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Patrizia Valduga

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1989
Pagine: VIII-89 p.
  • EAN: 9788806116187

scheda di Ficara, G., L'Indice 1990, n. 3

Se il manierismo fosse una categoria dello spirito - come credevano alcuni Ingegnosi - questi versi della Valduga, in cui "pur si scopa ", sarebbero a oltranza versi spirituali. Ma c'è un tempo in cui lo spirito, nella doppia accezione di spiritoso e spirituale, si nega ai filosofi, non parliamo ai produttori di cobbole giocose e sestine "nere" com'è il caso in esame. La Valduga è "una delle presenze più forti e compiute della nostra ultima poesia": così suggeriva, anzi imboniva la quarta di copertina dell'edizione Guanda (ma chi ne era l'autore: un critico, un poeta, un piazzista?) e così echeggia l'altro attuale commentatore, il Luigi Baldacci. La Valduga fa sua "la crisi di linguaggio della poesia moderna"; nei suoi versi c'è qualcosa che "sopravanza ogni altro fatto contemporaneo". Come dir meglio? Certo, l'ostensione di sé e dei propri capricci sessuali in chiave manieristico-petrosa è un modo come un altro per aggirare le aporie del nostro tempo: volgerti indietro, guardare ai metri gloriosi di un passato preleopardiano - per poi disporli come vivaci mummie nel teatrino contemporaneo - può sembrare, oggi, legittimo e remunerativo. Versi come "cadeva il giorno e cadeva l'amato / in tal mio agguato... ", "Pensatore di donne, mio amatore..." e simili, sono obiettivamente felici; interi sonetti, come "Mi dispero perché non ho parole", sono deliziosi (anche se 'kitsch' nel senso più aperto datogli da Hermann Broch: "un modo semplice e diretto per placare la nostalgia"). Ma se il comico, o l'imitazione del comico, le prendono la mano, la Valduga eccede anche i limiti del 'kitsch' nel senso alto e romantico di "volgersi indietro ": "Dormiva, ps... ps... Cristo santo; senti/come cresce!". Lo stesso cavalier Marino degli epitalami, degli "Amori notturni", di "Venere pronuba", avrebbe alquanto dissimulato nelle pieghe dei tropi 1'eroica Erezione e il suo comico rovescio: "Così mi giaccio, inutil pondo, appresso / a la mia ninfa amata ch'irride il mio stupor rigido e strano... ". Nemica degli eufemismi, delle cautele, degli apogei barocchi, la Valduga ricorre semmai con qualche profitto agli erotici settecenteschi - al Casti, a Domenico Tempio, al Baffo - e alla loro ideologia antagonistica della sessualità e della scrittura. Lì tutto era chiaro. Il sesso era innanzitutto una guerra e una grande coazione, un cimento. Le parole erano acute, rissose, pubbliche. Ma quel tempo è passato e chi volesse resuscitarlo, come Patrizia Valduga, dovrà tener conto del tempo nostro che rende morbidi gli antagonismi e intimo, crepuscolare, irrisorio l'antagonismo sessuale.

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    alida airaghi

    05/06/2015 17.48.54

    Un libro pieno di notti, che sembra muoversi provocatoriamente nell'oscurità dei sensi rievocata dalle parole, mentre esse rimangono sospese come monadi in un' atmosfera di alambicchi e filtri amorosi. "Medicamenta" è appunto il titolo, e da medicare sono corpo e mente con l'unico benefico rimedio dei versi. La Valduga, novella fata morgana, li amalgama con perizia quasi scientifica, attenta a non trasgredire metri classici quali il sonetto e l'ottava, ma mescolandovi contemporaneamente ingredienti quanto mai dissimili: consacrazione e dissacrazione della tradizione letteraria, recuperi del duecento e Zanzotto, ironia e pietà, ma soprattutto un'onnipresente sensualità, a volte ostentata a volte solo suggerita. "Notte" è la parola più ricorrente, e alle notti sono intitolate le tre sezioni del libro, sottintendendo che la poesia deve far riaffiorare alla luce ciò che è buio, perché passato e sprofondato nella memoria o perché taciuto da sempre. Quello che la poesia ha raramente trovato il coraggio e la gioia di raccontare (la descrizione innamorata del corpo maschile, l'esaltazione del sesso) in Patrizia Valduga diventa rovesciamento dei ruoli pietrificati nei duelli e nelle schermaglie d'amore. La poetessa si fa protagonista di una caccia che ha per oggetto il corpo dell'altro, e cerca di possederlo con crudezza e insieme dedizione: "o strascinarmi al suolo/ e con lascivo assalto, anche il midollo/ succhiargli...o con audaci mani a volo/ provarne gli inguini...". Dante, Marino, Tasso: i giochi di parole, le magie di rime e assonanze diventano sostanza stessa della poesia, mentre notte e giorno, morte e vitalità del sesso non sono che accidenti, pretesti poetici. Ci troviamo davanti a un libro intelligente, verrebbe da dire forse "troppo" intelligente, costruito anche nelle esitazioni, che lascia intravedere dei punti deboli là dove questa costruzione viene meno: nelle poesie più brevi, che spesso non riescono a uscire dalla estemporaneità.

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    Philus-a-um

    07/11/2006 19.59.55

    Stavo per affermare che la signora Valduga è pazza; ma Tasso, Campanella e Campana non m'avrebbero lasciato dormire. Sicché m'accontento di sconsigliare questo testo perché insulso, ricercato e privo di bellezza. Tra i temi e le espressioni non vi è nulla che non oda ubriacandomi in osteria. Un punto in più per premiare l'immensa fatica che le saranno costate rime come "cuore-amore", o far cadere l'accento di quarta su un effetto onomatopeico scadente. Distinti saluti a tutti.

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