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recensione di Magris, C., L'Indice 1985, n. 2

Il pensiero, ha scritto Adorno, si mette dalla parte di Sancho Panza, difende la povera singolarità delle cose da ogni universalizzazione sistematica che faccia loro violenza; trascende e supera - se vuol essere pensiero - i particolari e l'immediatezza, collocandoli in un quadro di connessioni significative, ma non li sopprime e ritorna ad essi, per riconfrontarsi ogni volta con la loro irriducibile frammentarietà e non irrigidirsi in alcuna falsa totalità. Il pensiero non deve dimenticare ciò di cui esso si è dovuto necessariamente liberare per diventare pensiero: il bisogno, l'accidentalità dell'esistenza, i limiti e i pesi del particolare; soltanto se non scorda la miseria immediata da cui è partito, e non fa tacere autoritariamente la sua voce, il pensiero le rende giustizia e la supera realmente, senza farle violenza.
Adorno ha sottolineato questa esigenza, che riassume un aspetto essenziale della sua filosofia, in un saggio su Kracauer, intitolato "Uno strano realista" e compreso nelle "Note per la letteratura". In Kracauer egli vedeva, a ragione, l'esempio di una personalità intellettuale che assolveva con particolare rigore e duttilità a quella funzione e a quell'esercizio del pensiero ch'egli considerava fondamentali. Kracauer è realmente un'intelligenza capace, come poche altre, di mettersi dalla parte di Sancho Panza, non già per negare bensì per difendere e confermare, attraverso l'iniziale negazione, l'istanza di don Chisciotte, l'universalità, la redenzione delle cose, la possibilità di veder brillare in una bacinella da barbiere la maestà dell'elmo di Mambrino. Anche nel capolavoro di Cervantes è Sancho Panza, alla fine, che rivendica, opponendosi al rinsavimento del suo padrone, le ragioni dell' incanto e della cavalleria.
Di recente si sono avute numerose ed eccellenti versioni italiane di varie opere di Kracauer: "La massa come ornamento", "Ginster", "Jacques Offenbach e la Parigi del suo tempo"; da tempo erano pubblicati, ma non sempre accessibili, i due libri sul cinema ("Cinema tedesco: Dal "Gabinetto del dottor Caligari" a "Hitler e Cinema: ritorno alla realtà fisica"), il saggio sugli "Impiegati" e sul "Romanzo Poliziesco", mentre stanno uscendo il romanzo "Georg" e il saggio filosofico "Prima delle cose ultime". Nonostante questo fervore, difficilmente Kracauer diventerà, come invece meriterebbe, un autore di grido e un punto di riferimento obbligato, al pari degli altri esponenti di quella Scuola di Francoforte di cui egli è, in certo modo, insieme un precursore, un autonomo compagno di strada e - almeno nella recezione - un seguace o una figura collaterale.
L'interesse per Kracauer nasce, infatti, in ritardo, sulla scia della grande fortuna di Adorno e Benjamin, e quasi in coda all'ondata di entusiasmo per il pensiero negativo, quando esso sembra anzi afflosciarsi o essersi afflosciato; d'altronde la critica del progresso, delle manifestazioni di massa e della razionalizzazione, in altri termini la "Dialettica dell'Illuminismo" di Adorno e Horkheimer, deve moltissimo alle analisi dei fenomeni di massa scritte da Kracauer negli anni Venti e all'inizio degli anni Trenta, alla sua straordinaria capacità - com'egli scrive all'inizio del saggio "La massa come ornamento" (1927) - di penetrare l'essenza di un'epoca attraverso le sue manifestazioni di superficie, alla sua indagine micrologica, rivolta al dettaglio e al minimo, diversa ma non meno sottile, nella sua chiarezza e nella sua apparente semplicità, di quella di Benjamin.
Con i suoi articoli scritti negli anni Venti sulla "Frankfurter Zeitung", Kracauer offre l'esempio di un critico che cala l'autentica filosofia, il suo Kant, nel giornalismo, nell'analisi dell'effimero quotidiano, in un'attività pericolosamente vicina alla volgare connivenza con l'esistente ma proprio perciò tanto più realmente filosofica, se riesce a immergersi nella moda con la sua "Critica della ragion pura" in tasca, senza cioè soggiacere alla moda medesima.
Diffidente verso gli aspetti della costruzione hegeliana che violentano e insieme celebrano la realtà, Kracauer è l'incarnazione della filosofia definita da Hegel "il proprio tempo appreso col pensiero"; anche per lui, come per Hegel, il giornale del mattino, la cui lettura ha sostituito la preghiera, rappresenta il contatto con lo spirito del mondo (egli procede anzi più in là, perché non si limita a leggere, bensì contribuisce a scrivere il giornale), ma un contatto critico e conflittuale: egli interroga, scompone, chiama a giudizio lo spirito del mondo e la sua pretesa di presentarsi come unica totalità razionale possibile.
