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Editore: Mondadori
Anno edizione: 2005
Pagine: 145 p., Rilegato
  • EAN: 9788804535713
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Maurizio Cucchi è un'autorità della scena poetica italiana. Ha pubblicato solo per Mondadori, di cui è da tempo consulente, e la sua opera omnia è raccolta in un "Oscar Poesia", cui ha peraltro fatto seguire un'ulteriore raccolta, appena due anni fa. Ora pubblica il suo primo romanzo e lo fa in grande stile, negli "Scrittori italiani e stranieri" di Antonio Franchini, sempre con Mondadori.

La prima domanda è: perché un romanzo? Sicuro che il Disperso e le Meraviglie dell'acqua malcelavano l'andamento prosastico del suo verso, una poetica oggettuale e realistica che avevano spinto un lettore attento come Giovanni Giudici a parlare, per la prima raccolta, di "struttura del giallo". D'altro lato, però, sostiene la critica che esista una seconda fase della lingua poetica di Cucchi, identificabile in una scrittura "scarna e luminosa" (così Alba Donati) di "azzerante essenzialità" (Mario Santagostini). Si può allora tentare una risposta: questo romanzo era una sottostruttura di tutte le raccolte, ne può essere il compimento, a sessant'anni – l'età dell'autore – segna un punto d'arrivo. Se non che interviene il paratesto più elementare (il risvolto della sovraccoperta e la nota autografa in clausola, a mo' di prière d'insérer) e precisa: "L'idea e il progetto del romanzo sono del 1965". Un romanzo di ventenne, quindi. Il finale, addirittura, è "un racconto autonomo", di due anni anteriore. Un poeta che ha passato la mezza età pubblica quindi i suoi primi tentativi letterari in prosa. Quali dunque le ragioni?

Il male è nelle cose si presenta al lettore del 2005 come la lunga anatomia di un suicidio, intessuta – e per la verità, infarcita e appesantita – di riferimenti letterari non intertestuali. Materiale di moda forse nel '65 (ma il dubitativo è obbligatorio), oggi piuttosto scaduta. Qui la storia, il plot ha poco rilievo. La voce narrante è una terza persona che non sembra nascondere un certo imbarazzo a seguire il girovagare senza senso di Pietro, ragazzotto che è così introdotto, nella prima frase del romanzo: "Poco prima delle dieci, Pietro si ricordò dell'appartamento". Il Camus degli adolescenti, quello che si manda a memoria all'età di Cucchi quando ha iniziato questo romanzo: "Aujourd'hui ma mère est morte". Stavolta però l'appuntamento è con un Piccardo, pratico della lingua dei computer, a Pietro estranea come, si viene presto a scoprire, quasi tutto al mondo. Estranee sono le fidanzate e amiche, estranei (étranger, appunto) gli amici, nemmeno a parlarne la famiglia, intesa nel senso più ampio: la sua e quella dei suoi conoscenti. Maurizio Cucchi vuol far sapere che, nel 1965 come quarant'anni dopo, ci sono ancora al mondo individui tali il suo Pietro. Insoddisfatti, disadattati, tendenzialmente maniaci depressivi, facili agli scoramenti e alle crisi isteriche – e fin qui, come dargli torto? L'era della tèchne non è fatta soltanto di progressi (che la storia di Cucchi-Pietro ignora), ma si caratterizza forse soprattutto per la perdita d'identità del soggetto-uomo. Non un tema di spiccata originalità e, per un paradosso che a Cucchi potrà non dispiacere, uno fra i nuclei del magistero di papa Giovanni Paolo II. Il problema di questo romanzo è altrove, cioè nella rappresentazione del dramma, nella sua messa in scena.

Il romanzo è costruito su capitoli brevi, dalle due alle quattro pagine, che vorrebbero esser fatti magari ognuno di scene madri. I personaggi diversi da Pietro sono, per scelta autoriale, tutti comprimari. Un coro non dolente, ma funzionale all'autodafé del fiacco protagonista, in dissidio prima con se stesso che con ciò che gli sta attorno. Pietro "dondolava un po' la testa e le mani, guardando ogni tanto la faccia dei passanti"; Piccardo, il primo dei conoscenti incontrati, "non era un uomo robusto, e la sua fragilità interiore si leggeva nel suo aspetto"; di Lea, che è grosso modo la fidanzata, si apprende che "le sue piccole, abituali effusioni lo misero stranamente a disagio, tanto che se ne staccò, come se la dolcezza di Lea non avesse senso".

Come nella parte più nota del corpus poetico di Cucchi, è centrale la figura del padre, che infatti è presentato nella seconda scena del romanzo ("la faccia tirata, ancora agile, ma stanco") ed è testimone dell'ultima piazzata in pubblico di Pietro, quella che prelude al suicidio, d'altronde prevedibile fin dalle prime pagine. Non si riesce purtroppo a scambiare per amore di chiarezza e ipotassi la sentenziosità di molte frasi ("Non aveva altri impegni, gente da vedere, e così si sentiva tranquillo, solo con se stesso come preferiva"; "Più tardi, a tavola, i genitori cercavano con modesti risultati di attaccare discorso. Quando si alzò sorridendo, pregustava il ritorno a Pel di carota") e basta un veloce riscontro delle occorrenze lessicali per datare la gran parte di questo romanzo non già ai primi mesi del 2004, in cui è stato senz'altro rivisto, ma a molti anni prima.

