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recensione di Mastropaolo, A., L'Indice 1991, n. 7

Marcello Cimino se n'è andato silenziosamente un giorno di dicembre del 1989. Il suo nome non dirà granché a chi non conosca la tormentata storia della Sicilia del dopoguerra, ma dice parecchio a chi con quella storia ha qualche dimestichezza. Questa lunga intervista, raccolta con garbo da Michele Perriera, si presta ad esser letta da più punti di vista. È la storia di un comunista d'altri tempi. È la storia del Pci siciliano, di un partito vissuto in condizioni difficilissime, narrata attraverso la testimonianza di uno dei suoi più antichi e appassionati militanti. Da ultimo, questo libro offre una toccante testimonianza circa il rapporto che un uomo può avere con la morte: un uomo cui l'aver partecipato attivamente al proprio tempo e a un progetto politico che non si esauriva con la sua sorte personale, e al quale l'esser vissuto saldamente inserito in una ricca catena d'affetti, ha consentito d'intraprendere con stoica discrezione e sereno distacco l'estremo viaggio.
Come comunista, quella di Cimino è una storia esemplare, che fra l'altro serve a smentire la tesi vieppiù diffusa che intende spacciare il Pci come una sorta di corpo estraneo, come una malattia, nella vicenda di questo paese. Borghese d'estrazione, figlio di un ufficiale monarchico, ma non fascista, per il quale la monarchia s'identificava con lo stato, Cimino visse l'infanzia e l'adolescenza di un privilegiato. Alla vigilia della guerra però egli intese ritardi e responsabilità della classe da cui proveniva, prima liberale e poi fascista, e conseguentemente compì la sua scelta di campo, la quale lo condusse ben lungi da quella classe, senza tuttavia configurarsi come un tradimento. Fu un'opzione coerente con gli insegnamenti che gli erano stati impartiti e, soprattutto, una scelta morale, per chi attraverso la politica rivendicava giustizia, libertà, democrazia per i deboli e per gli esclusi.
Coloro che, con sconcertante leggerezza, dall'interno del Pci hanno messo in quest'ultimo anno la sua storia sotto processo dovrebbero leggere con attenzione e rispetto queste pagine. Perché esse ci restituiscono davvero significato e valore della militanza comunista per tutta una generazione. Non v'è traccia di doppiezza, a questi livelli. Né v'è traccia di intolleranza. Entrambe sono patrimonio semmai di quei settori della leadership e dell'apparato che, dopo aver coltivato per decenni l'ideologia, e le illusioni di migliaia di militanti, quest'ultima drammatica vicenda hanno vissuto solo come un'occasione di 'restyling' e rilancio sul mercato politico da amministrare con freddezza.
Proiettato verso il futuro, ma laicamente e con lieve scetticismo ed ironia, Cimino intendeva h politica, così come la vita. Entrambe comportavano anzitutto sacrificio personale e quindi - quasi snobisticamente - il rifiuto dei "miti del facile successo, della ricchezza, del fasto". Pur se questo non escludeva le gratificazioni private, l'amicizia, gli affetti, la gioia delle buone letture e della buona musica. Sotto questo profilo vi sono pagine che meritano una particolare citazione. Quelle dedicate al servizio militare, agli anni della prigionia in Africa settentrionale. Quelle in cui si narra la scelta di recarsi, come dirigente di partito, ad Agrigento, allora una piccola e remota cittadina dell'entroterra siciliano, senza mai intravedere in quel lavoro un'opportunità di carriera o di mobilità sociale. Le pagine infine dedicate all'ingresso nella professione giornalistica, anch'essa vissuta come una forma di militanza civile e politica.
Vivere da comunista in Sicilia, negli anni del dopoguerra, del separatismo, delle lotte contadine, non era facile. Era in atto un drammatico scontro di classe, sicché aveva senso anche esser settari, pur se non fanatici. Occorreva convincere i gruppi sociali che avevano dominato fin qui, che della mafia si avvalevano come strumento di difesa dei propri privilegi e poteri, che i tempi cambiavano, che l'Italia repubblicana non poteva più essere la stessa cosa dell'Italia liberale o fascista. Ma qui Cimino rievoca la funzione decisiva svolta dal togliattismo, il quale riuscì a temperare quello che egli stesso definisce il "settarismo dei deboli", consentendo al Pci d'integrarsi nella democrazia italiana, ma al tempo stesso di modellarla, di estenderla ed approfondirla.
Questo non esclude la possibilità di formulare giudizi storici anche severamente critici nei confronti di quel Pci, dei cui limiti Cimino appare ben consapevole. Non a caso egli si sottrasse ai vincoli del lavoro di partito, per divenire giornalista. E non a caso egli rilegge con compiacimento il lungo itinerario percorso da Togliatti in avanti, dal tempo delle scuole di partito - di cui traccia un sapido ritratto - a quello dell'adesione piena alla democrazia pluralistica, fino ai suoi ultimissimi passi.
Non di meno, benché esplicitamente dichiari il suo consenso alla svolta decisa alla fine del 1989, che gli fu possibile solo intravedere, difficilmente Marcello Cimino avrebbe potuto condividere lo scempio della memoria del partito che quella svolta ha perpetrato. Dal suo racconto traspare l'assoluta incomunicabilità tra il vecchio, che egli nobilmente incarnava, e il nuovo, nelle forme che ha assunto.
Oggi che il Pci non c'è più, possiamo permetterci di rimpiangerlo. Queste pagine offrono più di una ragione per farlo. Aveva infiniti difetti quel vecchio Pci, segno e conseguenza ad un tempo dell'arretratezza del paese. Ma non era un partito statico ed estraneo al mutare delle società intorno a sé. Soprattutto racchiudeva uno straordinario patrimonio di virtù civili e passione politica, in un paese in cui queste ultime sono merce rarissima.