Nessun libro dimostra il debito della teoria critica nei confronti di Kracauer come "La massa come ornamento", uscito in italiano nella bella versione di Maria Giovanna Amirante Pappalardo e Francesco Maione, introdotto da Stefan Oswald e preceduto da un ottimo saggio di Remo Bodei; il volume raccoglie testi che, nell'edizione tedesca, sono compresi in due sillogi, "Das Ornament der Masse" e "Strassen in Berlin und Anderswo". In questi saggi Kracauer si rivela un geniale abitante e interprete della metropoli, lo scenario del moderno ossia dell'epoca e dunque anche del pensiero dell'epoca. Egli coglie le tendenze del tempo attraverso l'apparenza, le sue manifestazioni di superficie non rischiarate dalla coscienza, che danno perciò un accesso immediato all'esistente; è cosi un maestro nell'analizzare il culto del divertimento, la danza che non è più flirt e incontro dei sensi, ma espressione del puro ritmo, l'archeologia del contemporaneo che traspare dall'arte della fotografia, la corrispondenza fra il successo della biografia come genere letterario amato dalla borghesia e l'eclissi dell'esperienza individuale e della formazione dell'individuo, il capovolgimento del rapporto fra arte e vita, che si scambiano i ruoli e si copiano a vicenda passandosi reciprocamente gli stessi modelli stereotipi.
Nel saggio che dà il titolo all'intero volume, "La massa come ornamento", Kracauer, prendendo lo spirito della rivista americana delle Tiller-girls, analizza la figurazione ornamentale del balletto, nel quale le singole particelle - gli individui - si fondono completamente nel tutto dell'esecuzione in una perfetta razionalizzazione funzionale che non conosce persone, ma solo gambe, movimenti ritmici, sincronia. Senz'alcuna nostalgia, Kracauer non deplora la razionalizzazione, bensì deplora che essa, nel sistema di produzione e organizzazione capitalistica cui egli assiste, sia troppo limitata, non vada a fondo nell'emancipazione dal mito. Senz'alcuna complicità, non si lascia abbagliare dalla seduzione ornamentale della massa-spettacolo e non vede in essa, come tanti odierni epigoni del nichilismo, la liberazione; poeta delle strade e del fluire metropolitano, Kracauer è un flaneur, un nomade ovvero un irriducibile difensore di quel minimo ma irrinunciabile margine d'individualità che è la premessa per una possibile libertà e non penserebbe mai a capovolgere Marx, esaltando la fungibilità e l'alienazione, che Marx bollava come prostituzione universale, quale libertà.
Adorno sembra quasi rimproverargli di apprezzare, come Bloch, i prodotti ormai fagocitati della pianificazione industriale, fiere e organetti di Barberia, e di saper godere anche la seduzione dei prodotti di massa. Ma questa è la grandezza di Kracauer. Egli vede il tramonto di certe forme, senza per questo inibirsi di amarle là dove esse ancora balenano nel loro tramonto; avverte le manipolazioni di tanta arte di massa, senza per questo impedirsi di gustare certa sua grazia e senza per questo sopravvalutarla o proclamarla più degna di Kafka. Tanto inferiore al rigore speculativo d'Adorno o di Horkheimer, Kracauer è esente da quel rigido dottrinarismo che, camuffato da mobilissima flessibilità, caratterizza Adorno. Non disprezza aristocraticamente l'arte di massa, come Adorno, ma non è neanche segretamente e perversamente affascinato, come Adorno e i tardi nietzscheani, dalla sua potenza industriale.
Affine a Benjamin nella poesia micrologica delle strade e dei Passages, gli è inferiore nella profondità filosofica, ma è anche scevro di quella fallita e rimossa ambizione poetica che induce talora il grande Benjamin a criptici cortocircuiti, nei quali la condensazione enigmatica dovrebbe supplire alla rappresentazione, di cui egli è incapace e che segretamente invidia. Visto che questo peggiore Benjamin ha avuto in Italia legioni di imitatori, i quali hanno esternato in contrazioni mistiche e fumose la loro passione infelice per la creatività artistica, è probabile che Kracauer non avrà altrettanta fortuna. Kracauer non ha avuto timore di cimentarsi direttamente con l'invenzione narrativa e ha scritto due bei romanzi, "Ginster" e "Georg", nei quali la sua visione analitica si cala in una vicenda concreta e sensibile. Egli è tanto meno geniale di Benjamin, ma le irripetibili seduzioni della Parigi benjaminiana non possono far dimenticare la Parigi del suo bel libro su Offenbach. Non offre le certezze negative di Adorno, perché non ne possiede la forza intellettuale, ma ha per la realtà immediata un amore e un rispetto più intenso. Nel suo libro sul cinema, Kracauer afferma che quest'ultimo può rivolgersi solo alla realtà fisica e non a quella interiore. È un'affermazione insostenibile, nella quale tuttavia balena un amore struggente per la realtà sensibile, per il cielo - come egli scrive - riflesso nella pozzanghera: un amore che solo Bloch, fra quei grandi, possedeva con altrettanta tenerezza.