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Traduttore: M. Nobile
Collana: Minima
Anno edizione: 1991
Formato: Tascabile
Pagine: XXVII-156 p.
  • EAN: 9788870781809

13° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Scienze, geografia, ambiente - Biologia, scienze della vita - Argomenti d'interesse generale - Bioetica

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scheda di Antonielli, B., L'Indice 1992, n. 6

Gli studi giovanili di medicina e l'orientamento antitrascendentale di una dottrina volta alla giustificazione filosofica della singolarità dell'esistenza, rendono Jaspers il filosofo che, nel nostro tempo, conobbe forse più di ogni altro i problemi legati alla condizione medica. Il compito fondamentale della filosofia, da Jaspers individuato, nei tre volumi della sua "Philosophie", in un'autochiarificazione dell'esistenza in cui la ragione, liberatasi dalla strettoia della considerazione oggettivante e del pensiero intellettivo, giunge ad aprirsi alla comunicazione esistenziale come apertura reciproca di diverse esistenze sulla base di un destino comune, sembra quasi inevitabilmente condurre Jaspers ad un tema in cui il significato del suo pensiero sembra riflettersi in modo particolarmente significativo: il rapporto tra medico e paziente.
"Il medico che si fa filosofo diventa pari a un dio ", affermava Ippocrate, e proprio nel ritorno all'antica idea di medico, fondata sui due pilastri della conoscenza scientifica e dell'ethos umanitario, Jaspers rintraccia l'unica possibilità che la medicina moderna ancora possiede per salvarsi da una situazione di crisi provocata dall'onnicomprensivo processo di tecnicizzazione della nostra epoca, e per ritrovare, come afferma Galimberti nel saggio introduttivo del libro, la capacità di cogliere quel "riverbero esistenziale" della malattia, che è stato progressivamente abbandonato a favore dell'oggettività dei dati clinici. Nel recupero di tale antico rapporto tra medico e paziente risiede forse una delle manifestazioni più significative di quel pensiero esistentivo primariamente attento all'originarietà dell'esistenza singola, che Pareyson contrapponeva alla strutturalità meramente formale del pensiero esistenziale di Heidegger: l'insoddisfazione crescente per cui, nonostante i grandiosi progressi scientifici degli ultimi cinquant'anni, sembra sempre più difficile "trovare dei buoni medici", è infatti da Jaspers attribuita al superamento, all'interno dell'odierna organizzazione "imprenditoriale" della medicina in cliniche, ambulatori e centri di specializzazione, di quell'esigenza personale che la retorica della medicina antica ancora testimoniava. La constatazione del progressivo prevalere della ricerca scientifica sull'arte medica conduce dunque Jaspers alla rivalutazione - auspicata anche da Heidegger nei seminari di Zollikon - dell'antica figura del medico di famiglia, che il continuo contatto con la vita quotidiana del paziente rendeva dotato di un particolare ''senso della situazione" e quindi maggiormente predisposto a condividere col malato una situazione di aperta razionalità. L'autorevolezza di tale figura di medico-filosofo non risiede infatti nella pretesa superiorità assoluta del tecnico, che, affidandosi unicamente alla scientificità della ricerca, "spiega senza nulla comprendere", e nemmeno in quella dogmatica di fede con cui le diverse scuole psicoanalitiche cercano oggi di occupare lo spazio comunicativo lasciato vuoto dal progresso tecnico: ciò grazie a cui la conoscenza scientifica acquista significato medico è invece, osserva Jaspers, l'esperienza clinica. L'osservazione delle forme, delle manifestazioni e dei decorsi della malattia, consentita dalle descrizioni soggettive e biografiche del malato-la cui importanza è stata ultimamente sottolineata anche dai saggi di Oliver Sacks - è ciò che secondo Jaspers è stato escluso dai recenti grandi progressi della ricerca ed in cui si concreta invece il significato dell'arte medica. Solo il medico che costringe il ricercatore che è in lui a cedere la guida al filosofo potrà dunque fare appello ad una comprensione in cui l'uomo non è lasciato sprofondare nell'evento biologico, ma considerato nella totalità della sua situazione. In che modo debba avvenire tale trasformazione non può però essere indicato da una teoria o da un sistema compiuto della verità, ma il medico, come il filosofo, "deve disporsi nei confronti del sapere non come un possidente nei confronti del suo territorio, ma come un viandante nei confronti della sua via ".