dominante.

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    Federico Von Schalmann

    05/04/2013 17.56.47

    Moresco! Moresco! concordo con chi dice che è il più grande scrittore vivente mondiale!e l'abbiamo noi Italiani! se solo fossimo più capaci ci ammirare i nostri scrittori invece di pubblicare stranieri che non hanno niente da dire! basterebbe leggere Corti, Giovene, D'arrigo, Mariani, Pea, Moravia, Manzoni, Nievo, Rovani, Pirandello, Gadda, Ortese, Morante, Pozzi, Campana, Marinetti...e cento altri! Leopardi... è la nostra, la letteratura più bella del mondo!

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