La massoneria italiana da Giolitti a Mussolini. Il gran maestro Domizio Torrigiani

Curatore: F. Conti
Editore: Viella
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 9 aprile 2014
Pagine: 210 p., Brossura
  • EAN: 9788867282135
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  Nel 2010 l'Istituto storico della Resistenza della Toscana acquisì ciò che restava delle carte appartenute a Domizio Torrigiani, gran maestro del grande oriente d'Italia dal giugno 1919 allo scioglimento della massoneria nel novembre 1926. Nel novembre del 2012 si tenne a Firenze un convegno sulla massoneria italiana da Giolitti a Mussolini al quale parteciparono vari studiosi con l'intento di ricostruire la biografia dell'uomo, morto nel 1932 dopo cinque anni al confino di polizia, e di dipanare, con l'aiuto delle sue carte, vicende e problemi della massoneria a partire dall'agosto del 1914. Il volume raccoglie gli atti di quel convegno, che sono, come spesso accade, diseguali per approcci e risultati e che, in questo caso fanno da contorno a due acquisizioni di un certo interesse. La prima riguarda la conferma di un colloquio tra Mussolini e Torrigiani avvenuto a Roma nel settembre del 1922: il contenuto del colloquio non è noto ma i due verosimilmente non parlarono del tempo. La seconda riguarda la certezza del finanziamento della marcia su Roma da parte della massoneria di palazzo Giustiniani. Nessuna delle due notizie è del tutto nuova: dell'incontro aveva parlato nel 1932 Giuseppe Leti; del finanziamento ne avevano già parlato Eugenio Chiesa nel 1924 e Luigi Gasparotto nel 1945, tutti e tre massoni autorevolissimi. Queste notizie ora riaffiorano in due lettere del 5 e 9 novembre 1922 del massone fascista milanese Federico Cerasola al gran maestro. "Fino a questo momento ho dato ai F. [asci] 700.000 lire" scrive Cerasola nella seconda lettera; e aggiunge subito dopo: "Conto di arrivare almeno a 2 mil.[ioni]". Nella relazione, Conti avrebbe potuto dare utilmente risalto a questa conferma ricordando che il massone Carlo Bazzi versò nella stessa circostanza e per lo stesso scopo circa mezzo milione di lire provenienti dal commercio fraudolento dei residuati di guerra; e che tra il 17 ottobre e l'11 dicembre 1922, a cavallo della marcia su Roma, i massoni milanesi costituirono la casa editrice Imperia, ne sottoscrissero il capitale per 250.000 lire e ne fecero dono al Pnf che si apprestava a conquistare lo stato. Non lo ha fatto invece e la nuova conferma, provenendo dalla corrispondenza del gran maestro, ha impressionato e confuso Conti a tal punto da indurlo a scrivere nell'introduzione: "dalle carte Torrigiani sembrerebbe uscire la definitiva conferma di un finanziamento diretto al Pnf". Il passaggio dall'indicativo di Cerasola al condizionale di Conti è figlio della prudenza, e sempre la prudenza ha spinto lo stesso Conti e Anna Maria Isastia a tacere dello scisma che alla fine del 1918 si determinò tra alcune logge milanesi guidate da Luigi Resnati e i poteri centrali della massoneria. Quello scisma riguardò il problema della prossima pace, se dovesse essere cioè democratica e dovesse partorire la Società delle Nazioni, come voleva Leonida Bissolati in sintonia con le massonerie francesi e americane, o se dovesse essere adriatica e pretendere per l'Italia l'adempimento del patto di Londra e, se possibile, anche Fiume, come voleva Ernesto Nathan. Quello scisma è nodale per la storia della massoneria di quegli anni: lascia in eredità a Torrigiani una massoneria spaccata che vede, da un lato, Ernesto Nathan applaudire a una manifestazione per Fiume e, dall'altro, Leonida Bissolati, anche lui massone, porre fine alla sua attività