E ritorna la domanda: Cucchi e i suoi lettori avevano bisogno di Il male è nelle cose?

Recensioni dei clienti

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    LaRecherche

    03/06/2010 22.27.21

    [...] Il breve romanzo è narrato con grande eleganza mista ad una sottile ironia sempre presente fra le righe, talvolta si mescola ad una virile malinconia, talaltra ad un amaro sarcasmo, ma senza indulgere al sentimentalismo a cui, anzi, l’autore sostituisce un lucido disincanto, narrato con parole di un lirismo semplice, quasi popolare, ma sempre assolutamente cólto e di un livello raro. La narrazione è densa di rimandi letterari e forse Cucchi si diverte ad intrecciare il racconto con l’avvertenza che il troppo leggere, il vivere nei libri, può essere fuorviante per l’animo; con monito che fu proustiano, il leggere non deve sostituirsi al vivere appieno la propria vita, altrimenti si insinua nelle menti, come in quella di Pietro, il male che è nelle cose, ma è la nostra mente che lo distilla e ve lo insuffla, così facendo permettiamo che da noi si espanda verso chi ci circonda, rendendoci miopi se non addirittura ciechi, come il romanzo sembrerebbe in fior di metafora suggerire. La lettura di questo lavoro di Cucchi è molto piacevole, egli da bravo poeta usa e piega le parole a suo piacimento creando una atmosfera quasi unica. Senza ricorrere a metodi prettamente poetici, l’autore costruisce un affresco reale e perfettamente delineato, dove i dialoghi sono autentiche aperture su di un pensiero forte e lucidissimo e le descrizioni costruiscono un mondo reale, preciso e pulsante, ma su tutto aleggia quella patina di romanzesco, che rende un libro solido e fascinoso. Cucchi si dimostra fine psicologo ed abile narratore, ed al termine del libro il lettore rimane con numerosi spunti di riflessione e un dubbio – forse. Chi leggerà il libro mi dovrà dire cosa pensa quando vede un criceto!

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    Gino

    20/10/2006 17.59.26

    Esistenzialismo? Lasciate stare anche solo il termine. Linguaggio stucchevole, prosa pesante e priva di originalità.

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    vulmaro

    09/09/2005 20.29.25

    fra i candidati allo strega di quest'anno ho letto, oltre questo, il libro di maggiani e quello di la capria, di cui scriverò. questo di cucchi, certamente molto bello già nel titolo, mi è sembrato il più convincente, il più denso di poesia, nel quale il finale - da molti criticato - non fa che confermare quello che già si sente fra le pagine del romanzo: un continuo eco a pagine già scritte, a film già visti, a cose già sentite. fatti della quotidianità insomma. 'io non cerco il perdono e non spero nell'altrui simpatia. cio ch'io voglio, è soltanto la mia propria sincerità', scriveva la morante in 'menzogna e sortilegio'. e anche questo è ciò che ci dice cucchi in una bellissima poesia di 145 pagine.

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    umberto

    20/06/2005 08.52.40

    straordinario,romanzo straordinario,tifo per lui al premio Strega

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    Caudio

    11/05/2005 16.10.52

    Bel libro, scritto bene, scrorre, sorprende, lascia spazio alle riflessioni. Pietro sono io, con le mie paure, le mie angosce, i miei momenti di panico e la mia rabbia che mi dilania dentro...il prof Cucchi è autore di raccolte poetiche, lo si sente dalle pagine di questo bel romanzo, mi è piaciuto molto il fatto che l'abbia arricchito con opere letterarie contemporanee e non. Moravia "indifferente" e "annoiato" ha avuto su di me lo stesso effetto. Complimenti.

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    ant

    26/04/2005 11.36.07

    Ahimè le esternazioni nelle cosiddette vertigini di Pietro mi han fatto molto ridere, devo ammettere che il libro l'avevo iniziato con un certo distacco poi pian piano mi son ritrovato a somatizzare certe situazioni descritte dall'autore. Chi di noi magari trovandosi in situazioni formalissime(pranzi di lavoro, cerimonie varie,ecc.)non ha avuto voglia di ridere in faccia o urlare di fronte persone di cui non ce ne frega niente? Nota dolente il finale, mi aspettavo il suicidio, invece è andata molto peggio....

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    enrico

    11/04/2005 18.57.29

    "Il Visionario" di Matteucci tratta lo stesso tema ma, a mio giudizio, in maniera più romanzesca e appassionante. qui c'è soprattutto qualche intensa, anche se breve, riflessione. perfetta e (aihmé) realistica è la descrizione della umana pietà fonte di tenerezza e bonaria compassione da un lato, come di dileggio e disprezzo dall'altro. è un romanzo freddo e lucido che difetta di coinvolgimento. ultima considerazione: l'autore sembra elevare il protagonista facendo sempre perno sulla sua estrema sensibilità (pietro è esplicitamente indicato come il più intelligente dei personaggi). il protagonista rifugge da ogni aiuto, quasi col consenso del suo autore che ad ogni passo lo giustifica ed asseconda. sulla scorta del tema trattato, questa presa di posizione è, a mio avviso, alquanto discutibile.

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    giovanni

    31/03/2005 08.43.51

    Peccato che l'esistenzialismo abbia più o meno l'età di Cucchi. Romanzo dignitoso, ma vècchio e pure un po' muffoso, si licet.

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    Argante72

    01/03/2005 12.37.26

    E' un libro molto interessante e ben scritto. Esistenzialista. Intimista. Il finale è eccezionale.

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