politica. Queste cose sono scritte nei verbali del governo dell'ordine e della sua giunta esecutiva e nella "Rivista massonica" o in giornali come "Il Popolo d'Italia": non costerebbe alcuna fatica affermarle con tutte le cautele del caso. È lecito sperare che se qualche altra fonte darà in futuro conferma convincente ai verbali del governo dell'ordine, in qualche prossimo convegno registreremo la scoperta dello scisma guidato da Luigi Resnati. Va detto che tutte le relazioni, sia in termini di problemi posti o risolti che in termini spessore, sembrano, per così dire, di circostanza e compilate velocemente. Alessandra Staderini ha letto la "Rivista massonica" e ha scoperto nel 1914 l'esistenza della "massoneria austriaca": è una notizia perché in Austria la massoneria era vietata e perciò i massoni triestini si riunivano a Udine. Laura Cerasi ci dà rare informazioni sulla formazione culturale di Torrigiani quando sarebbe bastato guardare i diari di Prezzolini per trovare qualche notizia sui primi tentativi di Torrigiani di conquistare all'anticlericalismo la nuova cultura delle riviste. Resta poi sepolta nei fondi del ministero dell'Interno la ragnatela delle iniziative portate avanti da Torrigiani e da Raimondo Sala, o a loro attribuite, attestate da vari telegrammi, alcuni scambiati perfino tra Mussolini e il ministro degli interni Luigi Federzoni, agli inizi del 1926. Sul piano specifico della biografia del futuro gran maestro nessuno ha parlato della loggia che Torrigiani (che sarebbe stato iniziato nella loggia Humanitas di Empoli ma che non risulta iscritto nei libridel grande oriente) frequentava a Firenze nei primi anni del secolo né del circuito relazionale massonico all'interno del quale il giovane avvocato di origine pistoiese crebbe come uomo e come massone. Resta inoltre sottostimato nella relazione di Marco Mondini il contributo della massoneria alla sedizione spedizione di Fiume. Mondini non si chiede neppure se per caso D'Annunzio fosse o non fosse massone considerate due circostanze: che l'ex gran maestro Ettore Ferrari gli aveva stretto "la mano sulla salma di Menotti Garibaldi" (agosto 1903) e lo aveva conosciuto giovinetto "in un cenacolo romano" e che la massoneria si era giovata dei suoi vaticini a Quarto dei Mille e a Roma nel maggio 1915 facendolo assistere da Gino Bandini. Roberto Bianchi, per parte sua, fonde e confonde le massonerie di piazza del Gesù e di palazzo Giustiniani nell'appoggio al fascismo mentre c'è da distinguere: piazza del Gesù si esprime profanamente attraverso il Partito nazionale democratico fino al luglio 1922 quando, a seguito di un colloquio tra Mussolini e l'allora segretario del supremo consiglio Gastone de Catelan Castellani, confluisce nel fascismo e comincia a iniziare in massa gente in fez e camicia nera; palazzo Giustiniani, invece, cova le uova fasciste da data più antica, a partire dalla fondazione del "Popolo d'Italia". Nessuno ha poi fatto cenno alle connessioni tra massonerie e dissidentismo fascista, fenomeno che accompagnò con varie violenze l'assestamento della dittatura in numerose province e nessuno si è chiesto perché Mussolini spedì Torrigiani al confino e promosse i massoni notori e autorevoli Teodoro Mayer, prima, e Alberto Beneduce, poi, alla guida dell'economia italiana dopo la crisi del 1929. Concludendo, sono da lodare il collegio circoscrizionale della Toscana che ha finanziato il convegno e la loggia Domizio Torrigiani di Firenze che ha disposto il riordinamento delle carte e c'è da augurarsi che le buone intenzioni del collegio e della loggia trovino ulteriori approfondimenti scientifici perché la storia della massoneria appartiene a tutti.   Gerardo Padulo